Sì, perché con circa 700 specie ittiche e un tasso di riscaldamento tre volte più veloce di quello dell’Oceano, il Mediterraneo è un hot-spot sia di biodiversità sia del cambiamento climatico
Cosa verifichiamo
Negli ultimi decenni molte specie si sono spinte verso i poli aumentando il rischio di estinzione, mentre l’arrivo di nuove specie esotiche erbivore come il pesce coniglio sta causando il fenomeno della desertificazione marina. Inoltre, diverse specie hanno ampliato la loro distribuzione geografica nel Mediterraneo: si tratta di un fenomeno, indicato come meridionalizzazione, che coinvolge diverse specie ittiche native, come il pesce pappagallo mediterraneo e la donzella pavonina, che si sono spinte verso nord rispetto alla loro originale distribuzione geografica. È stato poi rilevato il fenomeno della tropicalizzazione, vale a dire la presenza di pesci non autoctoni di origine tropicale che si prevede diventino sempre più abbondanti nel Mediterraneo per effetto del riscaldamento globale (nel 2002 erano 90, di cui 59 dal Mar Rosso, mentre nel 2020 le specie esotiche sono arrivate a 188 di cui 106 provenienti dal Canale di Suez, per un totale di 76 specie stabili).
L’analisi
“Le prime prove dell’espansione verso nord di alcune specie ittiche risalgono agli anni ’90. Il fenomeno è avvenuto un decennio dopo la rilevazione di un netto aumento della temperatura e di importanti cambiamenti nella circolazione dell’acqua nel Mar Mediterraneo”, sottolinea Federica Pannacciulli, della Divisione Enea Impatti Antropici e del Cambiamento Climatico sul Territorio.
Per mappare la presenza di nuove specie nel Mar Mediterraneo, un team di ricercatori internazionali coordinati dal biologo marino Ernesto Azzurro dell’Istituto per le Risorse Biologiche e le Biotecnologie Marine del Cnr, in collaborazione con esperti del Centro Ricerche Enea di Santa Teresa (La Spezia), ha creato “ClimateFish” (1), il primo database open access che fornisce informazioni sulla presenza nel Mediterraneo di 15 specie di pesci considerate come ‘sentinelle’ (2) del cambiamento climatico. Nel database figurano sette specie autoctone, selezionate per l’ampia distribuzione, la sensibilità alle condizioni di temperatura e per la facile identificazione, e otto specie esotiche provenienti dal Mar Rosso (3).
“Grazie a campionamenti subacquei sono stati censiti, nel corso di 13 anni, oltre centomila esemplari delle 15 specie target, in oltre 3mila aree di sette Paesi del bacino del Mediterraneo. Le più rappresentate sono le specie autoctone donzella pavonina e salpa, anche se quest’ultima è andata registrando una diminuzione in quantità e in distribuzione geografica dovuta con tutta probabilità all’aumento delle temperature e alla competizione con erbivori tropicali”, spiega Pannacciulli.
Al momento, le specie esotiche sono ancora sottorappresentate nel database e la loro presenza è concentrata per lo più nel settore orientale del Mediterraneo dove il fenomeno del riscaldamento è particolarmente accelerato, come ad esempio l’area a sud di Creta (+1,65 gradi centigradi). “Ma il loro numero è destinato a crescere nei prossimi anni a causa dell’aumento della temperatura provocato dai cambiamenti climatici”, aggiunge Pannacciulli. Oltre ai censimenti subacquei condotti per ClimateFish, per meglio comprendere gli effetti dei cambiamenti nell’ecologia marina del Mediterraneo, il team internazionale di ricercatori ha intervistato, in 95 località di nove diversi Paesi europei, oltre 500 pescatori, di età compresa tra i 28 e gli 87 anni, con più di 10 anni di esperienza individuale e oltre 15mila anni complessivi di osservazione del mare.
Agli intervistati è stato chiesto di menzionare la specie che è aumentata in abbondanza o percepita come nuova, cioè mai osservata prima, nelle loro zone di pesca. Complessivamente, gli intervistati hanno menzionato principalmente 75 specie, sia autoctone che esotiche, adattate al caldo. I due terzi delle specie non autoctone rilevate sono stati il pesce palla maculato e il pesce flauto. Tra le specie autoctone maggiormente in espansione verso nord sono stati registrati il pesce serra e il barracuda mediterraneo.
Conclusioni
Le nuove specie di pesci che sono sempre più frequenti nei nostri mari sono una spia importante del cambiamento climatico perché, con circa 700 specie ittiche e un tasso di riscaldamento tre volte più veloce di quello dell’Oceano, il Mediterraneo è un hot-spot sia di biodiversità sia del cambiamento climatico.
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(1) Il progetto ‘ClimateFish’ è stato avviato inizialmente dal programma internazionale ‘CIESM Tropical Signals’ (finanziato dalla Fondazione Alberto II di Monaco) e successivamente sostenuto dall’Interreg Med Programme, cofinanziato dal Fondo europeo di sviluppo regionale.
(2) Epinephelus marginatus (cernia bruna), Thalassoma pavo (donzella pavonina), Sparisoma cretense (pesce pappagallo), Sarpa salpa (salpa), Serranus scriba (sciarrano), Serranus cabrilla (perchia) e Caranx crysos (carango dorato).
(3) Fistularia commersonii (pesce flauto), Siganus luridus (pesce coniglio scuro), Siganus rivulatus (sigano marezzato), Pterois miles (pesce scorpione), Stephanolopis diaspros (monacanto reticolato), Parupeneus forsskali (triglia di Forskkal), Pempheris rhomboidea e Torquigener flavimaculosus (pesce palla).
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A cura di Redazione ANSA

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