Rifiuti da imballaggio, Europa al bivio

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Tema cruciale per la strategia ambientale e industriale dell’Ue: target ambiziosi e volumi in crescita con previsioni di 209 kg pro capite

In Europa il riciclo degli imballaggi è diventato un banco di prova cruciale per l’intera strategia di economia circolare. Nonostante obiettivi sempre più ambiziosi, il continente continua a produrre grandi quantità di rifiuti da imballaggio, con prospettive di crescita nei prossimi anni. A questo punto, la sfida non è solo ridurre l’impatto ambientale, ma anche governare un settore economico strategico per l’Unione europea. Secondo l’ultimo rapporto Eurostat, pubblicato a dicembre, nel 2022 nell’Ue sono stati generati 83,4 milioni di tonnellate di rifiuti da imballaggio, pari a 186,5 kg per abitante. È un dato in leggero calo (meno 3,6 kg pro capite rispetto al 2021), ma che su scala decennale mostra un aumento di oltre 31 kg per persona. Nel 2009 la produzione complessiva era di 66 milioni di tonnellate: un segnale di crescita strutturale che mette in discussione la sostenibilità del sistema.

Gli scenari futuri non offrono molte rassicurazioni. Senza misure aggiuntive, la Commissione europea stima che si possa arrivare a 209 kg pro capite entro il 2030, aumentando la pressione su sistemi di raccolta, impianti di riciclo e bilanci pubblici. Fino al 2022, la composizione dei rifiuti di imballaggio vedeva una netta prevalenza di carta e cartone (41%), seguiti da plastica e vetro (entrambi al 19%), legno (16%) e metallo (5%). Un mix complesso che riflette le sfide di ciascuna filiera: dalla raccolta differenziata al riutilizzo industriale.

Sul fronte del recupero, l’Ue ha registrato nel 2022 un tasso di riciclo complessivo del 65,4% degli imballaggi, centrando con tre anni di anticipo l’obiettivo europeo fissato per il 2025. Ma il risultato non basta a garantire la sostenibilità: l’aumento dei volumi rischia di annullare i progressi percentuali e complicare il rispetto dei nuovi target. In dieci anni la quantità di rifiuti da imballaggio è cresciuta, e con essa – seppure in misura più contenuta – anche il volume dei materiali riciclati. Ma la plastica resta il vero tallone d’Achille. Nel 2022 il packaging in plastica rappresentava il 19% del totale dei rifiuti di imballaggio, con tassi di riciclo molto variabili tra Paesi. La media europea si attestava attorno al 40,7%, ancora lontana dall’obiettivo del 50% previsto per il 2025. Obiettivo che l’Italia ha raggiunto e superato quest’anno, secondo le stime di Corepla (e Conai).

Grafico a cura di Silvano Di Meo
Grafico a cura di Silvano Di Meo 

Il quadro europeo oggi è migliorato, ma resta disomogeneo. La Commissione osserva che i divari riflettono differenze infrastrutturali, normative e culturali. Alcuni Paesi hanno investito in impianti di selezione e sistemi di raccolta capillari, mentre altri scontano ritardi tecnologici e di governance. Non è però solo un problema tecnico: è anche economico. Ogni tonnellata in più di rifiuti di imballaggio genera costi per raccolta, selezione e smaltimento. Il sistema europeo spende già oltre 20 miliardi di euro all’anno per gestire questi flussi. Inoltre, l’Ue ha introdotto una “plastic own resource”, un contributo di 0,80 euro al chilogrammo sugli imballaggi in plastica non riciclati, che per alcuni Stati (come l’Irlanda) vale centinaia di milioni di euro l’anno.

Secondo la Commissione, senza interventi efficaci la produzione di imballaggi potrebbe crescere del 19% entro il 2030. Per invertire la rotta, il nuovo regolamento europeo (Ppwr) introduce obiettivi vincolanti di riduzione (meno 5% pro capite entro il 2030, meno 15% entro il 2040), requisiti di progettazione “design for recycling”, contenuto minimo di materiale riciclato e limiti rigorosi alla plastica monouso. Per l’industria significa ripensare formule e design dei prodotti, adeguare impianti e logistica, investire in tecnologie di selezione più avanzate. Secondo stime di settore, la transizione ai nuovi standard richiederà miliardi di euro di investimenti solo in Italia entro la fine del decennio.

Grafico a cura di Silvano Di Meo
Grafico a cura di Silvano Di Meo 

Ma la trasformazione è anche un’opportunità. Il pacchetto sull’economia circolare stima fino a 700.000 nuovi posti di lavoro diretti e indiretti in Ue entro il 2030, con effetti positivi su fornitori, trasporto, ricerca e sviluppo.

Ai nuovi occupati si aggiungono 600 miliardi di euro di benefici netti legati a risparmi sui costi per le imprese, grazie a un uso più efficiente delle risorse, alla riduzione della dipendenza da materie prime importate, a una maggiore produttività e a vantaggi per i consumatori in termini di prodotti più durevoli, più economici da mantenere e più facili da riparare. In media, si prevede un risparmio pari all’8% del fatturato annuo per un’impresa europea.

In Italia, il sistema consortile Conai ha registrato nel 2024 un tasso di riciclo complessivo del 76%, ben oltre il target europeo 2025. Ma la stessa Conai riconosce la necessità di accelerare su aspetti critici come il contenuto di riciclato nelle bottiglie in Pet — ancora fermo attorno al 12% — e la raccolta “fuori casa”, difficile da strutturare in eventi e manifestazioni.

A cura di di Vito de Ceglia – Repubblica.it

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