Viaggio nelle miniere a cielo aperto d’Italia (fra ecosistemi distrutti e rifiuti tossici): il numero delle cave attive è più alto di quanto immagini

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La Giornata mondiale contro l’estrazione mineraria a cielo aperto è l’occasione ideale per riflettere sui costi ambientali e sociali di questa pratica che riguarda anche l’Italia. Dopo decenni di inattività, infatti, si torna a parlare di miniere attive per l’estrazione di terre rare e metalli, mentre restano operative altre 4.000 cave di vario tipo

miniera

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Il 22 luglio si celebra la Giornata mondiale contro l’estrazione mineraria a cielo aperto, una ricorrenza istituita per accendere i riflettori su una delle attività umane più impattanti dal punto di vista ambientale, sociale e culturale. Questa data vuole ricordare che dietro l’apparente progresso tecnologico e industriale spesso si nasconde un prezzo molto alto da pagare: la distruzione di ecosistemi, l’inquinamento delle acque e dell’aria, la compromissione della salute delle persone e non da ultimo lo sfruttamento di territori e comunità.

L’estrazione mineraria a cielo aperto – riconoscibile per i suoi enormi crateri visibili persino dai satelliti – è una pratica molto diffusa in tutto il mondo e il suo impatto visivo è solo la superficie di un problema ben più profondo. Oggi è l’occasione giusta per riflettere non solo sui danni ambientali di questo modello di sviluppo, ma anche su come sia possibile e necessario promuovere modelli alternativi e più sostenibili.

La Giornata del 2025 si inserisce poi in un momento particolarmente delicato: mentre da una parte le mobilitazioni chiedono una maggiore protezione dei territori, dall’altra, proprio in Italia, si torna a parlare di nuove miniere attive. Dopo quarant’anni di silenzio, il nostro Paese ha deciso di riaprire le porte alla ricerca mineraria, in nome della transizione ecologica e della sicurezza strategica. Ma a quale prezzo?

Che cos’è l’estrazione mineraria a cielo aperto

L’estrazione mineraria a cielo aperto è una tecnica utilizzata per l’estrazione di minerali e metalli dal sottosuolo, rimuovendo grandi quantità di suolo e roccia per arrivare ai materiali desiderati. A differenza delle miniere sotterranee, questo metodo modifica profondamente la morfologia del territorio, generando veri e propri crateri visibili anche da satellite.

Il problema è che, se da un lato garantisce un accesso più semplice e veloce alle risorse, dall’altro comporta un impatto devastante per l’ambiente, la biodiversità, le risorse idriche e la salute umana.

In questo contesto si inserisce la Giornata mondiale contro l’estrazione mineraria a cielo aperto, che è un’iniziativa cittadina lanciata nel 2009 da attivisti messicani e canadesi, dopo le vittorie legali ottenute quell’anno dall’Ampio Fronte di Opposizione all’Attività Mineraria di San Xavier in difesa della Valle di San Luis Potosí e contro la distruzione del Cerro de San Pedro,  in Messico.

Lo scopo è ovviamente sensibilizzare governi, comunità e cittadini sui gravi danni provocati da questa pratica. Le ricadute sono numerose: deforestazione, erosione del suolo, perdita di habitat, contaminazione delle falde acquifere e delle coltivazioni, emissioni di gas serra, uso di sostanze tossiche come il cianuro e produzione di enormi quantità di rifiuti inquinanti. Inoltre, spesso i lavoratori sono esposti a rischi gravissimi per la loro salute e sicurezza.

Le cave attive in Italia

Parlare oggi di miniere non significa guardare solo a Paesi lontani.  Anche se l’immaginario comune associa le miniere italiane al passato, in realtà l’attività estrattiva è tutt’altro che finita. In Italia sono attive oltre 4.000 cave, concentrate in particolare in regioni come Lombardia, Veneto, Toscana, Piemonte e Sardegna. La maggior parte di queste non estrae metalli, ma materiali da costruzione, come calcare, marmo, sabbia, ghiaia, gesso e argilla, fondamentali per l’industria edilizia.

Anche queste attività possono avere un impatto ambientale considerevole: modificano il paesaggio, incidono sugli ecosistemi, consumano suolo e acqua, e generano polveri e rumori che danneggiano la qualità della vita delle comunità circostanti. Un caso emblematico è quello delle Alpi Apuane, dove l’estrazione del marmo di Carrara continua a preoccupare per la progressiva erosione delle montagne, la compromissione delle falde acquifere e i rischi idrogeologici.

Nonostante la crescente attenzione pubblica e istituzionale, la normativa italiana sulle cave è ancora frammentata e affidata alle Regioni, con livelli di tutela molto disomogenei e spesso inadeguati a garantire una vera sostenibilità.

SITI DI ESTRAZIONE DI MINERALI DI SECONDA CATEGORIA (CAVE)

cave italia

@Ispra

L’Italia torna a scavare per cercare terre rare

Dopo 40 anni di stallo, anche l’Italia ha deciso di tornare a esplorare il sottosuolo. Con il nuovo Programma Nazionale di Esplorazione Mineraria, il governo Meloni ha dato il via libera a 14 progetti di ricerca in diverse Regioni, con l’obiettivo di individuare nuove fonti di Materie Prime Critiche (come litio, rame, terre rare, grafite e altri metalli strategici).

Si tratta di materiali fondamentali che servono per costruire batterie, auto elettriche, pannelli solari – e l’Europa vuole ridurre la dipendenza dalle importazioni, soprattutto da Paesi politicamente instabili.

Ma dove si cercherà? Le esplorazioni coinvolgeranno praticamente tutta Italia: dalla Lombardia al Trentino-Alto Adige per la fluorite e le terre rare, dal Piemonte alla Liguria per rame, manganese e grafite, dalla Toscana al Lazio per litio, magnesio e antimonio. Anche il Sud non sarà risparmiato: Campania e Calabria verranno esplorate per il litio e la grafite, mentre la Sardegna, storica regione mineraria, tornerà al centro dell’attività estrattiva, con indagini su rame, stagno, oro e altri metalli pesanti.

In questa prima fase, le indagini saranno non invasive, con telerilevamenti e analisi geochimiche e geofisiche. Ma nelle fasi successive non si esclude l’apertura di nuove miniere.

Quali sono i rischi

Il ritorno alle miniere può sembrare una scelta strategica, ma comporta numerosi rischi. Non solo ambientali – legati a inquinamento, consumo di suolo e acqua, e produzione di rifiuti tossici – ma anche sociali ed economici.

Molti siti dismessi in passato non sono mai stati bonificati e continuano a rappresentare un grave pericolo. Solo in Sardegna, si stimano circa 70 milioni di metri cubi di rifiuti estrattivi, molti dei quali contenenti sostanze tossiche e cancerogene. Il progetto URBES, parte del PNRR, ha l’obiettivo di mappare e analizzare questi rifiuti, ma la strada è ancora lunga.

Inoltre, le attività estrattive creano una dipendenza economica locale: quando le risorse si esauriscono, le aziende se ne vanno, lasciando le comunità senza lavoro e con un territorio devastato.

La sfida della transizione ecologica

L’Italia, come tutta l’Europa, ha bisogno di materie prime per la transizione ecologica. Ma è giusto affrontare una crisi ambientale generandone un’altra? La risposta sta nel trovare un equilibrio tra sviluppo e tutela dell’ambiente, tra economia e diritti delle comunità.

Recuperare le materie prime da rifiuti urbani e tecnologici, ridurre i consumi, investire nell’efficienza energetica e nell’economia circolare sono alcune delle alternative possibili, spesso più sostenibili ed efficaci nel lungo termine.

È fondamentale quindi chiedere politiche trasparenti, rigorose e realmente sostenibili. Serve una partecipazione attiva delle comunità locali, un controllo pubblico sulle attività di esplorazione e una valutazione seria degli impatti a lungo termine.

Perché l’ambiente non può essere sacrificato in nome della transizione.

A cura di Francesca Biagioli in www.greenme.it

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