Autore: Eco-Verde srl

  • Sentenza Consiglio di Stato 4799/2026: la certificazione End of Waste non esclude l’obbligo di controllo sui materiali

    L’utilizzatore professionale di materiale qualificato come End of Waste non può fare affidamento esclusivo sulla certificazione rilasciata dal fornitore per escludere la propria responsabilità nella gestione dei rifiuti. Qualora la presenza di elementi estranei e di rifiuti sia immediatamente percepibile a occhio nudo e riconoscibile secondo l’ordinaria diligenza professionale richiesta dall’art. 1176, comma 2, c.c., l’operatore è tenuto a rilevarne l’anomalia già nelle fasi di scarico e impiego del materiale. La certificazione non esonera dall’obbligo di verifica delle evidenti condizioni materiali della fornitura né esclude la responsabilità per l’abbandono o il deposito incontrollato di rifiuti riconoscibili senza specifiche indagini tecniche.

    La sentenza la trovi al seguente link:

    https://biblus.acca.it/download/sentenza-consiglio-di-stato-4799-2026-la-certificazione-end-of-waste-non-esclude-lobbligo-di-controllo-sui-materiali/?wpdmdl=364031&refresh=6a4157d22b0a51782667218

    A cura di biblus.acca.it

  • Rifiuti organici, la Campania cambia passo

    A cura di www.youtube.com/@ricicla_Tv

  • Rifiuti tessili, la sfida dell’EPR

    A cura di www.youtube.com/@ricicla_Tv

  • Rifiuti urbani, Utilitalia: “Rafforzare EPR e governance per puntare agli obiettivi Ue”

    Il Green Book 2026 di Utilitalia e Utilitatis evidenzia come la vera sfida per il settore dei rifiuti non sia più la crescita della raccolta differenziata, arrivata al 68%, ma l’aumento del riciclo effettivo, fermo al 52%. Per colmare il gap serviranno una piena applicazione della responsabilità estesa del produttore, maggiori investimenti e una rete impiantistica più equilibrata sul territorio. Centrale anche il tema della governance: secondo ARERA, superare la frammentazione gestionale e rafforzare la regolazione saranno condizioni indispensabili per sostenere la transizione

    La crescita della raccolta differenziata non basta più a misurare il grado di avanzamento dell’economia circolare italiana. È il passaggio dalla raccolta al riciclo effettivo, dalla quantità di rifiuti intercettati alla capacità industriale di trasformarli in nuova materia, il vero banco di prova per il sistema nazionale di gestione dei rifiuti urbani. Una sfida che, secondo il Green Book 2026 di Utilitalia e Utilitatis presentato nei giorni scorsi al Green Med Expo & Symposium di Napoli, non riguarda soltanto la disponibilità di impianti o il miglioramento delle performance di raccolta, ma anche e soprattutto la capacità di costruire filiere economicamente sostenibili attraverso una piena applicazione della responsabilità estesa del produttore (EPR) e una governance territoriale più solida. Obiettivi da raggiungere anche con assetti regolatori capaci di sostenere investimenti e qualità del servizio.

    “Nel nostro Paese la raccolta differenziata continua a crescere – ha detto il presidente di Utilitalia Luca Dal Fabbro – siamo al 68%, ma gli obiettivi europei al 2035 si giocano sull’effettivo riciclo e sulla riduzione dello smaltimento in discarica. Oggi siamo al 52% di effettivo riciclo, ovvero 13 punti percentuali in meno di quanto richiesto dall’Europa entro i prossimi anni. In questo scarto tra i due indicatori si giocano la qualità dei conferimenti, l’efficienza della selezione, la riduzione degli scarti e la capacità di collocare stabilmente le materie prime seconde nei cicli produttivi“.

    L’analisi delle frazioni avviate a riciclo mostra il ruolo predominante dell’organico, che rappresenta il 41% del totale, seguito da carta e cartone con il 25%, vetro con il 13%, legno con il 7% e plastica con il 6%. Dietro questi numeri si nascondono filiere molto diverse tra loro per caratteristiche industriali, qualità dei materiali raccolti, costi di trattamento e sbocchi di mercato. Proprio la plastica rappresenta uno dei casi più significativi: pur incidendo relativamente poco in termini di peso, continua a essere una delle frazioni più complesse da gestire per la forte variabilità qualitativa dei flussi, la presenza di materiali estranei e la concorrenza esercitata dalle materie prime vergini.

    In questo contesto, il Green Book individua nella responsabilità estesa del produttore uno degli strumenti decisivi per consolidare la sostenibilità economica del sistema. “La responsabilità estesa del produttore assume un ruolo centrale su due fronti: innanzitutto per sostenere il riciclo e in secondo luogo per dare stabilità alla filiera del recupero”, ha affermato Dal Fabbro, ricordando come la crescita dell’economia circolare richieda un collegamento sempre più stretto tra chi immette prodotti sul mercato e chi è chiamato a gestirne il fine vita, superando la tradizionale separazione tra fase produttiva e fase di recupero.

    È proprio sul terreno dell’EPR che il rapporto concentra una delle sue indicazioni più significative. I dati elaborati a partire dalle dichiarazioni MUD 2024 mostrano infatti che i costi di raccolta e trattamento variano sensibilmente tra le diverse filiere. Per il vetro i costi medi oscillano tra 24,2 e 27,8 centesimi di euro al chilogrammo, mentre per carta e cartone si collocano tra 27,33 e 30,23 centesimi. Gli imballaggi in plastica raggiungono invece valori compresi tra 43,67 e 53,44 centesimi al chilogrammo, evidenziando quanto la qualità dei materiali raccolti e la presenza di frazioni estranee incidano sull’efficienza economica del sistema. Secondo il Green Book, il principio europeo del ‘chi inquina paga’ può trovare piena applicazione soltanto se i sistemi EPR garantiscono una copertura effettiva dei costi efficienti sostenuti dai gestori lungo l’intera filiera del post-consumo, come riconosciuti dalla regolazione Arera attraverso il metodo tariffario.

    La sfida più rilevante resta tuttavia quella infrastrutturale. Il raggiungimento degli obiettivi europei al 2035, ovvero il 65% di riciclo e la riduzione del conferimento in discarica al 10%, richiedono una rete impiantistica adeguata e distribuita in maniera più equilibrata sul territorio nazionale. Le stime contenute nel Green Book evidenziano ancora deficit importanti nel Mezzogiorno e in Sicilia sia per il trattamento della frazione organica sia per la gestione del rifiuto indifferenziato residuo.

    In questo quadro, la realizzazione del termovalorizzatore di Roma viene indicata come un intervento in grado di ridurre sensibilmente il fabbisogno impiantistico dell’area centrale del Paese, mentre gli impianti sostenuti dal Pnrr, dal decreto aiuti e dagli investimenti diretti delle aziende contribuiranno a colmare parte del fabbisogno relativo all’organico. Resta però aperta la questione della capacità di trattamento nel Sud Italia, dove la disponibilità di impianti continua a essere inferiore rispetto ai quantitativi di rifiuti prodotti.

    Proprio gli investimenti rappresentano uno dei fattori chiave per superare le criticità storiche del settore. Nel 2024 le aziende della gestione dei rifiuti hanno realizzato investimenti per circa 2 miliardi di euro. A trainare la crescita sono soprattutto le imprese di maggiori dimensioni, che tra il 2016 e il 2024 hanno più che raddoppiato i volumi investiti. Permangono però forti differenze territoriali: nel Nord gli investimenti medi hanno raggiunto 4,5 milioni di euro per azienda contro i 2,8 milioni registrati nel Sud e nelle Isole.

    Un divario che conferma la necessità di rafforzare la capacità industriale e finanziaria nelle aree che presentano i maggiori fabbisogni infrastrutturali. Tema che nel Green Book si intreccia con quello della governance del servizio e della frammentazione degli assetti locali, indicata come uno dei principali ostacoli alla modernizzazione del settore. Nonostante i progressi registrati negli ultimi anni, si legge, oggi solo il 39% della popolazione è servito da società affidatarie selezionate tramite gara e il 62% dei bandi continua a essere promosso direttamente dai Comuni, quasi sempre per il solo territorio comunale.

    Le gare per l’affidamento del servizio, rileva il Green Book, hanno una durata media inferiore ai cinque anni e risultano concentrate prevalentemente sulle attività di raccolta e trasporto, mentre la componente impiantistica continua a svolgere un ruolo marginale. Il risultato è un sistema caratterizzato da livelli di servizio eterogenei e da dimensioni gestionali spesso polverizzate. Le gare d’ambito restano numericamente limitate ma interessano circa sette milioni di abitanti e un valore economico complessivo stimato in 16 miliardi di euro, confermando il potenziale di modelli più integrati e orientati alla programmazione di lungo periodo.

    “Nei rifiuti siamo esattamente nella situazione contraria rispetto all’energia, con una frammentazione gestionale e anche dei regolatori territoriali molto forte”, ha osservato Alessandro Bratti, membro del collegio dei commissari di Arera, secondo cui la regolazione dovrà accompagnare il processo di maturazione industriale del settore, intervenendo sui meccanismi tariffari, sulla qualità dei dati e sulla definizione dei costi efficienti. Tema, quest’ultimo, direttamente legato alla riflessione sulla sostenibilità economica delle gestioni e sul ruolo della responsabilità estesa del produttore. Un confronto che l’Autorità punta inoltre a rafforzare rilanciando l‘Osservatorio della regolazione, “un luogo dove interloquire con gli stakeholder in maniera continua”, ha spiegato Bratti.

    Le disparità infrastrutturali e gestionali si riflettono anche nei valori delle tariffe rifiuti: nel 2025, rileva il Green Book, la Tari media nazionale si attesta a 333 euro, ma con al Nord un valore medio pari a 288 euro, mentre nel Centro e nel Sud si raggiungono rispettivamente 358 e 378 euro. Un conto che nel prossimo futuro potrebbe farsi più salato per effetto del probabile inserimento dell’incenerimento dei rifiuti tra i settori soggetti al meccanismo ETS. Entro la fine di luglio la Commissione europea dovrebbe presentare la valutazione d’impatto della misura che, secondo la federazione delle utility, “potrebbe generare un aggravio tariffario fino a 45 euro la tonnellata e oneri aggiuntivi per il settore fino a 350 milioni di euro l’anno – ha detto Dal Fabbro – e questo è inaccettabile. Il waste to energy è un tassello fondamentale per la chiusura del ciclo. Bisogna andare a Bruxelles con una posizione forte e condivisa. Non potranno essere le imprese a sostenere questi extra oneri, ma soprattutto non dovranno farlo i cittadini”.

    A cura di Redazione Ricicla.tv

  • Rifiuti, ARERA prepara il nuovo corso: focus su costi efficienti e confronto istituzionale

    Costi efficienti, qualità dei dati, regolazione degli impianti e confronto permanente con gli stakeholder saranno tra i principali dossier della prossima fase regolatoria di ARERA nel settore rifiuti. Al Green Med Expo & Symposium di Napoli, il componente del Collegio Alessandro Bratti ha anticipato alcune delle direttrici del nuovo quadro strategico 2026-2029. Sullo sfondo restano le sfide della frammentazione gestionale, dell’evoluzione tariffaria e della costruzione di basi informative condivise

    Costi efficienti, qualità dei dati e confronto permanente con gli stakeholder. Dopo gli anni dedicati alla costruzione dell’architettura regolatoria del settore rifiuti, Arera si prepara ad aprire una nuova fase del proprio percorso, come messo in chiaro da Alessandro Bratti, componente del collegio dell’Autorità, in occasione del Green Med Expo & Symposium di Napoli. Intervenendo alla presentazione del Green Book 2026 di Utilitalia e Utilitatis, il commissario ha indicato i principali dossier sui quali si concentrerà il lavoro dei prossimi anni. Un anticipazione del quadro strategico 2026-2029 al quale l’authority sta lavorando già da diverse settimane.

    “La regolazione dei rifiuti è la più giovane in assoluto”, ha ricordato Bratti, rivendicando i risultati ottenuti negli ultimi anni ma senza negare la complessità del quadro e, nello specifico, l’elevata frammentazione della governance, che frena l’applicazione degli strumenti regolatori. “Se abbiamo circa 3.000 enti territorialmente competenti – ha detto – significa avere anche circa 3.000 stazioni appaltanti. Regolare una realtà così frammentata non è semplice. Applicare i modelli dei piani economico-finanziari in un ente d’ambito strutturato può essere complesso ma gestibile. Farlo in un piccolo Comune è sicuramente molto più difficile”.

    Nonostante le difficoltà “il mio giudizio sul lavoro svolto è estremamente positivo”, ha detto Bratti, chiarendo però che “alcune cose devono essere migliorate”. Tra i temi sui quali occorre accendere i riflettori “c’è quello della regolazione degli impianti, sul quale probabilmente dovremo concentrare maggiormente la nostra attenzione”, ma soprattutto “il tema dei cosiddetti costi efficienti, sul quale sarà necessario aprire un confronto con i diversi stakeholder, perché si tratta di un argomento fondamentale”.

    Un passaggio chiave, alla luce del crescente peso che i meccanismi di riconoscimento dei costi stanno assumendo nella gestione del servizio – a partire dai rapporti tra Comuni, gestori e sistemi di responsabilità estesa del produttore – e in vista del debutto della nuova articolazione tariffaria a partire dal 2028. “Noi abbiamo la necessità di implementare e migliorare le nostre banche dati, anche per la gestione dei piani economico-finanziari – ha osservato Bratti – ma credo che, se vogliamo aprire una discussione seria sui costi efficienti, dobbiamo prima condividere i dati di partenza. Se non condividiamo quelli e ciascuno continua ad avere i propri numeri, qualsiasi discussione rischia di trasformarsi in una conversazione da bar, dove ognuno sostiene la propria tesi senza una base comune”.

    Per scongiurare l’effetto conversazione (o rissa) da bar, e più in generale per lanciare un segnale di apertura e trasparenza nei rapporti tra regolatore e operatori, l’idea dell’Autorità, ha spiegato Bratti, è quella di rilanciare l’Osservatorio della regolazione, facendone una sede permanente di confronto con i portatori d’interesse. “Abbiamo bisogno di avere un luogo dove interloquire con gli stakeholder in maniera continua”, ha affermato Bratti.

    Un’attività di ascolto e confronto che è già partita nelle scorse settimane con una serie di audizioni informali dalle quali, ha detto il commissario, “abbiamo già raccolto alcune indicazioni importanti”: dalle “discrepanze esistenti tra il bando tipo e i metodi tariffari” alla necessità di rivedere “la procedura di approvazione dei PEF” e alcuni indicatori come “l’indicatore R3 relativo all’impatto ambientale”, sul quale è già in atto un approfondimento con Ispra. “Abbiamo raccolto con attenzione tutte queste sollecitazioni e credo che creare momenti di confronto più interattivi tra l’Autorità e gli stakeholder rappresenti un valore aggiunto per tutti: per chi deve regolare e per chi deve essere regolato”, ha concluso Bratti.

    A cura di Luigi Palumbo su www.riciclanews.it

  • Riciclo degli imballaggi, il nuovo accordo rafforza i corrispettivi ma la sfida resta industriale

    Il nuovo accordo di comparto rafforza il sostegno economico alla raccolta differenziata degli imballaggi, adeguando i corrispettivi al principio europeo della copertura dell’80% dei costi efficienti. Al centro anche la qualità dei materiali raccolti, con nuovi meccanismi premiali per le filiere. Per Comuni e consorzi, però, la vera sfida resta lo sviluppo di una politica industriale capace di valorizzare le materie prime seconde e sostenere il mercato del riciclo

    Corrispettivi più elevati, sostegno ai costi della raccolta differenziata, incentivi alla qualità dei materiali conferiti e un nuovo equilibrio tra consorzi, enti locali e gestori del servizio. Con l’entrata in vigore dell’accordo di programma quadro, dal 1 maggio 2026 sta prendendo forma la nuova architettura del sistema nazionale di gestione dei rifiuti di imballaggio. Ma per gli operatori della filiera il rafforzamento delle coperture economiche rappresenta soltanto una parte della sfida: per consolidare i risultati raggiunti dal riciclo italiano, è emerso in occasione del Green Med Expo & Symposium di Napoli, servirà soprattutto una politica industriale capace di valorizzare la materia prima seconda in un contesto sempre più segnato dalla volatilità dei mercati e dalle tensioni sulle catene di approvvigionamento.

    Il quadro che emerge dal nuovo accordo è quello di un sistema che, pur in continuità con il recente passato, entra in una nuova fase sia sotto il profilo economico che operativo. “Le novità riguardano in primo luogo la composizione dell’accordo – ha spiegato il presidente di Conai Ignazio Capuano in occasione del Green Med Expo & Symposium di Napoli – oltre ad Anci e Conai si sono aggiunti i consorzi autonomi e l’Unione delle province italiane. Ma la vera novità è il superamento del riferimento ai ‘maggiori oneri’ della raccolta in favore di un sistema che garantisca la copertura almeno dell’80% dei costi efficaci ed efficienti della raccolta. Una novità che ha richiesto un adeguamento importante dei corrispettivi riconosciuti ai Comuni”.

    La nuova intesa è stata siglata al termine di una lunga fase di negoziazione tra sistemi di responsabilità estesa, gestori del servizio pubblico e Comuni. “Più di 130 incontri, con oltre 200 ore di registrazione dei verbali poi messi a disposizione del Ministero dell’Ambiente – ha raccontato il vice direttore generale di Conai Fabio Costarella, chiarendo che – nel solo comparto plastica erano coinvolti più di 50 delegati”.

    Numeri che restituiscono la complessità di una trattativa incentrata soprattutto sull’adeguamento dei corrispettivi al nuovo principio europeo della copertura dell’80% dei costi efficienti della raccolta. Un adeguamento non più rinviabile, hanno sottolineato i Comuni, visto il contesto caratterizzato da costi di gestione in crescita costante, mercati delle materie prime seconde sempre più volatili e crescenti esigenze di sostenibilità economica del servizio. “Oggi raccogliere i rifiuti costa. La crisi energetica pesa in maniera significativa, il costo del personale cresce e ogni realtà ha le proprie complessità”, ha detto il sindaco di Napoli e presidente di Anci Gaetano Manfredi.

    In questo scenario, l’incremento dei corrispettivi riconosciuti a Comuni e gestori rappresenta un prezioso elemento di garanzia, ma da solo non basterà, concordano i sottoscrittori della nuova intesa, secondo cui il vero nodo resta la capacità di valorizzare industrialmente le materie recuperate. “Per poter rendere sostenibile il sistema dobbiamo avere una redditività industriale della materia seconda, più impianti e meno trasporti”, ha chiarito Manfredi, sottolineando la necessità di un intervento del governo per mettere in sicurezza le filiere del riciclo e garantirne lo sviluppo industriale. “Le crisi geopolitiche ci stanno dicendo che le catene di fornitura sono soggette a grandi shock. Noi abbiamo una ricchezza che sono i rifiuti e dobbiamo valorizzarla. Serve un vero piano nazionale di valorizzazione dei materiali recuperati”, ha aggiunto il presidente di Conai Ignazio Capuano.

    Tra gli accordi tecnici di comparto, il primo a essere stato adeguato al nuovo accordo è stato quello della carta e del cartone, operativo già dal 1 maggio 2026 con diverse novità e un obiettivo su tutti: spingere la qualità della raccolta più con elementi premiali che con penalizzazioni economiche. Anche per questo, oltre a incrementare i corrispettivi ai Comuni e ai soggetti convenzionati per ogni tonnellata raccolta, il nuovo allegato tecnico introduce una inedita fascia ‘premium’ per le raccolte con impurità inferiori al 2%, che ricevono una ulteriore maggiorazione del corrispettivo.

    “Un’attenzione particolare è stata poi riservata ai flussi di raccolta che non risultano particolarmente sviluppati, a partire dai cartoni per bevande – ha spiegato a Napoli il direttore generale di Comieco Roberto Di Molfetta – una delle nuove sfide che abbiamo davanti, alla luce del regolamento europeo sugli imballaggi che prevede un obiettivo specifico di riciclo del 55% al 2035″.

    Stando all’ultimo aggiornamento della banca dati Anci-Conai presentato nel corso del Green Med Expo & Symposium, nel 2024 sono poco più di 5,7 milioni di tonnellate i rifiuti da imballaggio conferiti dai comuni convenzionati al sistema nazionale di raccolta e riciclo, dietro il riconoscimento di 795 milioni di euro di corrispettivi. Complessivamente, nello stesso anno i rifiuti da imballaggio raccolti e avviati a recupero hanno toccato quota 8,3 milioni di tonnellate, con una percentuale di riciclo del 76,4%, superiore all’obiettivo europeo del 70% al 2030. Raggiunti e superati anche i singoli obiettivi per i vari materiali, inclusa la plastica, che nel 2024 ha fatto segnare un 51,4% di riciclo, al di sopra dell’obiettivo del 50% al 2025. “Questi risultati sono possibili perché esiste un sistema fatto di Comuni, imprese, cittadini e filiera del riciclo che lavora insieme”, ha commentato il presidente di Conai Ignazio Capuano.

    A cura di Elvira Iadanza e Luigi Palumbo su www.riciclanews.it