Categoria: Ambiente

  • Formazione RENTRI 2025 – Nuovo ciclo formativo

    In vista della seconda finestra temporale per l’iscrizione al RENTRI si svolgeranno 4 nuovi webinar nei mesi di giugno e luglio 2025

    Dal 15 giugno 2025 ed entro il 14 agosto 2025, seconda scadenza prevista dal D.M. 59/2023 per l’iscrizione, dovranno iscriversi al RENTRI:

    • gli enti e le imprese produttori di rifiuti pericolosi, con più di 10 e fino a 50 dipendenti,
    • gli enti e le imprese produttori di rifiuti non pericolosi di cui ai punti c), d) e g) dell’art. 184 del D. Lgs. 152/2006, con più di 10 e fino a 50 dipendenti.

    Dalla data di iscrizione questi soggetti hanno l’obbligo di tenere i registri di carico e scarico in formato digitale, utilizzando i propri sistemi gestionali o i servizi di supporto messi a disposizione gratuitamente dal RENTRI.

    Per maggiori informazioni, vi invitiamo a consultare le schede informative nella sezione “Supporto” del portale RENTRI (Portale Supporto), nonché i tutorial e le presentazioni messe a disposizione nella voce “Formazione” della home page ed in particolare:

    Presentazione: Iscrizione al RENTRI
    Tutorial: Iscrizione al RENTRI
    Tempistiche di iscrizione ed adempimenti

    I webinar si svolgeranno nei mesi di giugno e luglio 2025 e avranno una durata indicativa di 60 minuti. Il link per la registrazione sarà disponibile una settimana prima della data di ciascun evento.

    La partecipazione agli eventi è completamente gratuita e aperta a tutti i soggetti interessati.

    Programma dei webinar:

    1. Iscrizione al RENTRI: soggetti obbligati, procedure di iscrizione e risposte a quesiti frequenti raccolti dal servizio di assistenza
    2. Compilazione del registro da parte del produttore e modalità di scarico della copia completa del FIR

    A cura di Albo Nazionale Gestori Ambientali

  • Città spugna, un modello di gestione dell’acqua per la sostenibilità urbana

    Sponge City, letteralmente “città spugna”: si definisce così un sistema di drenaggio urbano, in grado di assorbire e trattenere l’acqua in eccesso, per poi riutilizzarla nei momenti di bisogno. Un approccio innovativo, pensato per contrastare i nubifragi e le bombe d’acqua che sempre più frequentemente colpiscono il territorio, causando allagamenti e alluvioni.  
     

    La prospettiva più ampia, in cui si inserisce questa idea, è quella di costruire città circolari e salubri, come racconta anche il distretto Circular&Healthy City di Ecomondo, l’evento internazionale dedicato all’economia circolare, che si terrà al Quartiere Fieristico di Rimini dal 4 al 7 novembre 2025. In quest’area, grazie alla presenza di aziende espositrici e a uno spazio convegni dedicato, si potrà scoprire come ripensare l’edilizia e la pianificazione urbana, anche attraverso tecnologie intelligenti, per migliorare la salute ambientale e collettiva, valorizzare le risorse ed efficientare il loro riciclo.

    Come funzionano le “città spugna”

    Il concetto di città spugna si basa su quello di Nature Based Solutions, soluzioni che si ispirano alla natura per risolvere i problemi: nel caso delle sponge city si riducono le inondazioni, si conserva l’acqua piovana per i periodi di siccità (anziché incanalarla e drenarla in fognatura) e si diminuisce l’inquinamento idrico. 

    In concreto, i materiali impermeabili, come l’asfalto, vengono sostituiti da superfici spugnose e porose, capaci di favorire il deflusso e allo stesso tempo mitigare l’effetto “isola di calore”, ovvero quel fenomeno che determina un microclima più caldo all’interno delle aree urbane rispetto alle zone periferiche e rurali circostanti. Altri elementi? Aree di bioritenzione, trincee infiltranti e drenanti, box alberati, bacini di detenzione, zone umide, sistemi di infiltrazione profonda e serbatoi di accumulo o cisterne.

    Il padre delle città spugna: Kongjian Yu

    La città spugna è un’idea che ha iniziato a diffondersi in Europa in tempi relativamente recenti per favorire la riqualificazione del territorio non solo sotto il profilo ambientale, ma anche urbanistico e sociale, rendendo così le città più attraenti per chi le vive e più resilienti di fronte ai rischi idraulici e idrogeologici. 

    A sviluppare il concetto di sponge city è stato in particolare Kongjian Yu, professore presso il College of Architecture and Landscape dell’Università di Pechino, fondatore dello studio Turenscape, pioniere di architettura del paesaggio e urbanistica in Cina. Come racconta in un’intervista a Materia Rinnovabile, fu lui già nel 2003 a proporre questo approccio al governo cinese, che poi lo ha adottato come politica nazionale nel 2013. Da allora Pechino ha investito molto su questo modello, anche se non tutte le città lo hanno implementato efficacemente, tanto che alcune aree urbane, pur essendo classificate come “città spugna”, hanno continuato a subire inondazioni, soprattutto durante eventi meteorologici estremi.

    Tuttavia, esistono anche esempi virtuosi: Sanya, Haikou e Pechino negli ultimi anni hanno resistito meglio alle piogge intense grazie ai miglioramenti apportati alle loro infrastrutture, riportando danni molto più ridotti rispetto alle devastanti alluvioni del 2012.

    Verso un “pianeta spugna”

    La sfida non riguarda solo le singole città, ma il sistema idrico globale, fino all’ipotesi di un vero e proprio “pianeta spugna”, che possa affrontare in modo significativo le future sfide del cambiamento climatico. << La creazione di città spugna in diverse aree del Pianeta, anche in regioni come l’Amazzonia, potrebbe aiutare a mitigare le sfide affrontate da città costiere come New York e Boston: è importante ricordare che i sistemi idrici globali sono interconnessi >>, spiega Kongjian Yu. 

    Il concetto sta guadagnando slancio su scala globale: il suo studio annovera progetti realizzati o in fase di avvio a Bangkok (Benjakitti Forest Park), Kazan, Parigi, Abu Dhabi, Città del Messico, oltre a dimostrazioni di interesse arrivate da India e Brasile.

    Anche in Europa ci sono casi emblematici, in primis Rotterdam: qui la Climate Change Adaptation Strategy mira a restituire spazio all’acqua in una città che, nel corso del tempo, ha sostituito i canali con strade e automobili. Copenaghen ha a sua volta avviato un programma ventennale di prevenzione delle inondazioni e gestione sostenibile delle risorse idriche, che prevede, tra le varie iniziative, un bacino per la raccolta delle piogge. Anche Barcellona si muove da tempo in questa direzione, grazie a un enorme sistema sotterraneo di raccolta delle acque meteoriche, a cui si affianca un sistema di telecontrollo che prevede diverse stazioni di pompaggio, pluviometri, sensori e chiuse.

    Anche Milano diventa spugna

    Anche in Italia si muove qualcosa, in particolare il progetto Città Metropolitana Spugna, che coinvolge il capoluogo lombardo e i comuni limitrofi con 90 interventi di riqualificazione. Promosso da Gruppo CAP e Città Metropolitana di Milano, e co-finanziato dal PNRR con 50 milioni di euro, il piano ha già avviato 32 cantieri.

    Gli obiettivi sono ambiziosi: 300.000 m² di nuove superfici verdi, 2.000 alberi e 32.000 arbusti piantati, oltre a un risparmio energetico annuo stimato in 126.000 kWh. Come sottolinea Yuri Santagostino, presidente di Gruppo CAP, è il momento di passare “da un approccio riparativo a uno preventivo” nella gestione del servizio idrico e non solo, investendo in infrastrutture capaci di assorbire gli impatti prima che accadano. 

    A cura di Emanuele Bompan e Maria Carla Rota 

    Il blog è un progetto editoriale sviluppato da Ecomondo con Materia Rinnovabile

    Credits: Haikou Meishe River Greenway and Fengxiang Park, un progetto dello studio Turenscape

  • PFAS – rendita agli eredi

    Trib. Vicenza n. 251/2025

    Il Tribunale di Vicenza riconosce una rendita agli eredi per la morte di loro parente a causa della protratta inalazione/contatto con i PFAS.

    Ritorna il concetto di “probabilità” che fonda il riconoscimento della causalità tra l’evento e il danno. In questo caso parliamo di PFAS di cui si parla ma poco si comprende. E’ cronaca recente che tali composti sono stati trovati anche negli indumenti dei pompieri.

    I PFAS  sono una famiglia di composti chimici artificiali caratterizzati dalla presenza di molteplici atomi di fluoro legati a una catena carboniosa. ​ Questi composti sono noti per la loro resistenza al calore, all’acqua e agli oli, e vengono utilizzati in numerosi processi industriali e prodotti di consumo, come rivestimenti antiaderenti, tessuti impermeabili, schiume antincendio e imballaggi alimentari.

    La loro esposizione può avvenire attraverso l’inalazione, l’assorbimento cutaneo o l’ingestione di acqua e cibo contaminati. ​ Studi scientifici hanno evidenziato possibili effetti nocivi sulla salute, tra cui un aumento del rischio di alcune patologie, come tumori, problemi al sistema immunitario e disturbi ormonali. ​

    IL CASO

    Il fatto sotteso alla sentenza riguarda il riconoscimento del diritto alla rendita ai superstiti e all’assegno funerario per gli eredi di un lavoratore deceduto a causa di un carcinoma uroteliale papillare della pelvi renale. ​ Gli eredi sostenevano che la malattia fosse stata causata dall’esposizione professionale a sostanze perfluorurate (PFAS e PFOA) durante l’attività lavorativa svolta presso la M. ​ S.p.a. dal 1979 al 1992. ​

    Il Tribunale di Vicenza ha accertato, con elevato grado di probabilità, il nesso di causalità tra l’esposizione a tali sostanze e la patologia che ha condotto al decesso, basandosi su prove testimoniali, documentali e perizie medico-legali. ​ Pertanto, ha condannato l’INAIL a costituire la rendita ai superstiti e a pagare i relativi ratei, oltre interessi legali e rivalutazione monetaria, riconoscendo il diritto degli eredi alle prestazioni previste dalla legge.

    LA PROVA

    L’esposizione a PFAS è stata dimostrata attraverso una combinazione di prove testimoniali, documentazione tecnica e perizie medico-legali. ​ In particolare:

    1. Testimonianze: I testimoni hanno dichiarato che Z.P. ​ lavorava nel reparto di neutralizzazione delle acque, adiacente al reparto di elettrofluorazione (ECF) dove venivano prodotti PFAS e PFOA. ​ I due reparti erano separati da una strada di circa 5 metri e si trovavano in un’area aperta, coperta da tettoie limitrofe. ​ Inoltre, le operazioni di pulizia dei reattori nel reparto ECF generavano una dispersione di fumi e sostanze nocive, che raggiungevano la postazione di Z.P., il quale lavorava senza dispositivi di protezione adeguati. ​
    2. Relazione tecnica: È stata presentata una relazione che evidenziava le concentrazioni di PFAS nel sangue dei dipendenti ed ex dipendenti della ditta M. ​ S.p.a., dimostrando una chiara esposizione a tali sostanze anche per lavoratori non direttamente coinvolti nella produzione. ​ Questo includeva Z.P., il cui reparto era collocato in prossimità di quello di produzione. ​
    3. Perizia medico-legale: Il consulente tecnico ha concluso che Z.P. era stato esposto a PFAS per tutto il periodo di lavoro (1979-1992) attraverso inalazione, assorbimento trans-cutaneo e ingestione di polveri contaminate. La vicinanza del reparto di Z.P. a quello di produzione e l’assenza di dispositivi di protezione hanno contribuito a questa esposizione. ​
    4. Produzione aziendale: La ditta M. S.p.a. aveva prodotto PFAS a catena lunga (PFOA e PFOS) fino al 2004, e le analisi ematiche dei dipendenti di quel periodo confermavano valori elevati di PFOA, compatibili con l’esposizione professionale. ​

    Questi elementi hanno permesso al Tribunale di ritenere provata l’esposizione di Z.P. ai PFAS durante la sua attività lavorativa E DUNQUE DI CONCRETARE LA “PROBABILITA’” della esposizione causale.

    A cura Studio Legale Ambiente – Cinzia Silvestri

  • Servizio idrico – pagamento canoni? in assenza del servizio

    Cass. civ. ord. 15059/2025

    Se il servizio di depurazione non è effettivo e concreto perché, ad esempio, mancano i sistemi di depurazione, l’utente non è tenuto a pagare il canone con il servizio di depurazione inesistente. L’onere di provare che il sistema di depurazione è esistente incombe a carico del gestore del servizio. La giurisprudenza  in passato aveva invece sostenuto che tale canone è comunque dovuto anche in assenza del sistema depurativo.

    IL CASO

    Il fatto che ha dato origine alla sentenza: la richiesta di un utente di fornitura idrica residente a Napoli, di ottenere la restituzione dei canoni di depurazione pagati nonostante il depuratore fosse inefficiente e non svolgesse la sua funzione di depurazione delle acque reflue. ​ La domanda si basava sulla sentenza n. 335/2008 della Corte Costituzionale, che aveva dichiarato l’incostituzionalità delle norme che prevedevano il pagamento della tariffa di depurazione anche in assenza del servizio effettivo. ​ Nel giudizio sono intervenuti altri utenti con richieste analoghe, e sono stati chiamati in causa il Comune di Napoli, la Regione Campania e XXX CAMPANIA Spa. ​

    LA DECISIONE

    La Corte di Cassazione ha rigettato il ricorso presentato dalla Società del Servizio Idrico integrato del COMUNE NAPOLI – AZIENDA SPECIALE contro la sentenza del Tribunale di Napoli .

    La Cassazione ha confermato che la Società  è tenuta alla restituzione dei canoni di depurazione agli utenti, in quanto soggetto che ha incassato le somme senza fornire il servizio di depurazione. ​ Inoltre, ha ritenuto che il Tribunale abbia motivato correttamente la decisione, rispettando il “minimo costituzionale” richiesto per la motivazione delle sentenze. ​

    La Corte ha anche dichiarato inammissibili alcuni motivi del ricorso per difetto di specificità e per la mancata dimostrazione che le questioni sollevate fossero state dedotte nei gradi di merito. ​ Infine, ha confermato che spettava alla società  ​ fornire la prova degli oneri relativi alla progettazione, realizzazione o completamento degli impianti di depurazione, trattandosi di un fatto impeditivo della pretesa restitutoria degli utenti. ​

    Scrive la Cassazione:

    Il Tribunale, considerato che la domanda svolta dall’attrice e dagli intervenuti afferiva a un contratto di utenza idrica, rispetto al quale unico titolare dal lato passivo era A.B.C. concessionaria del servizio idrico integrato, …..in base al principio della scomposizione della fattispecie ha ritenuto l’appellante tenuto, al fine di procedere allo scomputo dal credito restitutorio, all’onere della prova quanto agli oneri derivanti dalle attività di progettazione, realizzazione o completamento dell’impianto di depurazione, trattandosi di fatto impeditivo della pretesa restitutoria come peraltro enunciato da questa Corte già con la sentenza 12 giugno 2020, n. 11270, puntualmente richiamata in motivazione. Quanto detto dal Tribunale deve essere inteso nel significato che ragionevolmente può essere attribuito all’espressione usata, ossia non che A.B.C. fosse tenuta a provvedere agli oneri di progettazione, realizzazione o completamento dell’ impianto, ma alla prova del relativo ammontare onde provvedere allo scomputo da quanto oggetto di restituzione per effetto del non regolare funzionamento dell’ impianto, per essere a ciò tenuta in base al contratto di utenza idrica….”

    La Cassazione ha condannato la società al pagamento delle spese processuali in favore dei controricorrenti. ​

    A cura di Studio Legale Ambiente – Cinzia Silvestri

  • EMISSIONI NOCIVE – RISARCIMENTO DANNO

    Cass. Civ. ord. 13294/2025 – “più probabile che non”

    La Cassazione civile ha affrontato il tema del risarcimento del danno causato da inquinamento e il problema della ricerca della causalità. La decisione fa discutere perché pone al centro del processo la valutazione del consulente tecnico d’ufficio che evoca il concetto di “possibilità” causale tra le emissioni e le malformazioni congenite e dunque esclude il concetto di “probabilità” che disciplina l’ambito civilistico e permette il risarcimento del danno.

    Il percorso si conclude con un esito negativo per  le persone-attrici che hanno denunciato la relazione tra le emissioni nocive industriali subite e le malformazioni congenite riscontrate ed anzi sono state, pure in prima battuta, condannate al pagamento delle spese processuali.

    Il caso giudiziario: EMISSIONI NOCIVE – RISARCIMENTO DANNO

    Il caso riguarda la richiesta di risarcimento danni da parte di A.A., affiancato dai suoi congiunti, contro Raffineria XX Spa e XX Attività Diversificate Spa (Enichem Spa), per presunte malformazioni congenite (ipo-agenesia traversa arto superiore sinistro) attribuite alle emissioni nocive degli stabilimenti industriali.

    Sentenza di primo grado (2018)

    Il Tribunale ha rigettato le domande attoree, ritenendo non provato il nesso causale tra le malformazioni e le immissioni ambientali. ​ La consulenza tecnica d’ufficio (CTU) ha evidenziato solo una correlazione “possibile” e non “probabile” tra le sostanze nocive e la patologia. ​…continua lettura articolo immissioni nocive e “più probabile che non”…

    A cura Studio Legale Ambiente – Cinzia Silvestri

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  • Albo Gestori Cat. 5 (trasporto rifiuti pericolosi) Sistemi di Geolocalizzazione Rentri

    Le imprese iscritte in categoria 5 dell’Albo Nazionale Gestori Ambientali dovranno dotare i veicoli utilizzati per il trasporto di rifiuti speciali pericolosi di sistemi di geolocalizzazione: questo obbligo è stato introdotto dalla Delibera n. 3 del 19 dicembre 2024, in attuazione del D.M. n. 59/2023, e reso operativo dalla Circolare del MASE del 22 maggio 2025, che ne chiarisce modalità, tempi e adempimenti.

    Sono obbligati tutti i soggetti iscritti in categoria 5 che trasportano rifiuti pericolosi. I dispositivi di geolocalizzazione devono rispettare i requisiti tecnici del Decreto Direttoriale n. 253/2024.
    Per dimostrare l’adeguamento, il legale rappresentante deve inviare, tramite il sistema AGEST, una dichiarazione sostitutiva contenente i dati dei veicoli e la presenza del dispositivo, dal 1° luglio al 31 dicembre 2025. Dal 1° gennaio 2026, tale attestazione dovrà essere sempre inclusa in ogni nuova iscrizione o variazione.
    Il mancato invio entro il 31/12/2025 comporta l’avvio di un procedimento disciplinare da parte dell’Albo.

    A cura di Ecotest Magazine #16

  • Buenos Aires: al via il progetto di depurazione delle acque reflue più grande del Sud America

    Il maxi impianto è già un simbolo internazionale dei progressi contro il cambiamento climatico: ripulirà dalle acque di scarico uno dei corsi d’acqua più inquinati dell’America Latina, e andrà a beneficio di oltre 4 milioni di persone in 14 comuni.

    Il Riachuelo, grande fiume che costeggia Buenos Aires per finire nel Río de la Plata, torna a respirare. A inizio giugno è stato messo in servizio il nuovo impianto di depurazione delle acque reflue, parte di quello che viene chiamato il “Sistema Riachuelo”, ovvero il più grande progetto di risanamento ambientale mai realizzato in Argentina che ha al centro proprio il trattamento delle acque del fiume.

    L’opera, che coinvolge 14 comuni e interessa oltre 4,3 milioni di cittadini, rappresenta un cambio di passo nella lotta all’inquinamento ambientale del bacino del Río de la Plata perché, dopo decenni di contaminazione dovuta a sversamenti e fognature abusive, il progetto segna l’inizio di una nuova era.

    Il Riachuelo, conosciuto anche come Rio Matanza, per oltre 150 anni è stato uno dei fiumi più inquinati dell’America Latina. Le sue acque hanno subito lo sversamento irregolare di scarti industriali e liquami fognari, oltre alle esondazioni che colpivano quartieri densamente popolati di Buenos Aires come La Boca e Barracas.

    Nel 2006, una class action di abitanti del bacino ha portato la Corte di Giustizia argentina a ordinare allo Stato la bonifica del fiume e, proprio da quell’istanza giudiziaria, è nato il progetto “Sistema Riachuelo”, un’opera infrastrutturale colossale sostenuta anche dalla Banca Mondiale.

    Depurazione delle acque reflue del Riachuelo: tre lotti, ma un unico sistema integrato

    Il Sistema Riachuelo si articola in tre grandi lotti infrastrutturali. Il primo ha previsto la realizzazione dei collettori principali e di tutte le opere necessarie per intercettare le acque reflue e piovane e convogliarle in profondità.

    Ma il cuore pulsante del sistema è il Lotto 2, affidato a Fisia Italimpianti, società leader nel settore water controllata dal Gruppo Webuild, che ha richiesto la costruzione di un impianto di pretrattamento di ultima generazione.

    Il Lotto 3, realizzato dal Gruppo Webuild, consiste invece in un tunnel idraulico, scavato a 40 metri di profondità sotto il letto del Río de la Plata, di 12 chilometri di lunghezza e dotato di 34 diffusori verticali (“risers”) che permettono il rilascio controllato delle acque trattate a largo fiume.

    Il Lotto 2 si sviluppa nell’area portuale di Avellaneda, a sud di Buenos Aires. È qui che le acque di scarico, convogliate a 40 metri di profondità, vengono sollevate da una stazione di pompaggio con una capacità di 36 m³/sec e avviate al pretrattamento.

    Il processo è diviso in due fasi:
    1. Nella prima vengono eliminati i detriti solidi.
    2. Nella fase successiva, attraverso l’impiego di microbolle d’aria in 32 canali areati, vengono separati dall’acqua le sabbie, gli oli e i grassi.

    Una volta trattata, l’acqua è rilanciata nella camera di carico e immessa nel tunnel per essere convogliata al Río de la Plata. Nel complesso il sistema è in grado di trattare 2,3 milioni di metri cubi di acque reflue al giorno, con una portata media di 27 m3 al secondo.

    Una nuova infrastruttura fognaria per 1,5 milioni di persone: un passo avanti verso la sostenibilità ambientale

    I benefici ambientali, economici e sociali che deriveranno dal Sistema Riachuelo sono di vasta portata.

    Oltre al trattamento diretto del fiume, per la prima volta dopo 70 anni il progetto ha previsto anche un ampliamento del sistema fognario dell’area metropolitana di Buenos Aires, consentendo a 1,5 milioni di nuovi utenti di accedere alla rete, e in questo modo riducendo drasticamente i rischi sanitari legati all’inquinamento idrico e migliorando i servizi in 14 comuni della città.

    Nel complesso, il “Sistema Riachuelo” risponde agli Obiettivi di Sviluppo Sostenibile dell’ONU, promuovendo la protezione degli ecosistemi acquatici e terrestri, migliorando la qualità della vita urbana e contribuendo ai progressi contro il cambiamento climatico.

    L’intera opera è stata riconosciuta come esempio concreto di infrastruttura resiliente e sostenibile, replicabile in altri contesti urbani ad alto tasso di urbanizzazione e stress ambientale.

    A cura di Newsletter Webuild Business Monthly News

  • Desalinizzazione in Nord Africa e Medio Oriente: i progetti che coinvolgono l’Italia

    La domanda globale di acqua sta crescendo a un ritmo allarmante, con previsioni di un aumento del 20-25% entro il 2050, e molti paesi della regione MENA sono alla ricerca attiva di investitori internazionali che contribuiscano a finanziare le loro crescenti e costose esigenze di desalinizzazione. L’Italia ha mostrato interesse per il settore, con un coinvolgimento sempre maggiore negli ultimi anni sulle coste meridionali del Mediterraneo.
     

    La scarsità d’acqua è un problema significativo in tutto il Medio Oriente e il Nord Africa. La regione MENA è la più colpita al mondo dallo stress idrico, con l’83% della popolazione che deve affrontarne livelli estremamente elevati, secondo l’Aqueduct Water Risk Atlas 2023 del World Resource Institute. Gli ultimi dati di quest’anno, pubblicati dal World Population Review, rivelano poi che quattro dei cinque paesi con il più alto stress idrico al mondo si trovano nella regione MENA: il Kuwait occupa il primo posto, mentre l’Oman è al terzo, seguito da Qatar, Bahrein, Libano, Emirati Arabi Uniti, Arabia Saudita, Egitto e Libia.

    Domanda globale di acqua: previsioni
    Non solo. La domanda globale di acqua, come ricorda anche la Giornata mondiale per la lotta alla desertificazione e alla siccità, che ricorre il 17 giugno, sta anche aumentando a un ritmo allarmante. Le previsioni di crescita si aggirano intorno a +20-25% entro il 2050 e, sempre entro metà secolo, si prevede che il 100% della popolazione della regione MENA sarà colpita da stress idrico estremo.
    In risposta alla gravità di questa sfida, i governi di tutta la regione si sono impegnati ad aumentare in modo significativo gli investimenti nella desalinizzazione, mettendo in campo un totale di 100 miliardi di dollari entro il 2030, rispetto ai 39,3 miliardi di dollari stanziati per i progetti realizzati nel 2022, con l’obiettivo di quasi raddoppiare l’attuale capacità. Queste proiezioni sono probabilmente molto sottostimate, poiché molti governi stanno anche pianificando di aumentare la produzione di idrogeno verde, un processo che comporta un consumo notevole di acqua pulita.
     

    Attualmente, la maggior parte dei paesi del Golfo dipende già in larga misura dall’acqua desalinizzata per il consumo dei propri abitanti: negli Emirati Arabi Uniti, il 42% dell’acqua potabile proviene da impianti di desalinizzazione che producono oltre 7 milioni di m3 al giorno, in Kuwait il 90%, in Oman l’86% e in Arabia Saudita il 70%.
     

    La regione MENA non è comunque l’unica a dover affrontare sfide legate alla scarsità idrica, poiché si prevede che l’Africa subsahariana registrerà l’aumento più significativo della domanda idrica, con un incremento del 163% entro il 2050 rispetto al 2019. Anche l’America Latina e i Caraibi dovrebbero soffrire di livelli elevati di stress idrico, a differenza del Nord America, dell’Europa e dell’Asia orientale, dove la domanda idrica dovrebbe rimanere più stabile.
     

    I progetti in corso in Medio Oriente e Nord Africa
    Molti paesi del Medio Oriente e del Nord Africa, tra cui Egitto, Emirati Arabi Uniti, Arabia Saudita e Oman, sono quindi alla ricerca di investitori internazionali che contribuiscano a finanziare le loro crescenti e costose esigenze di desalinizzazione. Mentre Francia e Spagna sono state finora in prima linea negli investimenti europei di questo tipo in Medio Oriente, l’Italia ha mostrato un crescente interesse per il settore, con un coinvolgimento sempre maggiore negli ultimi anni sulle coste meridionali del Mediterraneo.
     

    Egitto: desalinizzazione alimentata da energie rinnovabili
    L’Egitto ha all’attivo vari investimenti nella desalinizzazione e nella demineralizzazione. Nel 2018, per esempio, Orascom Construction Limited ha avviato l’impianto Multipurpose Applications by Thermodynamic Solar (MATS) a Borg El Arab, vicino ad Alessandria. Il progetto, cofinanziato dall’Unione Europea e da un consorzio di 11 partner provenienti da Italia, Egitto, Francia, Germania e Regno Unito, mira a utilizzare l’energia rinnovabile per ridurre il livello delle emissioni di carbonio rilasciate dal processo di desalinizzazione. Infatti, uno studio pubblicato lo scorso anno sulla desalinizzazione alimentata da energie rinnovabili per la produzione sostenibile di acqua in Medio Oriente ha concluso che l’impronta relativamente ridotta del CSP (rispetto agli impianti eolici) e la sua maggiore affidabilità ed efficienza lo rendono una soluzione ideale per i futuri progetti.


    L’impianto utilizza la tecnologia solare a concentrazione (CSP) per alimentare il sistema di desalinizzazione dell’acqua e produrre acqua potabile in grado di soddisfare il fabbisogno di circa 1.000 persone. La stazione CSP è supportata da una centrale a gas per stabilizzare l’alimentazione elettrica delle unità di desalinizzazione e demineralizzazione, secondo quanto riportato in una dichiarazione della Commissione Europea. Il progetto è guidato dall’Agenzia nazionale italiana per le nuove tecnologie, l’energia e lo sviluppo economico sostenibile (ENEA), mentre l’Accademia per la ricerca scientifica e tecnologica (ASRT) ha il ruolo di partner di ricerca principale in Egitto. Il budget totale ammonta a 22 milioni di euro, di cui 12,5 milioni di euro sono forniti come sovvenzione dall’Unione Europea.
     

    Nel 2022, poi, Cannon Artes ha firmato un contratto con la Suez Oil Processing Company del valore di 31 milioni di dollari per la costruzione di un impianto integrato di desalinizzazione e demineralizzazione. Un’iniziativa che fa parte di un più ampio progetto di modernizzazione della raffineria SOPC di Suez. Cannon Artes è responsabile della progettazione, dell’ingegneria, della produzione, della consegna, della messa in servizio e dell’avvio di un impianto integrato di trattamento delle acque.

    Emirati Arabi Uniti e Arabia Saudita: la cornice del Piano Mattei
    A seguito di un incontro a Roma tra il presidente degli Emirati Arabi Uniti, lo sceicco Mohammed bin Zayed, e il primo ministro italiano Giorgia Meloni nel febbraio 2025, gli Emirati Arabi Uniti hanno annunciato piani per investire 40 miliardi di dollari in Italia, di cui 250 milioni destinati alle energie rinnovabili, alla desalinizzazione e allo sviluppo di iniziative per l’ammoniaca verde e l’idrogeno verde. L’accordo è stato firmato dal gruppo italiano Sace, sostenuto dal governo, e dalla società emiratina di energie rinnovabili Amea Power nell’ambito del Piano Mattei e del piano industriale di Amea Power.


    Questa partnership mira anche a rafforzare le esportazioni italiane verso l’Africa e il Medio Oriente ed è incentivata da Sace attraverso una garanzia di prestiti uniti nella Push Strategy. Sace e Metito Utilities hanno anche firmato un altro accordo da 100 milioni di dollari in linea con il Piano Mattei, un’iniziativa concentrata su settori come acqua, acque reflue, desalinizzazione, termovalorizzazione e altro.
     

    Inoltre, la società saudita Acwa Power, attiva nel settore delle energie rinnovabili, ha firmato un accordo con sei investitori italiani per promuovere una partnership incentrata sull’idrogeno verde, la desalinizzazione e la ricerca e sviluppo. L’accordo è stato firmato nel 2023 e ha visto la partecipazione di Confindustria, con l’obiettivo di valutare il potenziale di progetti relativi all’idrogeno verde e alla desalinizzazione dell’acqua.
     

    All’inizio di quest’anno, poi, Acwa Power ha firmato cinque memorandum d’intesa con quattro organizzazioni italiane, tra cui il produttore di elettrodi De Nora, per aiutare a integrare soluzioni avanzate di trattamento dell’acqua nei progetti di desalinizzazione di Acwa Power, come le tecnologie di valutazione della disinfezione e i test pilota di nuovi sistemi. L’accordo si basa su un precedente accordo firmato nel 2023 con De Nora.
     

    Oman: in costruzione il più grande impianto del sultanato
    L’azienda italiana di trattamento delle acque Fisia Italimpianti, filiale del conglomerato di ingegneria e costruzioni Webuild Group, si è aggiudicata due contratti per un valore complessivo di circa 330 milioni di dollari per la costruzione di due impianti di desalinizzazione in Oman per la società statale Oman Power and Water Procurement Company. Il primo progetto, Ghubrah 3, avrà una capacità produttiva di 300.000 m3 di acqua al giorno, mentre il secondo, Barka 5, ne produrrà 100.000 m3 al giorno, rendendo Ghubrah il più grande impianto del sultanato. Fisia Italimpianti detiene una partecipazione del 50% in entrambe le joint venture.
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    Gli impatti ambientali della desalinizzazione
    Sebbene questi progetti di desalinizzazione contribuiscano a garantire un approvvigionamento idrico affidabile e sostenibile per grandi comunità, possono avere un impatto negativo sull’ambiente, in particolare sugli ecosistemi marini. Uno studio pubblicato lo scorso anno mostra che la stazione di Bousfer, situata sulla costa di Orano, nell’Algeria occidentale, ha scaricato la salamoia direttamente sulla costa causando molteplici effetti negativi, come la formazione di schiuma sulla superficie dell’acqua, che può indicare la possibilità di contaminazione da sostanze chimiche utilizzate nel processo di desalinizzazione per osmosi inversa. Lo stesso studio ha dimostrato che lo scarico di salamoia dalla stazione ha un impatto sull’abbondanza di specie, tra cui, ma non solo, le alghe endosimbionti, e un impatto ambientale più ampio sul suolo circostante, con il rischio di contaminare il terreno e l’acqua.

    Un altro aspetto importante che è stato trascurato nella valutazione dei processi avanzati di trattamento delle acque, come la desalinizzazione, è l’elevato livello di gas serra emessi durante il processo. A seconda del livello di salinità e del metodo di desalinizzazione utilizzato, la desalinizzazione richiede un elevato consumo di energia che, ad esempio nel caso dell’osmosi inversa (il metodo più diffuso), varia da 2,5 a 4,0 kWh per m3. Ciò significa che l’impianto Ghubrah 3 dell’Oman, con una capacità di 300.000 m3/giorno, emetterebbe almeno 295 tonnellate di anidride carbonica al giorno, equivalenti a 69 autovetture a benzina guidate per un anno. Dato che i paesi della regione MENA hanno firmato l’Accordo di Parigi impegnandosi a passare alle energie rinnovabili e a ridurre le emissioni, tutti i governi sono alla ricerca di modi per aumentare gli investimenti nella desalinizzazione alimentata da energie rinnovabili.
     

    Infine, la desalinizzazione dovrebbe essere utilizzata anche per fornire acqua dolce per la produzione di idrogeno verde, uno dei principali ostacoli per le zone con scarsità d’acqua. Un rapporto dell’Agenzia internazionale per l’energia (AIE) ha stimato che per ogni chilogrammo di idrogeno verde prodotto sono necessari 9 litri d’acqua. Un altro studio ha rilevato che se la produzione di idrogeno verde fosse alimentata da energia solare, il fabbisogno idrico totale sarebbe di circa 32 kg di acqua per ogni kg di idrogeno verde, mentre con l’energia eolica il fabbisogno idrico cumulativo sarebbe di 22 kg di acqua.

    A cura di Noor El Leil – Blog è un progetto editoriale sviluppato da Ecomondo con Materia Rinnovabile

  • Consultazione su ecoprogettazione pneumatici

    L’Oeko-Institut, su indicazione della Commissione europea, è stato incaricato di condurre uno studio preparatorio sugli pneumatici nell’ambito dei lavori di definizione delle regole di ecodesign come previsto dal Regolamento (UE) 2024/1781 recante requisiti di progettazione ecocompatibile per prodotti sostenibili (ESPR). 

    Obiettivo dello studio, che viene condotto da un consorzio composto da VITO, Oeko-Institut, Ecomatters e Trinomics, è quello di indagare sui potenziali requisiti normativi dell’ESPR applicabili alla produzione degli pneumatici. Il gruppo di lavoro si sta concentrando sui possibili requisiti di progettazione ecocompatibile per gli pneumatici C1, C2 e C3 e per altre categorie di pneumatici (ad esempio agricoli, motocicli, aerei, biciclette, fuoristrada).

     Nell’ambito di questo studio il Consorzio responsabile ha avviato una consultazione, rivolta a tutti i soggetti interessati. Attesi contributi. 

    Per maggiori informazioni si rimanda alla Circolare 2025/219/SAEC-EUR/CS del 12.06.2025 pubblicata sul sito ASSOAMBIENTE.

    A cura di NEWSLETTER ASSOAMBIENTE

  • Consultazione finale ARERA su nuovi criteri di articolazione tariffaria agli utenti – invio contributi entro l’8 luglio 2025

    L’ARERA ha pubblicato il documento di consultazione DCO 248/2025/R/rif che illustra gli orientamenti finali in materia di articolazione dei corrispettivi nel servizio di gestione dei rifiuti urbani. Attesi contributi.

    Per maggiori informazioni si rimanda alla Circolare 2025/221/SA-ARE/TO del 12.06.2025 pubblicata sul sito ASSOAMBIENTE.

    A cura di NEWSLETTER ASSOAMBIENTE