Categoria: Ambiente

  • Carta e cartone, il riciclo resta sopra il 90%

    A cura di www.youtube.com/@ricicla_Tv

  • Inceneritori nell’ETS dal 2031: Bruxelles prepara la proposta

    L’estensione dell’ETS agli inceneritori di rifiuti potrebbe partire dal 2031, secondo indiscrezioni Reuters, dopo la valutazione che la Commissione europea dovrà presentare entro il 31 luglio 2026. Il nodo riguarda l’impatto economico del carbon pricing sul waste-to-energy, con il rischio di aumenti dei costi di conferimento e possibili effetti distorsivi verso la discarica. Secondo Utilitalia, la misura potrebbe comportare aggravi fino a 45 euro a tonnellata e oneri aggiuntivi fino a 350 milioni di euro l’anno per il settore

    Potrebbe non essere più questione di se ma di quando. L’estensione del meccanismo ETS anche agli impianti di incenerimento dei rifiuti potrebbe arrivare già nel 2031, secondo quanto anticipato da Reuters sulla base di dichiarazioni rese in forma anonima da funzionari della Commissione Ue. La riserva potrebbe essere sciolta già nei prossimi giorni. Entro il 31 luglio 2026 Bruxelles dovrà infatti presentare una valutazione d’impatto della misura e chiarire se e come intende procedere. La strada, secondo Reuters, sarebbe tracciata.

    L’inclusione degli impianti di waste to energy nell’ambito di applicazione dell’ETS era stata proposta dal Parlamento europeo durante i negoziati sulla riforma del sistema avanzata dalla Commissione nel pacchetto di misure climatiche ‘Fit for 55’. Al termine dei negoziati istituzionali tra Consiglio e Parlamento Ue era stato dato mandato alla Commissione di verificare gli impatti economici e ambientali della misura, incluso il rischio che un aumento dei costi di conferimento agli inceneritori, determinato dal nuovo obbligo di acquisto di quote di CO2, potesse favorire lo smaltimento in discarica. Per questo, già dal 2024 gli impianti di dimensioni maggiori sono obbligati a comunicare all’Ue i dati sulle emissioni in atmosfera.

    Secondo quanto appreso da Reuters, la Commissione avrebbe valutato positivamente l’estensione dell’ETS all’incenerimento. Tuttavia, a differenza del compromesso raggiunto tra istituzioni Ue, che puntava all’inclusione già a partire dal 2028 assieme all’avvio dell’ETS 2 – che coinvolgerà anche settori fin qui non regolati come edifici, trasporto stradale e piccole industrie – Bruxelles sarebbe invece pronta a proporre un approccio progressivo con partenza dal 2031. Il tema, infatti, resta divisivo. Secondo Utilitalia, la federazione italiana delle utility, l’estensione dell’ETS potrebbe generare un aggravio tariffario fino a 45 euro la tonnellata per i conferimenti agli impianti e oneri aggiuntivi per il settore fino a 350 milioni di euro l’anno.

    La valutazione d’impatto e la proposta di estensione del carbon pricing agli inceneritori potrebbero essere presentate dalla Commissione già il prossimo 17 luglio, quando si aprirà il cantiere per una nuova riforma del sistema, caldeggiata da ampi settori dell’industria continentale e da diversi Stati membri – in testa l’Italia, che ha più volte sollecitato la sospensione dell’ETS – preoccupati per gli impatti del meccanismo sui bilanci e sulla competitività delle imprese.

    Il nodo principale riguarda le quote gratuite di emissione riconosciute alle imprese, in particolare a quelle esposte al rischio di ‘carbon leakage’. La proposta di riforma dovrebbe essere accompagnata da una revisione dei parametri per il periodo compreso tra 2026 e 2030, ma il confronto guarderà con ogni probabilità già alla traiettoria successiva, fino al 2040, quando l’Unione europea punta a una riduzione del 90% delle emissioni nette di gas serra.

    A cura di Redazione Ricicla.tv

  • RAEE, l’UE vuole più riciclo ma rischia di ostacolarne le movimentazioni

    Dal 1 gennaio 2027 i RAEE non pericolosi destinati a recupero usciranno dal regime semplificato della ‘lista verde’ per passare alla procedura PIC. Una stretta che, denunciano le associazioni europee della filiera, potrebbe aumentare costi, ritardi e oneri amministrativi. Ostacolando riciclo avanzato, recupero di materie prime critiche e autonomia industriale europea

    Lo sviluppo di una filiera europea del riciclo avanzato dei rifiuti da apparecchiature elettriche ed elettroniche (i RAEE) rischia di impattare contro il muro delle complesse procedure che regolano i trasferimenti transfrontalieri. La data che potrebbe segnare la pesante battuta d’arresto è quella del 1 gennaio 2027. Da quel momento in poi, infatti, per le spedizioni intra-Ue di RAEE non pericolosi destinati a recupero finirà il regime agevolato della cosiddetta ‘lista verde’ per passare alla ben più complessa procedura di notifica e autorizzazione preventiva, la Prior Informed Consent (o PIC).

    Un cambio di regime che avrebbe l’effetto di rendere “più difficile, lento e costoso movimentare materiali secondari all’interno dell’Ue”, incluse risorse critiche e strategiche, scrivono in un position paper congiunto DigitalEurope, Eurometaux, European Recycling Platform, FEAD, ITI e Recycling Europe. Secondo le associazioni, che insieme rappresentano l’intera catena del valore europea dei prodotti elettrici ed elettronici, dalla produzione al recupero, applicare la procedura PIC anche ai flussi intra-Ue di RAEE non pericolosi rischia di trasformare materiali già gestiti in sistemi tracciati e autorizzati in una nuova fonte di “costi, ritardi, garanzie finanziarie e oneri amministrativi”.

    Nelle intenzioni dell’Ue la stretta dovrebbe rafforzare il controllo sulle movimentazioni, ma per l’industria potrebbe produrre l’effetto opposto: rendere più difficile il funzionamento del mercato unico delle materie prime seconde e del riciclo proprio in una fase in cui, almeno nelle dichiarazioni d’intenti, Bruxelles starebbe provando a superare gli ostacoli che ne frenano lo sviluppo.

    Un esito paradossale, la cui genesi risale ai provvedimenti con i quali l’Unione europea ha adeguato la propria disciplina sulle spedizioni transfrontaliere di rifiuti alle nuove previsioni della Convenzione di Basilea. Una riforma che, di fatto, ha esteso ai rifiuti elettronici, pericolosi e non, lo stesso regime che vale per i rifiuti pericolosi tout court.

    Già dal 1 gennaio 2025, quindi, le esportazioni di RAEE verso Paesi non Ocse sono state vietate, mentre per le spedizioni verso Paesi Ocse è stata introdotta la procedura PIC. Per gli scambi tra Stati membri, invece, la procedura di notifica e consenso, al momento, è stata introdotta per i soli RAEE pericolosi, mentre quelli non pericolosi avviati a recupero possono continuare temporaneamente a muoversi con il regime agevolato della ‘lista verde’ ma solo fino alla fine del 2026. Dal 2027, salvo modifiche, anche questi flussi saranno assoggettati alla procedura PIC.

    Secondo le associazioni, tuttavia, “le procedure PIC non sono concepite per flussi di materiali circolari caratterizzati da regolarità ed elevata frequenza”. La loro applicazione generalizzata ai rifiuti elettronici non pericolosi all’interno dell’Ue sostituirebbe “una logistica circolare prevedibile con approvazioni caso per caso, oneri aggiuntivi, garanzie finanziarie, carichi di lavoro amministrativi e ritardi”.

    L’effetto complessivo, avvertono le associazioni, comprometterebbe in modo significativo la sostenibilità delle catene del valore circolari in tutta Europa, visto che “molte attività di riciclo, ricondizionamento e rigenerazione ad alto valore aggiunto operano su scala europea anziché nazionale, facendo affidamento su spedizioni prevedibili all’interno dell’Ue per raggiungere volumi di trattamento sufficienti e mantenere la sostenibilità economica”.

    Guardando al solo riciclo, il position paper ricorda che la capacità di trattamento avanzata, quella che punta ad esempio a recuperare dai RAEE risorse critiche e strategiche, non è distribuita in maniera uniforme in Europa. Per questo attualmente circa il 75% delle componenti RAEE spedite verso impianti specializzati è gestito in ‘lista verde’, dopo la rimozione delle componenti pericolose. Rallentare o ingolfare questo meccanismo, è la posizione delle associazioni, equivarrebbe a una retromarcia lungo il percorso dell’Ue per una maggiore autonomia strategica nel reperimento delle risorse critiche e strategiche necessarie all’industria. Risorse che secondo il Critical Raw Materials Act entro il 2030 dovranno provenire per almeno il 25% proprio dal riciclo.

    Alle conseguenze economiche e industriali si associano i potenziali rischi sul piano ambientale. Il passaggio alla procedura PIC per tutte le movimentazioni di RAEE non pericolosi, osservano infatti le associazioni, finirebbe per sovraccaricare di notifiche le autorità competenti, costringendole a sottrarre tempo e risorse al contrasto dei traffici illegali. La recente attivazione del portale telematico DIWASS, aggiungono, “non può giustificare l’assoggettamento delle spedizioni intracomunitarie a basso rischio a procedure PIC non necessarie”.

    Lo stop alle spedizioni dei RAEE non pericolosi in ‘lista verde’, insomma, rappresenta “una chiara incoerenza politica: misure volte a rafforzare la resilienza ambientale e industriale finirebbero, in pratica, per limitare proprio quei flussi di materiali necessari a conseguirla”. Per questo secondo le associazioni serve un passo indietro da parte di Bruxelles. “Mantenere l’inserimento nella ‘lista verde’ oltre il 1 gennaio 2027 – scrivono – è lo strumento di politica che concilia al meglio la tutela dell’ambiente, la resilienza industriale e gli obiettivi dell’Europa in materia di economia circolare”.

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    A cura di Redazione Ricicla.tv

  • Allarme WWF a seguito delle operazioni di svaso della diga effettuate da Enel Green Power

    Evidenti gli impatti sulla biodiversità e dubbi sull’applicazione della normativa a tutela dell’ambiente e dell’ecosistema fluviale

    Sono arrivate a conclusione le operazioni di svaso del lago di Vodo di Cadore effettuate da Enel Green Power. Per complessivi sei mesi, tra settembre-novembre 2025 e aprile-giugno 2026, nel torrente Boite e successivamente nel Piave sono stati rilasciati quotidianamente ingenti quantitativi di sedimenti accumulati nell’invaso, con un volume dichiarato compreso tra 200.000 e 400.000 metri cubi.

    Dalla documentazione acquisita dal WWF Italia attraverso una serie di accessi agli atti presso la Regione del Veneto e l’ARPA Veneto, l’intervento, effettuato per esigenze gestionali dell’impianto idroelettrico, sembra non aver tenuto in piena considerazione gli impatti ambientali e tutte le opportune misure di mitigazione che si sarebbero potute mettere in campo, esponendo così ecosistemi fluviali di straordinario valore naturalistico a potenziali danni.

    Per mesi il Boite e il Piave sono stati interessati da elevate concentrazioni di sedimenti in sospensione e da cicli giornalieri di rilascio che hanno prodotto marcate oscillazioni artificiali della portata, con innalzamenti e abbassamenti dei livelli idrometrici fino a 60-70 centimetri al giorno.

    Gli impatti di queste operazioni non possono essere assimilati a quelli delle piene naturali in quanto durante gli svasi vengono mobilizzati sedimenti fini e frequentemente anossici, accumulati per anni, spesso in periodi di magra e con ridotta capacità di diluizione. L’intensa e protratta torbidità, unita alle frequenti e repentine variazioni di portata, può determinare, anche per anni, impatti pesanti come la diretta mortalità di pesci e invertebrati, il degrado degli habitat, l’interramento dei fondali e la compromissione dei processi ecologici fondamentali.

    Il tutto è aggravato dal fatto che lo svaso ha interessato corsi d’acqua fondamentali per la conservazione della trota marmorata (Salmo marmoratus), specie endemica del Bacino del Po e di fiumi che sfociano nell’alto Adriatico, classificata a rischio critico di estinzione. Una parte delle operazioni, poi, è stata effettuata nello scorso mese di novembre, in coincidenza proprio con il periodo riproduttivo della trota e in totale contrasto con il regime di tutela della specie che vieta “la realizzazione di lavori in alveo durante il periodo riproduttivo (novembre-febbraio) nei siti di riproduzione della specie o nelle aree vicine che possono provocare disturbo durante la fase riproduttiva”. Questo proprio perché la trota marmorata per la deposizione e lo sviluppo delle uova necessita di acque limpide, ben ossigenate e prive di eccessivi depositi di sedimenti.

    L’operazione ha inoltre coinvolto aree soggette a specifiche misure di tutela e siti della rete Natura 2000 istituiti proprio per la conservazione di questa specie minacciata di estinzione.

    Oltre alla trota marmorata si segnala nel tratto interessato la presenza di altre specie di grande interesse conservazionistico e tutelate da varie normative, quali lampreda padana, cobite comune, scazzone, vairone, sanguinerola, temolo, ghiozzo, barbo e cavedano.

    Dall’analisi della documentazione progettuale effettuata dal WWF Italia emergono ulteriori criticità: l’area di valutazione degli impatti è stata limitata a un tratto ristretto del Boite e del Piave, senza considerare adeguatamente gli effetti a maggiore distanza; il fenomeno dell’hydropeaking (improvvisa variazione di portata) non risulta analizzato in modo appropriato; il piano di monitoraggio appare insufficiente per estensione e parametri osservati; non sono state valutate in maniera trasparente possibili alternative operative, né adeguatamente motivate le scelte temporali adottate.

    Il WWF Italia, che prima dell’avvio dei lavori aveva richiesto una grande attenzione sui periodi e le modalità in cui questi sarebbero stati compiuti, ritiene che sia inaccettabile che interventi con potenziali effetti su decine di chilometri di fiume continuino a essere valutati con approcci superati e con un livello di approfondimento insufficiente. L’ENEL e gli enti competenti dovrebbero garantire massima trasparenza, monitoraggi indipendenti e l’adozione delle migliori pratiche disponibili a livello alpino e internazionale.

    Per l’Associazione è inoltre paradossale che, mentre istituzioni pubbliche e soggetti gestori investono ogni anno significative risorse per il recupero della trota marmorata e di habitat fluviali, si autorizzino operazioni che rischiano di comprometterne i risultati.

    Il WWF Italia, che è intenzionata a segnalare quanto accaduto, chiede che per il futuro le Regioni – a partire dalla Regione del Veneto – applichino il Decreto 205/2022 sulla gestione degli invasi, rafforzino le valutazioni ambientali preventive, prevedano controlli indipendenti e trasparenti, valutino soluzioni alternative alla semplice fluitazione dei sedimenti. La produzione idroelettrica è importante e costituisce una fonte energetica essenziale, ma deve essere portata avanti nel rispetto della biodiversità e della salute dei fiumi: la tutela degli ecosistemi acquatici deve diventare una condizione imprescindibile nella gestione delle concessioni presenti e future.

    A cura di www.wwf.it

  • Napoli, allarme per la crisi del riciclo della plastica: “Rischio rallentamenti della differenziata”

    A Napoli possibili rallentamenti nella raccolta della plastica per criticità negli impianti della filiera di trattamento e riciclo. Il caso locale si inserisce nella crisi nazionale dei riciclati plastici, tra domanda debole, giacenze in aumento e piattaforme sotto pressione. ASIA Napoli e Comune lavorano per garantire la continuità del servizio ed evitare che l’ingolfamento a valle si trasformi in blocco della raccolta

    Napoli è allerta massima sulla gestione dei rifiuti di plastica. Anche il servizio pubblico del capoluogo partenopeo rischia di pagare il prezzo della crisi di sistema che sta investendo il settore del riciclo dei materiali polimerici, determinando rallentamenti e ingolfamenti lungo la filiera nazionale della raccolta e selezione. È quanto emerge da una nota pubblicata sul portale web del Comune, nella quale si informano i cittadini che “a seguito di criticità esterne, registrate negli impianti della filiera destinati al trattamento e al riciclo delle frazioni plastiche, potrebbero verificarsi temporanei rallentamenti nelle attività di raccolta sul territorio comunale“.

    Una nota che, nella sua essenzialità, fotografa bene le difficoltà del momento, comuni in questa fase a tantissime amministrazioni locali e aziende di gestione del servizio pubblico. “ASIA Napoli e il Comune di Napoli sono impegnati nel garantire il servizio costante e ridurre al minimo eventuali disagi“, precisa l’informativa, senza aggiungere ulteriori dettagli. Una comunicazione prudente, segno della volontà di non generare panico in una fase che resta delicatissima e nella quale non è possibile escludere alcuno scenario.

    L’innalzamento del livello di allerta a Napoli è solo una delle ultime conseguenze di una crisi industriale, oltre che ambientale, di dimensioni continentali. La plastica riciclata prodotta in Europa sconta infatti costi più elevati rispetto alla plastica vergine e ai polimeri importati da Paesi extra Ue, spesso disponibili a prezzi inferiori. Il progressivo calo della domanda di riciclati ‘made in Europe’ sta determinando effetti a catena che risalgono le filiere. Se la raccolta differenziata continua a generare flussi, ma gli sbocchi di riciclo non riescono ad assorbire il materiale con la stessa continuità, gli impianti al servizio del sistema – in particolare le piattaforme di primo conferimento e selezione dei rifiuti – si riempiono fino a saturare le capacità autorizzate. Da lì all’interruzione delle lavorazioni il passo è pericolosamente breve.

    Secondo quanto risulta a Ricicla.tv ASIA Napoli e i gestori delle tre piattaforme di selezione al servizio del ciclo napoletano sarebbero al lavoro per reperire spazi di stoccaggio ulteriori e alleggerire così gli impianti, che da settimane fanno i conti con il rallentamento nei prelievi dei rifiuti di plastica da riciclare. L’imperativo in queste ore è scongiurare il rischio che un ingolfamento delle attività di selezione e avvio a riciclo possa degenerare in un blocco vero e proprio della raccolta differenziata nelle municipalità del capoluogo campano. Sarebbe un colpo durissimo, per una città impegnata da tempo in un processo di consolidamento del servizio di igiene urbana con l’obiettivo di archiviare le brutte pagine del recente passato.

    Va detto che la crisi della raccolta, selezione e riciclo dei rifiuti di plastica attraversa l’intero Stivale e travalica le tradizionali distinzioni tra amministrazioni virtuose e non. Tant’è che nei giorni scorsi a lanciare l’allarme per il rischio di interruzione della differenziata erano state prima l’Emilia-Romagna e poi il Veneto, considerate storicamente il benchmark nazionale di riferimento per la gestione ottimale dei rifiuti urbani. La Regione Veneto, nello specifico, ha dato il via al proprio piano anti-crisi prevedendo l’incremento delle capacità di stoccaggio temporaneo dei rifiuti e valutando soluzioni ulteriori come il recupero energetico.

    Sul tema il Ministero dell’Ambiente ha aperto nei mesi scorsi un tavolo di crisi con i portatori d’interesse, dal quale tuttavia non sono ancora emerse indicazioni né provvedimenti concreti. Nel frattempo si prova a tamponare l’emergenza con misure adottate a livello locale.

    A cura di Redazione Ricicla.tv

  • Biometano, la proiezione: “Obiettivo Pniec non sarà raggiunto, serve strategia oltre il 2030”

    Il target di 5 miliardi di metri cubi di biometano al 2030 appare ormai fuori portata. Secondo Paolo Maccarrone, Politecnico di Milano, il nuovo decreto 2027 potrà accelerare la filiera (a patto di evitare un ‘effetto Superbonus’) ma non basterà senza incentivi stabili, semplificazioni autorizzative e una strategia oltre il 2030

    Il target del Pniec (Piano nazionale integrato energia e clima) sul biometano — 5 miliardi di metri cubi di capacità produttiva annua entro il 2030 — rischia di restare fuori portata. Non perché la filiera sia ferma. Al contrario, il settore ha beneficiato negli ultimi anni di una spinta importante grazie ai diversi cicli di incentivi pubblici, non ultimo quello finanziato dal Pnrr. Ma la distanza tra la capacità produttiva attuale, quella realisticamente attivabile nei prossimi anni e il traguardo fissato dalla pianificazione nazionale resta ampia.

    Secondo l’ultimo report del Team Energy & Strategy del Politecnico di Milano, l’Italia avrebbe superato di poco il miliardo di standard metri cubi annui di capacità produttiva (sommando sia gli impianti già attivi che quelli in via di realizzazione). Un dato significativo, che colloca il Paese tra i principali produttori europei, ma ancora lontano dai volumi previsti dal Pniec . Anzi, “è quasi certo che l’obiettivo dei 5 miliardi di metri cubi non sarà raggiunto entro il 2030”, ha spiegato Paolo Maccarrone, docente del Politecnico di Milano, intervenendo a Ricicla.tv.

    Il Pnrr ha avuto un ruolo determinante, sostenendo nuovi investimenti che, almeno nello scenario più favorevole, potrebbero portare la capacità produttiva nazionale verso una quota compresa tra 2,7 e 2,9 miliardi di metri cubi annui. Più realisticamente, però, guardando agli impianti la cui costruzione è realmente iniziata, la capacità effettiva potrebbe fermarsi tra 2,3 e 2,5 miliardi.

    Il nuovo decreto incentivi allo studio del Ministero dell’Ambiente, che dovrebbe vedere la luce nel 2027, potrebbe imprimere un’ulteriore accelerazione. Ma i tempi tecnici — dall’adozione del provvedimento allo svolgimento delle aste, fino alla realizzazione degli impianti — rendono improbabile il raggiungimento dei 5 miliardi entro la fine del decennio. “Possiamo pensare che, se il dm 2027 arriva all’inizio del 2027 e si inizia a fare qualche asta, forse potremmo arrivare attorno ai 3-3,5 miliardi. Ma ai 5 no”, ha osservato Maccarrone.

    A pesare non sono solo i tempi. Una corsa concentrata in pochi anni rischierebbe infatti di produrre tensioni lungo tutta la catena di realizzazione degli impianti. “L’accelerazione comporta il rischio di un’impennata del costo dei materiali necessari per la costruzione degli impianti, in modo simile a quanto accaduto con il Superbonus 110%”, ha spiegato Maccarrone. “Una domanda improvvisa porterebbe all’aumento dei prezzi, ma anche a una penuria di soggetti in grado di costruire gli impianti, oppure all’ingresso nel settore di operatori meno qualificati”.

    In definitiva, più che inseguire l’ennesima accelerazione sulla strada verso il Pniec , l’invito è a definire già da subito una strategia che guardi oltre il 2030. Una strategia che chiarisca quale ruolo dovrà avere il biometano nel mix energetico nazionale e come sostenere gli investimenti nel medio-lungo periodo. “Dobbiamo lasciare perdere l’obiettivo Pniec 2030, guardare oltre e capire se, al di là di quell’obiettivo, abbiamo veramente voglia e risorse per investire in questo comparto e farlo crescere nel medio-lungo termine”, ha detto Maccarrone.

    Una crescita che resta fondamentale sia per tenere l’Italia agganciata ai processi di decarbonizzazione della produzione e del consumo di energia, sia per fare del biometano una leva di autonomia strategica, nell’ottica di ridurre la dipendenza dai combustibili fossili di importazione. Anche qui, però, serve chiarezza. “Abbiamo un tema di indipendenza a livello nazionale, però dobbiamo anche tenere presente che al momento il costo del biometano è più elevato” rispetto al metano fossile, ha spiegato Maccarrone. “Il tema cruciale è capire come potrebbero evolvere i costi di produzione in futuro e, se si decide di investire su questa strada, chi dovrà sopportare questi extracosti”.

    Accanto al rinnovo delle misure di supporto economico, lo sviluppo del biometano non può prescindere da un intervento coordinato sugli ostacoli di natura regolatoria e burocratica, a partire dal tema delle autorizzazioni. Il nodo è particolarmente evidente per gli impianti alimentati da rifiuti organici urbani, dove la complessità dei procedimenti può incidere in modo rilevante sui tempi di realizzazione. Per questi impianti, ha ricordato Maccarrone, “ci sono più di una ventina di enti coinvolti a livello autorizzativo”. Un fattore che rallenta la messa a terra degli investimenti e aumenta l’incertezza per gli operatori.

    Il biometano resta dunque una leva importante per decarbonizzazionesicurezza energetica ed economia circolare. Ma per diventare una componente strutturale del sistema energetico italiano non basta porsi obiettivi ambiziosi. Servono strumenti coerenti, tempi compatibili con gli investimenti e una politica industriale capace di andare oltre la scadenza del 2030. “Bisogna capire se ci si crede o no”, ha concluso Maccarrone. “Se si vuole veramente puntare sul biometano, serve dimostrarlo con una strategia di lungo periodo, che canalizzi anche i finanziamenti opportuni e consenta ritorni agli investimenti interessanti per gli operatori”.

    A cura di Luigi Palumbo su riciclanews.it