Categoria: Ambiente

  • Rifiuti, Arera torna a chiedere poteri sostitutivi contro la frammentazione della governance

    Nella relazione annuale ARERA rilancia la richiesta di misure cogenti per accelerare la riorganizzazione degli assetti locali del servizio rifiuti. Per il presidente Nicola Dell’Acqua, la frammentazione resta “la sfida strutturale del settore” e il superamento della governance municipale “non può più essere rinviato”


    La frammentazione della governance dei rifiuti urbani non è più soltanto una criticità amministrativa da monitorare, ma la vera “sfida strutturale del settore”. La razionalizzazione degli assetti locali “non è un obiettivo burocratico” ma “la condizione perché la transizione verso l’economia circolare produca benefici reali e omogenei su tutto il territorio nazionale”. Un percorso che “non può più essere rinviato”, scrive il presidente di Arera Nicola Dell’Acqua nella presentazione della relazione annuale dell’autorità di regolazione. L’ennesima fotografia di una polverizzazione gestionale di fronte alla quale l’authority, come già fatto in passato, torna a sollecitare l’introduzione di meccanismi cogenti e l’attivazione di poteri sostitutivi statali in caso di inerzia dei soggetti territorialmente competenti.

    Nuovo collegio, vecchi problemi. Il quadro delineato dalla prima relazione annuale dell’Arera a guida Dell’Acqua si discosta di poco da quello tracciato nell’ultimo report presentato a inizio anno dall’ex presidente Stefano Besseghini. La delimitazione degli ambiti territoriali ottimali risulta ormai sostanzialmente consolidata in quasi tutto il Paese, si legge, ma è la stessa Autorità a osservare che, in diversi casi, alla delimitazione degli ATO non corrisponde ancora una piena operatività degli enti di governo d’ambito, né una chiara concentrazione delle competenze decisionali. In Lazio, Molise e Sardegna, ad esempio, risultano delimitati gli ambiti ma manca l’individuazione degli enti di governo.

    Il dato sugli affidamenti conferma la diagnosi. Anche nei casi in cui gli ATO sono delimitati su scala regionale, la ricognizione effettuata dall’Autorità continua a evidenziare per il servizio di raccolta e trasporto una generale definizione di perimetri di affidamento di dimensioni inferiori, tendenzialmente comunali. È qui che la frammentazione diventa industriale, oltre che istituzionale: bacini troppo piccoli riducono la possibilità di conseguire economie di scala, rendono più complessa la programmazione degli investimenti, indeboliscono la capacità di integrare le diverse fasi del ciclo e producono asimmetrie rilevanti tra territori.

    “Il superamento della frammentazione municipale della governance non può più essere rinviato”, ha affermato il presidente dell’Autorità, richiamando la necessità di completare la riforma degli enti di governo dell’ambito “con una dimensione almeno regionale” come presupposto per garantire standard di servizio uniformi ed economie di scala adeguate. Un obiettivo da perseguire con interventi che semplifichino i processi istitutivi e conferiscano agli EGATO le competenze in materia di organizzazione del servizio secondo le previsioni legislative vigenti. Ma soprattutto, scrive l’Autorità, serve garantire l’effettività di tali previsioni introducendo un termine perentorio entro il quale gli adempimenti in capo ai soggetti territorialmente competenti debbano essere completati, “pena l’esercizio del potere sostitutivo statale”.

    Anche i numeri della regolazione tariffaria restituiscono la misura di un sistema parcellizzato e lontano, nella realtà, dagli obiettivi di uniformità qualitativa delle gestioni che sono il faro dell’azione dell’authority. Per l’aggiornamento biennale 2024-2025 risultano trasmesse ad ARERA 5.699 proposte tariffarie, di cui 5.672 comunali e 27 pluricomunali, relative a 6.125 Comuni, pari al 78% dei Comuni italiani, per quasi 51 milioni di abitanti serviti, cioè l’86% della popolazione nazionale. Si tratta di un risultato rilevante sul piano dell’adesione alla regolazione, perché mostra una copertura ormai ampia del metodo tariffario. Ma al tempo stesso rende evidente il quadro estremamente frazionato, nel quale la grande maggioranza delle predisposizioni resta ancorata al livello comunale.

    Il numero degli enti territorialmente competenti è la dimostrazione plastica della polverizzazione. Ad aprile 2026 risultano iscritti all’anagrafica operatori dell’Autorità 8.152 soggetti, in calo rispetto agli 8.386 dell’anno precedente. Gli ETC scendono del 19%, ma restano comunque 2.698. È un arretramento significativo in termini numerici, ma non sufficiente a modificare la natura del sistema. Lo ha sottolineato lo stesso Dell’Acqua richiamando il caso del bonus rifiuti, lo sconto del 25% sulla TARI per le famiglie in condizioni di disagio economico, che ha messo in luce “tutta la complessità operativa di un settore con circa 2.700 enti territorialmente competenti”. Una complessità che, secondo il presidente, “spiega molte delle difficoltà di attuazione uniforme delle politiche nazionali”.

    I ritardi gestionali si riflettono sulle performance ambientali del servizio, in miglioramento, ma ancora insufficienti rispetto agli obiettivi europei di circolarità. Alcune Regioni, ha chiarito Dell’Acqua, non sono ancora in grado di raggiungere l’autosufficienza nella chiusura del ciclo e sono costrette a trasferire rifiuti in altre aree o all’estero. Nel 2024 la raccolta differenziata ha continuato a crescere, passando dal 66,6% al 67,7%. Come ha ricordato Dell’Acqua, tuttavia, il tasso di riciclo si ferma al 52,3%: superiore al target europeo del 50% fissato per il 2020, ma ancora distante dal 55% richiesto per il 2025 e dal 60% previsto al 2030. Il vero obiettivo, ha ricordato Dell’Acqua è “il recupero dei materiali in ottica di economia circolare”, ma i divari impiantistici “continuano a frenare il progresso”. Un problema che si intreccia direttamente con la governance: senza enti d’ambito effettivi, bacini adeguati e affidamenti coerenti, il passaggio a una dimensione industriale del ciclo rischia di restare una mera velleità.

    A cura di Redazione Ricicla.tv

  • Riciclo chimico, l’apertura di Bruxelles che non convince i riciclatori

    La Commissione europea aggiorna le regole per calcolare il contenuto riciclato nelle bottiglie per bevande, includendo anche la plastica ottenuta da riciclo chimico. La metodologia si basa sul bilancio di massa e sul criterio fuel-use exempt, contestato dai riciclatori meccanici per i possibili effetti distorsivi. Fino al 21 novembre 2027, ai fini dei target SUP, potranno essere conteggiati solo riciclati provenienti da Paesi Ue o SEE

    La Commissione europea sblocca il riciclo chimico per il raggiungimento delle quote obbligatorie di plastica riciclata nelle bottiglie per bevande e blocca, almeno temporaneamente, l’utilizzo di riciclati importati da paesi extra Ue. Sono queste le due direttrici principali lungo le quali si muove l’atteso atto d’esecuzione con il quale Bruxelles ha aggiornato le metodologie da utilizzare per misurare e dichiarare il rispetto delle previsioni della direttiva SUP (Single Use Plastics) in materia di contenuto minimo riciclato per le bottiglie per bevande in plastica.

    Secondo la direttiva, dal 2025 le bottiglie per bevande in PET devono contenere almeno il 25% di plastica riciclata, calcolato come media delle bottiglie immesse sul mercato nazionale. Dal 2030 l’obiettivo salirà al 30% e riguarderà tutte le bottiglie per bevande in plastica. In un primo momento, tuttavia, la Commissione aveva limitato l’utilizzo dei polimeri secondari solo a quelli prodotti da riciclo meccanico. Una scelta da sempre contestata dagli operatori del riciclo chimico, secondo cui l’esclusione avrebbe condizionato in negativo gli investimenti e la pianificazione strategica delle imprese, ostacolando lo scale up industriale dei nascenti impianti di pirolisi.

    Ora il cambio di rotta invocato dall’industria del chemical recycling è arrivato. Anche se il riciclo meccanico resta “in generale preferibile dal punto di vista ambientale, laddove garantisca una qualità e prestazioni tecniche sufficienti dei materiali riciclati in uscita”, scrive infatti la Commissione, il riciclo chimico può e deve integrarlo “per trattare rifiuti plastici difficili o impossibili da riciclare meccanicamente”. Da qui la scelta di Bruxelles di aggiornare il quadro regolatorio di riferimento, includendo nel calcolo del contenuto riciclato anche le plastiche ottenute attraverso processi di riciclo chimico.

    L’apertura della Commissione, tuttavia, arriva non senza portare con sé dubbi e polemiche. Le principali tecnologie di riciclo chimico delle plastiche, a partire dalla pirolisi, sono infatti quasi sempre integrate in filiere industriali complesse, nelle quali le molecole derivate dal trattamento dei rifiuti si mescolano con feedstock vergini e non possono essere mantenute fisicamente separate lungo tutto il processo. Gli stessi impianti, inoltre, generano a valle una pluralità di output chimici, destinati a filiere diverse, rendendo complicato ricostruire con assoluta certezza quanta e quale plastica, da rifiuto, è stata effettivamente trasformata in nuova plastica.

    Non a caso, nella prima versione delle regole tecniche per il calcolo del contenuto riciclato, era stata la stessa Commissione a sottolineare che la plastica da riciclo chimico “non è distinguibile dal materiale vergine” e che per questo non sarebbe stata presa in considerazione per i target della SUP. Nel nuovo atto di esecuzione, invece, il nodo della tracciabilità viene sciolto con un meccanismo contabile: il bilancio di massa, che consente di attribuire ai prodotti in uscita una quota di contenuto riciclato sulla base della quantità di materia prima da rifiuto immessa nel processo, anche quando le molecole riciclate non sono fisicamente distinguibili da quelle di origine vergine.

    La decisione di Bruxelles rappresenta, di fatto, il primo riconoscimento giuridico ufficiale per il bilancio di massa applicato al riciclo delle plastiche. La metodologia scelta della Commissione, nello specifico, prevede che l’attribuzione delle quote di riciclato ai prodotti in uscita da processi industriali che integrano il riciclo chimico debba avvenire senza includere nel computo i flussi di output destinati alla produzione di combustibili o al recupero energetico. In sostanza, questi ultimi vengono esclusi dal calcolo e le quote di materia derivante dai rifiuti dissolti nei processi di pirolisi vengono distribuite esclusivamente sugli altri output del processo produttivo.

    Una scelta che concede elevata flessibilità agli operatori della chimica e petrolchimica che integrano la pirolisi dei rifiuti nei propri processi, ma che per questo è stata duramente criticata dagli operatori del riciclo tradizionale, quello meccanico. Secondo le associazioni Recycling Europe e Fead il metodo ‘fuel-use exempt’ potrebbe infatti generare effetti “distorsivi” e “consentire alle aziende di rivendicare crediti (e quote di contenuto) relativi alla plastica riciclata, anche qualora una parte significativa dell’input riciclato del processo produttivo confluisca in altre sostanze e materiali non trasformati in plastica”. Il rischio, hanno scritto le associazioni in una nota, è quello di alimentare “accuse di greenwashing, che scatenerebbero una reazione negativa dell’opinione pubblica contro l’intero settore del riciclo”.

    Se la scelta del bilancio di massa promette già di alimentare polemiche e spaccature, sembra invece destinata a incassare il plauso trasversale delle imprese la decisione della Commissione di porre un limite territoriale alla plastica riciclata utilizzabile per il calcolo degli obiettivi SUP. Almeno fino al 21 novembre 2027, infatti, potrà essere conteggiata solo plastica da riciclo proveniente da Paesi Ue o SEE. Solo a partire da quella data potrà essere utilizzata anche plastica riciclata proveniente dai paesi OCSE, visto che la loro capacità di riciclare in maniera ambientalmente e socialmente sostenibile sarà stata nel frattempo valutata dalla Commissione nell’ambito del nuovo regolamento sulle spedizioni di rifiuti.

    Sempre dal 21 novembre 2027, invece, la plastica riciclata proveniente dai paesi non-OCSE potrà essere conteggiata solo a valle di specifiche intese con l’Ue. Una stretta che, anche se limitatamente alle sole bottiglie per bevande, darà un po’ di fiato all’industria europea del riciclo della plastica, schiacciata dalla concorrenza insostenibile dei polimeri riciclati di importazione extra Ue, spesso non accompagnati da certificazioni attendibili sull’effettivo contenuto di riciclato.

    A cura di Redazione Ricicla.tv

  • Raee, Italia efficiente nel trattamento ma ancora lontana dai target di raccolta

    La filiera italiana dei Raee mostra capacità di riciclo e recupero in linea con gli standard europei, ma i volumi raccolti restano ancora lontani dal target Ue del 65%. Nel 2025 la raccolta cresce e migliora il tasso di ritorno, ma il nodo principale resta l’intercettazione dei rifiuti elettronici nei canali corretti. Per il direttore del CdC Raee Fabrizio Longoni servono più punti di conferimento, un ruolo più attivo della distribuzione e controlli più incisivi contro i flussi non conformi


    Il sistema nazionale di gestione dei rifiuti elettrici ed elettronici è in linea con gli standard europei in termini di capacità di riciclo e recupero, ma i volumi raccolti, seppur in aumento, restano lontani dai target minimi dell’Ue. Per questo serve aumentare la capillarità dell’intercettazione – puntando sul ruolo della distribuzione e sulla moltiplicazione dei luoghi di conferimento – e proseguire l’attività di contrasto alle condotte non a norma. È la fotografia scattata dal Centro di Coordinamento Raee nell’ultimo rapporto annuale con i dati sulle apparecchiature tecnologiche a fine vita raccolte e trattate nel 2025.

    Rispetto all’anno precedente, si legge nel report, nel 2025 le quantità di raee intercettate dal sistema sono aumentate dell’8,8%, toccando quota 588.689 tonnellate, tra raee domestici e professionali. Un incremento che riporta in trend positivo l’andamento del tasso di ritorno, ovvero il rapporto tra la raccolta e l’immesso a consumo medio nel triennio precedente: dopo il calo registrato tra 2023 e 2024, infatti, il tasso è cresciuto del 2,9%, arrivando al 32,5%. “È un risultato significativo perché dimostra la capacità della filiera di intercettare e trattare quantità sempre maggiori di rifiuti elettronici”, commenta il direttore generale del CdC Raee Fabrizio Longoni.

    L’incremento nel tasso di ritorno, determinato anche dalla sensibile riduzione dell’immesso a consumo (quasi 230 mila tonnellate in meno tra 2023 e 2024), avvicina tuttavia solo di poco l’Italia all’obiettivo europeo del 65%. “Il tasso nazionale al 32,5% – osserva Longoni – evidenzia un miglioramento rispetto agli anni precedenti, ma mostra anche quanto sia ancora ampio il margine di crescita per avvicinarsi all’obiettivo europeo”. Un margine che da quasi due anni vede l’Italia, e buona parte degli Stati membri dell’Ue, al centro di una procedura europea d’infrazione.

    Se il tasso di intercettazione dei raee resta lontano da quello Ue, le performance di riciclo e recupero degli impianti accreditati descrivono invece un sistema in linea con gli standard di circolarità fissati a livello europeo. Il tasso di riciclo, che misura la quota di materiali derivanti dal trattamento destinata al recupero di materia o al riutilizzo, si attesta mediamente a oltre l’85% – con punte prossime o superiori al 90% per grandi bianchi, monitor e sorgenti luminose – mentre il tasso di recupero, che conteggia anche i materiali inviati a recupero energetico, supera invece in media il 90%. Tassi che, osserva Longoni, “testimoniano la capacità della filiera di trasformare i rifiuti elettronici in nuove risorse, massimizzando il recupero delle materie prime”.

    A fronte di un sistema impiantistico capace di trattare in maniera efficiente i raee intercettati, e pronto a giocare la partita del riciclo avanzato delle materie critiche e strategiche, “la sfida resta sempre quella della raccolta – chiarisce Longoni a Ricicla.tv – e per questo è necessaria la collaborazione di tutti i soggetti coinvolti: in primis i cittadini, chiamati a raccogliere in maniera differenziata i raee collocandoli nei circuiti corretti, poi gli operatori della distribuzione, che devono integrare i centri di raccolta comunali sfruttando al massimo la propria capillarità”.

    Proprio in tema di capillarità, dice Longoni, “stiamo lavorando con il Ministero dell’Ambiente su una serie di misure, che credo riusciremo a mettere in campo a breve, per facilitare la consegna da parte dei cittadini, soprattutto dei piccoli raee, in quanti più luoghi possibile”. Altro nodo fondamentale, sottolinea il direttore del Cdc Raee, quello dei controlli. “Gli enti preposti – dice – devono incrementare le attività di contrasto dei comportamenti non corretti che portano i raee in canali di trattamento non ottimali con rischi per l’ambiente e per l’uomo”.

    A cura di Redazione Ricicla.tv

  • Export di rifiuti, via libera definitivo Ue alla deroga per la Svizzera

    Il Consiglio Ue ha approvato la modifica che consente di continuare a esportare rifiuti urbani misti verso gli impianti svizzeri di recupero energetico. La deroga evita il blocco dei flussi nelle regioni di confine, mentre prosegue l’entrata a regime del nuovo regolamento Ue sulle spedizioni di rifiuti e crescono le fibrillazioni nei paesi extra europei


    Via libera definitivo dell’Unione europea alla deroga che consentirà di continuare a esportare rifiuti urbani misti verso gli impianti svizzeri di recupero energetico. Dopo l’approvazione del Parlamento europeo del 18 giugno, il Consiglio Occupazione, politica sociale, salute e consumatori del 29 giugno 2026 ha adottato all’unanimità la modifica del regolamento europeo sulle spedizioni di rifiuti, chiudendo la procedura legislativa accelerata. La misura attende ora la messa a punto nelle diverse lingue ufficiali dell’Unione e la pubblicazione nella Gazzetta ufficiale europea.

    La deroga interviene sul nuovo regolamento europeo sulle spedizioni di rifiuti, operativo dal 21 maggio 2026, e in particolare sulle disposizioni che vietano l’esportazione di rifiuti urbani misti destinati al recupero verso Paesi esterni all’Unione europea e allo Spazio economico europeo, includendo quindi anche la Svizzera. La modifica approvata introduce però un’eccezione specifica per la Confederazione elvetica: il divieto resterà valido per gli altri Paesi terzi, mentre i trasferimenti verso gli impianti svizzeri potranno continuare.

    La proposta era stata presentata dalla Commissione europea il 29 aprile, a poche settimane dall’applicazione delle nuove regole. L’obiettivo era evitare che un divieto pensato per limitare le esportazioni fuori dall’Europa finisse per interrompere rapporti consolidati tra territori confinanti, dove la gestione dei rifiuti segue spesso una logica di prossimità più che di confine amministrativo.

    Ogni anno circa 200 mila tonnellate di rifiuti urbani misti prodotti nell’Unione vengono infatti inviate in Svizzera, in prevalenza per il recupero energetico. I flussi riguardano soprattutto Germania, Austria, Francia e Italia, in particolare le aree più vicine al confine. In molti casi, gli impianti svizzeri sono più vicini rispetto alle alternative disponibili all’interno dell’Unione. Per questo, secondo Bruxelles, il blocco delle esportazioni avrebbe comportato maggiori distanze, più traffico su strada, costi più elevati e un aumento delle emissioni.

    Il nuovo divieto è già entrato formalmente in vigore, ma le spedizioni verso la Svizzera non hanno subito uno stop immediato. Le autorizzazioni rilasciate prima del 21 maggio 2026 possono infatti restare valide fino alla loro scadenza e comunque non oltre il 20 maggio 2027. Questo periodo transitorio ha evitato un’interruzione improvvisa dei flussi e ha dato alle istituzioni europee il tempo di correggere la norma. Anche per questo la commissione ENVI del Parlamento europeo aveva chiesto l’attivazione di una procedura legislativa accelerata, con passaggio diretto al voto in plenaria.

    La vicenda si inserisce nella più ampia entrata a regime del nuovo regolamento Ue sulle spedizioni di rifiuti. Dal 21 maggio 2026 è diventata applicabile la parte principale della disciplina, che rafforza i controlli sui trasferimenti, rende più difficile spedire rifiuti destinati allo smaltimento tra Stati membri e impone procedure più severe per l’export verso Paesi terzi, in particolare per plastiche e rifiuti urbani indifferenziati.

    Contestualmente è entrato in funzione anche DIWASS, il sistema digitale europeo per lo scambio di documenti, autorizzazioni e informazioni sulle spedizioni soggette a notifica. Per i rifiuti della lista verde accompagnati dall’allegato VII, però, la Commissione ha previsto una fase transitoria: dal 21 maggio al 31 dicembre 2026 i documenti potranno continuare a essere gestiti con le modalità utilizzate finora.

    Il percorso di attuazione della nuova disciplina non è ancora concluso. Dal 21 novembre 2026 scatterà il divieto di esportare rifiuti di plastica verso i Paesi non Ocse, mentre dal 21 maggio 2027 entrerà a regime la stretta sui rifiuti non pericolosi destinati al recupero, che potranno essere inviati nei Paesi non Ocse soltanto se espressamente autorizzati dalla Commissione europea. L’obiettivo generale resta quello di aumentare la tracciabilità, contrastare le esportazioni illegali e assicurare che i rifiuti prodotti nell’Unione siano trattati secondo standard ambientali adeguati.

    La stretta dell’Ue sull’export sta già generando fibrillazioni nei paesi di destino. Secondo quanto riportato Reuters l’India, ad esempio, pur avendo formalmente inoltrato richiesta alla Commissione per continuare a importare rifiuti recuperabili, avrebbe espresso preoccupazione per gli impatti di una possibile interruzione dei flussi, con particolare riferimento ai rottami metallici, dei quali il subcontinente è tra i principali importatori.

    A cura di Redazione Ricicla.tv

  • Veicoli a fine vita, via libera definitivo Ue alla riforma che ridisegna l’automotive circolare

    Il Consiglio Ue ha approvato in via definitiva il nuovo regolamento sulla progettazione circolare e sulla gestione dei veicoli a fine vita. La riforma introduce obblighi su plastica riciclata, responsabilità estesa del produttore, progettazione per il riciclo e stop all’export dei veicoli non più idonei alla circolazione


    Via libera definitivo dell’Unione europea a una delle riforme più rilevanti per il futuro dell’industria automotive. Con l’approvazione del Consiglio Ue, arrivata nella riunione EPSCO del 29 giugno dopo il voto favorevole del Parlamento europeo, il nuovo regolamento sui veicoli a fine vita chiude il proprio iter legislativo e si prepara a ridisegnare l’intera filiera: dalla progettazione dei nuovi modelli alla scelta dei materiali, fino alla raccolta, al trattamento e al recupero delle componenti.

    Il voto del Consiglio – contrari Austria e Ungheria, astenuta la Slovacchia – conferma le direttrici indicate nell’accordo provvisorio raggiunto con il Parlamento nel dicembre 2025. Al centro della riforma quote minime di plastica riciclata, responsabilità estesa del produttore rafforzata, nuovi criteri per distinguere i veicoli usati da quelli divenuti rifiuto e il divieto di esportare fuori dall’Ue i mezzi non più idonei alla circolazione. l regolamento inizierà ad applicarsi, in via generale, due anni dopo la sua entrata in vigore, fatte salve le diverse scadenze previste per singoli obblighi e disposizioni.

    Decorsi 72 mesi dall’entrata in vigore, i veicoli immessi sul mercato dell’Unione dovranno rispettare i requisiti di riutilizzabilità o riciclabilità per almeno l’85% della massa e di riutilizzabilità o recuperabilità per almeno il 95%. Per essere immessi sul mercato, i veicoli dovranno essere progettati in modo da agevolare lo smontaggio, la sostituzione, il riutilizzo, la rigenerazione e il riciclo di parti e componenti. I costruttori saranno inoltre tenuti a mettere a disposizione informazioni chiare sulle caratteristiche di circolarità dei mezzi e sulle modalità per rimuovere e sostituire in sicurezza le diverse componenti attraverso un passaporto digitale di circolarità del veicolo.

    Uno dei capitoli più rilevanti della riforma riguarda l’introduzione di quote minime obbligatorie di plastica riciclata nei nuovi veicoli. Rispetto alla proposta originaria della Commissione, che fissava un obiettivo del 25% entro sei anni, la versione definitiva del testo introduce una traiettoria più graduale, rispondendo anche alle preoccupazioni espresse dall’industria auto: almeno il 15% dopo sei anni e il 25% dopo dieci anni dall’entrata in vigore. Una quota minima del 20% della plastica riciclata utilizzata per raggiungere questi obiettivi dovrà provenire da sistemi ‘closed loop’, vale a dire da materiali recuperati da veicoli giunti a fine vita.

    La novità più rilevante del regolamento resta però il rafforzamento della responsabilità estesa del produttore (o EPR), che attribuirà una centralità inedita alle case automobilistiche nella gestione dei mezzi giunti a fine vita. I produttori dovranno istituire sistemi EPR individuali o collettivi e sostenere finanziariamente e organizzativamente la raccolta gratuita e il trattamento corretto dei propri veicoli. I sistemi di responsabilità estesa dovranno garantire, per il tramite degli impianti di trattamento autorizzati, il raggiungimento degli obiettivi dell’85% di riutilizzo e riciclo e del 95% di recupero complessivo.

    Per sostenere economicamente il sistema di recupero, i produttori dovranno versare contributi per ciascun veicolo immesso sul mercato, con la possibilità di modulare il contributo in funzione delle caratteristiche progettuali del mezzo, premiando le soluzioni che facilitano lo smontaggio, il riutilizzo dei componenti e il recupero dei materiali. Nella determinazione dei contributi dovranno essere considerati anche i ricavi derivanti dalla vendita dei materiali riciclabili e dei pezzi di ricambio recuperati dagli operatori della demolizione e della frantumazione.

    Un altro capitolo centrale riguarda il contrasto ai flussi illegali e alla dispersione dei veicoli fuori uso. Secondo le stime delle istituzioni europee, ogni anno circa 3,5 milioni di mezzi scompaiono dalle strade dell’Unione senza lasciare traccia per essere esportati, smantellati o abbandonati illegalmente. Per questo, cinque anni dopo l’entrata in vigore del regolamento, scatterà il divieto di inviare verso Paesi terzi veicoli usati non più idonei alla circolazione. Il nuovo regolamento introduce quindi criteri vincolanti per distinguere un veicolo usato da un veicolo divenuto rifiuto. Una volta soddisfatti i criteri che ne determinano lo status di veicolo a fine vita, il mezzo dovrà essere consegnato a un impianto autorizzato di trattamento e non potrà più essere legalmente venduto o esportato come veicolo usato.

    Il testo, ora atteso alla messa a punto nelle diverse lingue ufficiali e alla pubblicazione nella Gazzetta ufficiale dell’Unione europea, introduce obblighi destinati a incidere in profondità su tutti gli anelli della catena automotive, dai costruttori agli impianti di trattamento a fine vita. In un settore già segnato dalla transizione elettrica e dalla competizione internazionale, soprattutto con la Cina, la nuova disciplina si candida così a diventare uno degli snodi principali della transizione verde dell’industria automobilistica europea.

    A cura di Redazione Ricicla.tv

  • Ecodesign ferro e acciaio – Avvio studio JRC e questionario

    Il JRC, Centro di Ricerca della Commissione Europea, ha avviato uno studio per valutare l’impatto ambientale dei requisiti di ecodesign per ferro e acciaio. 

    Questo progetto mira a fornire un contesto ambientale e tecno-economico sui prodotti siderurgici per supportare future discussioni sulle politiche dei prodotti dell’UE con evidenze scientifiche e gettare le basi per un possibile futuro Atto Delegato per i prodotti in ferro e acciaio nell’ambito del Regolamento sui Prodotti Sostenibili (ESPR) (Regolamento (UE) 2024/1781).

    Per maggiori informazioni si rimanda alla Circolare 2026/281/SAEC-EUR/FA del 26.06.2026 pubblicata sul sito ASSOAMBIENTE.

    A cura di assoambiente.org

  • Ondate di calore – tutela della salute dei lavoratori e gestione del rischio nelle imprese del settore rifiuti

    Le recenti ordinanze regionali adottate per fronteggiare le ondate di calore prevedono, nelle giornate a maggior rischio, limitazioni o sospensioni delle attività lavorative svolte all’aperto nelle ore più calde. 

    Tali misure possono interessare anche il settore della gestione dei rifiuti, caratterizzato da lavorazioni svolte prevalentemente all’esterno. Inoltre che il D.lgs. n. 81/2008 impone al datore di lavoro di valutare e gestire anche il rischio da esposizione al calore. 

    È necessario che le imprese verifichino le disposizioni emanate dalla propria Regione e adottino le necessarie misure di prevenzione. 

    Per maggiori informazioni si rimanda alla Circolare 2026/282/SAEC-LAV/NA del 26.06.2026 pubblicata sul sito ASSOAMBIENTE.

    A cura di assoambiente.org

  • Diritto e Ambiente – 5 minutes talk | Ep. 5

    Gestione dei Raee e dei pannelli fotovoltaici, novità 2026

    A cura di www.youtube.com/@ricicla_Tv

  • La raccolta abitui usati al GME&S

    Raccolta abiti usati nei negozi al via, l’iniziativa di Asia ed Erion Textiles

    L’articolo completo al seguente link:

    https://assoambiente.org//entry_p/Rassegna%20Stampa/rassegna/18022

    A cura di Elvira Iadanza su FISE e con la collaborazione di Assoambiente