Dal 1 gennaio 2027 i RAEE non pericolosi destinati a recupero usciranno dal regime semplificato della ‘lista verde’ per passare alla procedura PIC. Una stretta che, denunciano le associazioni europee della filiera, potrebbe aumentare costi, ritardi e oneri amministrativi. Ostacolando riciclo avanzato, recupero di materie prime critiche e autonomia industriale europea
Lo sviluppo di una filiera europea del riciclo avanzato dei rifiuti da apparecchiature elettriche ed elettroniche (i RAEE) rischia di impattare contro il muro delle complesse procedure che regolano i trasferimenti transfrontalieri. La data che potrebbe segnare la pesante battuta d’arresto è quella del 1 gennaio 2027. Da quel momento in poi, infatti, per le spedizioni intra-Ue di RAEE non pericolosi destinati a recupero finirà il regime agevolato della cosiddetta ‘lista verde’ per passare alla ben più complessa procedura di notifica e autorizzazione preventiva, la Prior Informed Consent (o PIC).
Un cambio di regime che avrebbe l’effetto di rendere “più difficile, lento e costoso movimentare materiali secondari all’interno dell’Ue”, incluse risorse critiche e strategiche, scrivono in un position paper congiunto DigitalEurope, Eurometaux, European Recycling Platform, FEAD, ITI e Recycling Europe. Secondo le associazioni, che insieme rappresentano l’intera catena del valore europea dei prodotti elettrici ed elettronici, dalla produzione al recupero, applicare la procedura PIC anche ai flussi intra-Ue di RAEE non pericolosi rischia di trasformare materiali già gestiti in sistemi tracciati e autorizzati in una nuova fonte di “costi, ritardi, garanzie finanziarie e oneri amministrativi”.
Nelle intenzioni dell’Ue la stretta dovrebbe rafforzare il controllo sulle movimentazioni, ma per l’industria potrebbe produrre l’effetto opposto: rendere più difficile il funzionamento del mercato unico delle materie prime seconde e del riciclo proprio in una fase in cui, almeno nelle dichiarazioni d’intenti, Bruxelles starebbe provando a superare gli ostacoli che ne frenano lo sviluppo.
Un esito paradossale, la cui genesi risale ai provvedimenti con i quali l’Unione europea ha adeguato la propria disciplina sulle spedizioni transfrontaliere di rifiuti alle nuove previsioni della Convenzione di Basilea. Una riforma che, di fatto, ha esteso ai rifiuti elettronici, pericolosi e non, lo stesso regime che vale per i rifiuti pericolosi tout court.
Già dal 1 gennaio 2025, quindi, le esportazioni di RAEE verso Paesi non Ocse sono state vietate, mentre per le spedizioni verso Paesi Ocse è stata introdotta la procedura PIC. Per gli scambi tra Stati membri, invece, la procedura di notifica e consenso, al momento, è stata introdotta per i soli RAEE pericolosi, mentre quelli non pericolosi avviati a recupero possono continuare temporaneamente a muoversi con il regime agevolato della ‘lista verde’ ma solo fino alla fine del 2026. Dal 2027, salvo modifiche, anche questi flussi saranno assoggettati alla procedura PIC.
Secondo le associazioni, tuttavia, “le procedure PIC non sono concepite per flussi di materiali circolari caratterizzati da regolarità ed elevata frequenza”. La loro applicazione generalizzata ai rifiuti elettronici non pericolosi all’interno dell’Ue sostituirebbe “una logistica circolare prevedibile con approvazioni caso per caso, oneri aggiuntivi, garanzie finanziarie, carichi di lavoro amministrativi e ritardi”.
L’effetto complessivo, avvertono le associazioni, comprometterebbe in modo significativo la sostenibilità delle catene del valore circolari in tutta Europa, visto che “molte attività di riciclo, ricondizionamento e rigenerazione ad alto valore aggiunto operano su scala europea anziché nazionale, facendo affidamento su spedizioni prevedibili all’interno dell’Ue per raggiungere volumi di trattamento sufficienti e mantenere la sostenibilità economica”.
Guardando al solo riciclo, il position paper ricorda che la capacità di trattamento avanzata, quella che punta ad esempio a recuperare dai RAEE risorse critiche e strategiche, non è distribuita in maniera uniforme in Europa. Per questo attualmente circa il 75% delle componenti RAEE spedite verso impianti specializzati è gestito in ‘lista verde’, dopo la rimozione delle componenti pericolose. Rallentare o ingolfare questo meccanismo, è la posizione delle associazioni, equivarrebbe a una retromarcia lungo il percorso dell’Ue per una maggiore autonomia strategica nel reperimento delle risorse critiche e strategiche necessarie all’industria. Risorse che secondo il Critical Raw Materials Act entro il 2030 dovranno provenire per almeno il 25% proprio dal riciclo.
Alle conseguenze economiche e industriali si associano i potenziali rischi sul piano ambientale. Il passaggio alla procedura PIC per tutte le movimentazioni di RAEE non pericolosi, osservano infatti le associazioni, finirebbe per sovraccaricare di notifiche le autorità competenti, costringendole a sottrarre tempo e risorse al contrasto dei traffici illegali. La recente attivazione del portale telematico DIWASS, aggiungono, “non può giustificare l’assoggettamento delle spedizioni intracomunitarie a basso rischio a procedure PIC non necessarie”.
Lo stop alle spedizioni dei RAEE non pericolosi in ‘lista verde’, insomma, rappresenta “una chiara incoerenza politica: misure volte a rafforzare la resilienza ambientale e industriale finirebbero, in pratica, per limitare proprio quei flussi di materiali necessari a conseguirla”. Per questo secondo le associazioni serve un passo indietro da parte di Bruxelles. “Mantenere l’inserimento nella ‘lista verde’ oltre il 1 gennaio 2027 – scrivono – è lo strumento di politica che concilia al meglio la tutela dell’ambiente, la resilienza industriale e gli obiettivi dell’Europa in materia di economia circolare”.
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A cura di Redazione Ricicla.tv
