Autore: Eco-Verde srl

  • Plastic Tax e Sugar Tax: proroga ufficiale

    La Legge 23 maggio 2024, n. 67, pubblicata in Gazzetta Ufficiale, ha convertito in legge, con modifiche, il Decreto-Legge 39/2024. Questa legge ha prorogato la Plastic Tax al 1° luglio 2026 e la Sugar Tax al 1° luglio 2025.

    La Plastic Tax, introdotta dalla legge di Bilancio 2020, riguarda i manufatti in plastica monouso utilizzati per contenere, proteggere, manipolare o consegnare merci o prodotti alimentari. La tassa è di 0,45 euro per chilogrammo di plastica e deve essere pagata tramite modello F24. Alcune eccezioni sono previste per prodotti compostabili e riciclati, dispositivi medici e contenitori di medicinali. Tuttavia, la mancanza di un quadro giuridico completo e di un provvedimento attuativo ha creato difficoltà operative per gli operatori.

    Analogamente, la Sugar Tax, introdotta dalla legge di Bilancio 2020, impone una tassa sul consumo di bevande analcoliche edulcorate. Le bevande interessate sono quelle con un contenuto di zuccheri superiore a 25 grammi per litro per i prodotti finiti e 125 grammi per chilogrammo per i prodotti da diluire. Anche questa tassa è stata prorogata, con l’ultima scadenza al 1° luglio 2024.

    da ‘Newsletter Aice – 24′ – www.aicebiz.com

  • Responsabilità estesa dei produttori: istituito il registro nazionale

    Pubblicato sul sito del Ministero dell’Ambiente e della Sicurezza Energetica (MASE) il D.M. 15 aprile 2024, n. 144 che definisce le modalità di iscrizione al Registro nazionale dei produttori  secondo quanto previsto dall’art.178-ter, comma 9, del d.lgs. 152/2006. 

    Sono tenuti all’iscrizione tutti i soggetti obbligati a rispettare le regole della responsabilità estesa del produttore.

    Se il produttore adempie agli obblighi attraverso un Consorzio o Sistema autonomo di gestione in forma collettiva, saranno questi ultimi a iscriversi al Registro comunicando l’elenco dei produttori aderenti.

    L’iscrizione verrà effettuata in via telematica attraverso il portale messo a disposizione dalle Camere di commercio entro 60 giorni dalla comunicazione di apertura delle iscrizioni che verrà comunicata dal portale stesso e sul sito del Ministero dell’Ambiente e della Sicurezza energetica .

    Il Registro nazionale dei produttori è composto dai diversi registri di filiera già esistenti, come i Registri AEE e Pile, e da quelli che verranno istituiti come previsto nell’allegato I al decreto che elenca i Registri di filiera che compongono il Registro Nazionale Produttori.

    L’iscrizione ai Registri di filiera costituisce iscrizione al Registro nazionale dei produttori.

    La prima applicazione del Registro nazionale dei produttori è costituita dal nuovo Registro nazionale di produttori e importatori di pneumatici istituito dal D.M. 16 aprile 2024, n. 147, pubblicato nella Gazzetta Ufficiale del 22 maggio 2024.

    Per maggiori informazioni, consultare il sito web del MASE.

    da www.ecocamere.it

  • Il Registro Nazionale dei produttori e importatori di pneumatici

    E’ stato pubblicato il D.M. 16 aprile 2024 n. 147 che istituisce il Registro informatico nazionale di produttori e importatori di pneumatici soggetti agli obblighi di gestione degli pneumatici fuori uso, dando attuazione all’art. 7 del D.M. 19 novembre 2019, n. 182.

    L’iscrizione al Registro Pneumatici riguarda i produttori e gli importatori di pneumatici già operanti, compresi i soggetti che non dispongono di sede legale in Italia e i soggetti che vendono a distanza. I nuovi produttori e importatori di pneumatici sono tenuti ad iscriversi al registro contestualmente all’inizio della loro attività.

    L’iscrizione al registro va effettuata in via telematica, attraverso il portale messo a disposizione dalle Camere di commercio, entro sessanta giorni dalla comunicazione dell’apertura delle iscrizioni, pubblicata sul portale del registro pneumatici e sul sito istituzionale del Ministero dell’Ambiente e della Sicurezza Energetica (MASE).

    La Camera di commercio competente rilascia, a ciascun produttore e importatore, un numero di iscrizione al Registro Pneumatici da riportare nei documenti commerciali.

    Gli operatori, le amministrazioni e i cittadini possono consultare sul portale le informazioni relative alla gestione degli pneumatici fuori uso, le statistiche e gli elenchi di imprese iscritte.

    ll Registro nazionale di produttori e importatori di pneumatici è parte integrante del Registro nazionale di produttori istituito dal D.M. 15 aprile 2024, n. 144.

    Per maggiori informazioni, consultare il sito web del MASE.

    da www.ecocamere.it

  • Al via il corridoio dell’idrogeno: firmata l’intesa tra Italia, Germania e Austria

    A margine del Consiglio Ue Energia a Bruxelles, i tre Paesi hanno siglato una dichiarazione d’intenti per realizzare il “Corridoio SoutH 2”

    Italia, Germania e Austria unite per la costruzione del Corridoio meridionale dell’idrogeno. A margine del Consiglio Ue Energia a Bruxelles, i tre Paesi hanno siglato una dichiarazione d’intenti per il realizzare il “Corridoio SoutH 2”, gasdotto di idrogeno che collegherà il nord Africa con l’Europa, lungo oltre 3mila km, prima nel nostro paese, poi in Austria e Germania. L’opera punta a importare 10 milioni di tonnellate di idrogeno rinnovabile entro il 2030, come previsto dal Piano RepowerEu. Il progetto è stato inserito da Bruxelles nell’ultimo elenco di progetti di interesse comune (PCI) dell’Ue. «È un progetto importante per i nostri Paesi, per l’Europa e per l’Africa», ha sottolineato in una nota il ministro dell’Ambiente e sicurezza energetica, Gilberto Pichetto Fratin, ricordando che «sviluppare il potenziale energetico pulito del continente africano e collegarlo all’Europa è una priorità del governo». Alla firma la commissaria per l’Energia, Kadri Simson, ha definito il progetto «chiave per trasportare l’idrogeno rinnovabile, di cui c’è grande bisogno, verso le aree industriali europee e sostenere la loro decarbonizzazione».

    da www.open.online

  • L’Europa crede nell’idrogeno con un investimento di 1,4 miliardi di euro e c’è anche l’Italia

    Il maxi investimento, che attirerà ulteriori 3 miliardi da parte dei privati, è destinato a sostenere la tecnologia dell’idrogeno in tutta la sua filiera.

    La Commissione Europea ha approvato il quarto IPCEI (Important Project of Common European Interest) denominato Hy2Move, dedicato allo sviluppo di tecnologie a idrogeno nel settore della mobilità. Il progetto vede un finanziamento congiunto di 1,4 miliardi di euro per 13 iniziative che saranno implementate in sette paesi membri: Estonia, Francia, Germania, Italia, Paesi Bassi, Slovacchia e Spagna. Questi fondi pubblici hanno l’obiettivo di attirare ulteriori 3,3 miliardi di euro di investimenti privati.

    Il focus del Hy2Move è ampio e riguarda vari aspetti della mobilità sostenibile, inclusi lo sviluppo di applicazioni per l’integrazione dell’idrogeno nei trasporti (stradali, marittimi e aerei), l’innovazione nelle fuel cell e nuove soluzioni per lo stoccaggio di H2, particolarmente critico per il settore aereo. Inoltre, si punta allo sviluppo di nuove tecnologie per la produzione di idrogeno specificamente per stazioni di rifornimento.

    L’unico progetto italiano a beneficiare dei fondi di Hy2Move è proposto dal gruppo UFI Filters. Specializzata in tecnologie di filtrazione e gestione termica, l’azienda ha recentemente fondato UFI Hydrogen ed è attiva in particolare nella tecnologia delle fuel cell. Il progetto, guidato dal CEO Marco Lazzaroni, si concentra sulla realizzazione di una tecnologia avanzata per l’assemblaggio di membrane elettrodi (MEA) utilizzabili in celle a combustibile attraverso un processo di produzione roll-to-roll.

    Queste innovazioni tecnologiche sono considerate essenziali per l’industrializzazione su larga scala di celle a combustibile destinate a diversi settori, inclusi il trasporto su strada, marittimo, aviazione e anche applicazioni stazionarie. Giorgio Girondi, presidente di UFI Hydrogen e fondatore del gruppo UFI Filters, ha sottolineato l’importanza strategica dell’idrogeno per supportare la transizione dell’economia europea verso un futuro più sostenibile e circolare.

    Hy2Move si propone quindi come un acceleratore chiave per implementare la strategia aziendale di UFI, mirando a promuovere la diffusione delle tecnologie di mobilità alimentate a idrogeno attraverso un significativo impegno in ricerca e sviluppo. Con questa visione, il gruppo si colloca all’avanguardia nel settore tecnologico europeo, contribuendo in modo sostanziale agli obiettivi di sostenibilità del continente.

    All’interno della stessa iniziativa IPCEI Hy2Move, altri progetti rilevanti includono quelli promossi da grandi nomi dell’industria come Airbus e BMW nei paesi partecipanti, concentrati su sfere diverse al fine di ampliare ulteriormente il raggio di azione dell’idrogeno nel contesto europeo. La diversità e l’ampiezza dei progetti riflettono l’impegno significativo che l’Unione Europea intende mantenere nello sviluppo di una mobilità più pulita e innovativa.

    da www.tomshw.it

  • ABC del RENTRI

    Per il primo appuntamento della rubrica RENTRIamo vi presentiamo l’ABC del RENTRI in 3 brevi video guide

    A: Chi deve iscriversi al RENTRI: 

    B: Come si accede al RENTRI: 

    C: Le nuove regole per la gestione dei FIR: 

    da rentri.gov.it

  • ATTUALITÀ

    TotalEnergies e Verbund studiano la produzione di idrogeno verde in Tunisia

    Dove produrre idrogeno verde se non dove c’è tanto sole. La Tunisia potrebbe essere il fluogo ideale, ma quali sono i costi?

    Un’azienda di energia pulita ha scoperto per caso una tecnologia che utilizza batterie ferro-aria che potrebbero decarbonizzare l’industria siderurgica, cogliendo due piccioni con una fava.

    La batteria di Form Energy purifica il minerale di ferro per la produzione di acciaio con un processo a basse emissioni, sostituendo potenzialmente il carbone da coke altamente inquinante. Quindi con questo sistema si può ridurre il ferro o, alternativamente, accumulare energia.

    Questa innovazione potrebbe ridurre in modo significativo le emissioni in vari settori che si basano sull’acciaio.
    Batteria
    Sebbene la transizione energetica pulita globale sia ben avviata, ci sono ancora alcuni ostacoli tecnici irrisolti che si frappongono tra la nostra attuale industria energetica e la nostra capacità di raggiungere gli obiettivi climatici globali entro la metà del secolo. La maggior parte dei punti più ovvi e accessibili della lista delle cose da fare per la decarbonizzazione – ad esempio, spingere l’adozione dei veicoli elettrici, installare impianti solari ed eolici e rendere le nostre case e i nostri elettrodomestici più efficienti dal punto di vista energetico – sono già stati affrontati su larga scala in tutto il mondo. Ma altre piattaforme chiave di un percorso verso lo zero netto si basano su tecnologie non ancora sperimentate.

    Due di questi problemi spinosi sono la questione di trovare una soluzione scalabile di accumulo di energia a lungo termine, che consenta di affidarsi a un mix di energia rinnovabile al 100% senza compromettere la sicurezza energetica, e la decarbonizzazione di settori difficili da abbattere, come il trasporto pesante, il trasporto marittimo, l’aviazione, la siderurgia, i prodotti chimici e petrolchimici. Svelare il segreto per risolvere queste questioni spinose ha il potenziale di sconvolgere l’industria dell’energia pulita così come la conosciamo e di metterci sulla strada della neutralità delle emissioni di carbonio, oltre a creare nuovi settori economici con un enorme potenziale di crescita rapida.
    Ora, arriva la parte sorprendente. Nel tentativo di risolvere l’enigma dell’accumulo di energia a lungo termine, un’azienda di batterie verdi ha accidentalmente scoperto una soluzione a uno degli altri problemi chiave che il movimento di decarbonizzazione deve affrontare: la bonifica dell’industria siderurgica. In uno sviluppo sorprendente, Form Energy sta utilizzando la sua innovativa tecnologia delle batterie per risolvere due problemi completamente diversi che affliggono l’industria energetica globale.

    Il fornitore di energia verde, con sede nel Massachusetts, utilizza un’innovativa batteria ‘iron air’ per immagazzinare energia pulita a intervalli più lunghi rispetto a quanto possono fare le batterie standard agli ioni di litio. La batteria immagazzina l’energia pulita convertendo la ruggine in ferro puro e la reimmette nella rete trasformando il ferro in ruggine. E questo stesso processo può essere applicato per ripulire una parte essenziale dell’industria siderurgica.

    La purificazione del minerale di ferro da utilizzare nella produzione di acciaio è tradizionalmente uno dei componenti più intensivi di carbonio della catena di approvvigionamento dell’acciaio, estremamente sporca. In genere, il processo di purificazione dell’ossido e dell’idrossido di ferro che vengono estratti dalla Terra richiede grandi quantità di carbone da coke ad alte emissioni. Di conseguenza, la produzione di acciaio è il settore manifatturiero con le maggiori emissioni del pianeta, responsabile di almeno il 7% di tutte le emissioni di gas serra prodotte dall’uomo.

    Esistono già alcune opzioni per ripulire l’industria siderurgica, ma nessuna è stata una soluzione d’argento. Ma il team che sta dietro alla nuova scoperta della batteria ferro-aria afferma che ha il potenziale per essere quel tipo di soluzione dirompente. La nuova tecnologia mette il minerale di ferro in polvere in una soluzione alcalina a bassa temperatura. Quando viene attraversata da una corrente elettrica, si produce ferro metallico in polvere.

    Il team di Form Energy afferma che questo processo può essere eseguito in modo continuo e ad alta efficienza. Infatti, sostengono che ha il potenziale per competere finanziariamente con le tecnologie di forno convenzionali alimentate a combustibili fossili. Anche se Form deve ancora dimostrare che è commercialmente fattibile, il suo potenziale competitivo è significativo. “I forni comportano un investimento minimo di miliardi di dollari”, riporta Canary Media. “La tecnica elettrolitica di Form potrebbe essere più facile da implementare perché può essere scalata in incrementi più piccoli”.
    “Abbiamo trovato un processo più economico, più scalabile e più efficiente per la produzione di ferro verde”, ha dichiarato a Canary Media Mateo Jaramillo, cofondatore e CEO di Form Energy. Sappiamo che ha la possibilità di creare una tonnellata di valore, quindi lo perseguiremo”. L’iniziativa del ferro pulito di Form Energy è stata uno dei 13 progetti selezionati per ricevere un finanziamento dall’Advanced Research Projects Agency-Energy (ARPA-E) del Dipartimento dell’Energia il mese scorso.

    L’impatto potenziale della ricerca e dello sviluppo di una tecnologia scalabile per la produzione di acciaio pulito è difficile da sopravvalutare. “In quanto elemento costitutivo dell’economia globale, l’impronta di carbonio dell’acciaio tocca quasi tutti i settori, dall’industria automobilistica ed edilizia ai macchinari, ai trasporti e all’energia”, afferma il World Economic Forum. Di conseguenza, la decarbonizzazione dell’acciaio avrebbe importanti implicazioni a valle per un numero enorme di settori economici. “Se i due miliardi di tonnellate di acciaio grezzo prodotti ogni anno a livello globale fossero acciaio verde, non solo si ridurrebbero le emissioni dell’acciaio, ma si ridurrebbero sostanzialmente le emissioni di tutti i settori che dipendono dall’acciaio”.

    da scenarieconomici.it

  • Le nanoplastiche sono arrivate anche nelle cozze: l’agghiacciante scoperta in Puglia

    Una ricerca ha individuato nanoplastiche nei mitili del Mar Piccolo di Taranto grazie ad un metodo per identificarle negli organismi marini.

    Uno studio condotto dall’Università del Salento in collaborazione con l’Institute for Marine and Atmospheric Research dell’Università di Utrecht ha rivelato la presenza di nanoplastiche nei mitili del Mar Piccolo di Taranto. Questo è il primo studio scientifico che quantifica la presenza di nanoplastiche nei tessuti organici, segnando un importante passo avanti nella ricerca sull’inquinamento da plastica negli organismi marini.

    Il progetto, guidato dal professor Cosimino Malitesta e supportato da Giuseppe De Benedetto e Silvia Fraissinet, ha stabilito un metodo innovativo per identificare e quantificare le nanoplastiche negli organismi marini.

    Questo protocollo permette di analizzare campioni con estrema precisione, individuando particelle di dimensioni tra i 20 e i 200 nanometri. Secondo i ricercatori, nei mitili destinati al consumo alimentare è stata riscontrata un’abbondanza significativa di queste particelle, con una composizione chimica dominata da polietilene (38%), polipropilene (28%), PVC (17%), polistirene (12%) e polibutadiene (5%).

    Le nanoplastiche possono trasportare inquinanti assorbiti

    La presenza di nanoplastiche nei mitili pone seri interrogativi sulla sicurezza alimentare e sulla salute umana. Queste particelle, infatti, possono attraversare le barriere biologiche e potenzialmente trasportare inquinanti assorbiti, rappresentando un rischio per chi consuma questi prodotti.

    Tuttavia il professor De Benedetto ha sottolineato che ulteriori studi tossicologici sono necessari per comprendere appieno gli effetti di queste particelle sulla salute umana. La scoperta sottolinea l’importanza di gestire con attenzione il ciclo di vita dei materiali plastici per ridurne l’impatto ambientale.

    Le nanoplastiche, derivanti dalla frammentazione dei rifiuti plastici, sono inquinanti ubiquitari che rappresentano una sfida per la loro individuazione e gestione. Questo studio fornisce una base solida per future ricerche e potrebbe aiutare gli scienziati di tutto il mondo a sviluppare strategie più efficaci per affrontare l’inquinamento da plastica.

    Il professor De Benedetto ha ribadito la necessità di evitare la dispersione di plastica nell’ambiente, non solo nei mari ma anche nelle discariche terrestri. Le scoperte del team dell’Università del Salento rappresentano un passo fondamentale nella comprensione e nella mitigazione dell’inquinamento da plastica, contribuendo a proteggere sia l’ambiente che la salute umana.

    da greenme.it

  • Trattamento dei rifiuti: dove servono gli impianti

    Quanti nuovi impianti di recupero sono necessari perché ogni regione possa smaltire i propri rifiuti? E dove vanno localizzati? Le stime del fabbisogno e la situazione nelle diverse regioni, compresi i riflessi sulle tariffe pagate dai cittadini.

    Un obiettivo del Pnrr

    All’interno di un quadro generale in rapido mutamento, una delle questioni da risolvere per il settore dei rifiuti è la codifica di una strategia efficace con cui individuare per quali rifiuti e in quali territori vi è un deficit impiantistico nel trattamento o nello smaltimento. Questi stessi territori sono anche quelli nei quali i cittadini pagano una tariffa più elevata per la gestione dei rifiuti.

    Il Piano nazionale di ripresa e resilienza ha indicato tra i suoi obiettivi il superamento dei divari territoriali nella gestione dei rifiuti, con precisi indicatori di diffusione delle raccolte differenziate, di riduzione del numero delle discariche irregolari e dello smaltimento in discarica. L’Autorità di regolazione (Arera) ha stabilito che nei territori dove mancano gli impianti, quelli presenti possano essere “precettati” al servizio pubblico, chiamati a ricevere i rifiuti sulla base di provvedimenti amministrativi delle regioni in cambio di tariffe coerenti con i costi. Si tratta dei cosiddetti impianti “minimi”, dove per “minimo” si intende appunto un impianto essenziale, cioè necessario per assicurare che quella regione sia in grado di smaltire i propri rifiuti urbani.

    Il contenzioso sugli impianti minimi

    La scelta su quali sono gli impianti essenziali è stata rimessa alle regioni. Tuttavia, alcune regioni hanno indicato come essenziali anche impianti che non lo sono, perché si trovano in territori nei quali c’è una capacità di gestione già capiente rispetto ai rifiuti prodotti.

    Gli impianti rimasti esclusi hanno impugnato i provvedimenti delle regioni e di ARERA ottenendo dal giudice amministrativo che le regioni siano tenute a documentare puntualmente la carenza di impianti sul loro territorio.

    La giurisprudenza non ha solamente sollevato questioni sulla categorizzazione operata da alcune regioni (Emilia-Romagna, Puglia, Friuli-Venezia Giulia), arrivando ad annullarne i provvedimenti, ma si è spinta fino a richiedere un ripensamento dell’intera impalcatura normativo-regolatoria sottesa al processo di individuazione degli impianti “minimi”.

    Le sentenze hanno affermato il ruolo centrale del Programma nazionale per la gestione dei rifiuti (Pngr) che avrebbe dovuto indicare i fabbisogni da soddisfare nel paese e per macroarea, offrendo alle regioni un indirizzo utile alla individuazione degli impianti essenziali e insieme anche un chiaro orientamento sugli impianti che mancano.

    Attualmente, l’intero sistema attraversa quindi una fase di forte incertezza.

    In esito alle pronunce dei giudici amministrativi ARERA ha nuovamente chiesto alle regioni di indicare gli impianti essenziali entro il prossimo 30 giugno 2024. Ma sono poche le regioni che al momento hanno provveduto in questo senso.

    Gli impianti che mancano

    In un nostro recente lavoro abbiamo proposto una ricostruzione dei fabbisogni da coprire.

    Se per il rifiuto organico, eccezion fatta per la Campania, non si rinvengono situazioni di particolare criticità, ben diverso è il quadro relativo al rifiuto indifferenziato e agli scarti delle raccolte differenziate. Pur trattandosi di una indicazione parziale e conservativa, per il caso del recupero energetico emerge un fabbisogno non soddisfatto per oltre 2,8 milioni di tonnellate a livello nazionale, con appena cinque regioni in grado di far fronte alle necessità di trattamento per la chiusura del ciclo. In tutti gli altri territori, invece, andrebbe valutata la designazione degli impianti “minimi”, per garantire l’autosufficienza nello smaltimento ed evitare che le negligenze di molte regioni vengano scaricate sulle poche che hanno messo in pratica un presidio sui rifiuti prodotti nei loro territori.

    Figura 1

    Dati questi elementi, appare più che mai necessario un intervento coordinato per quantificare i fabbisogni di trattamento, non solo per l’indifferenziato e per gli scarti della raccolta differenziata, ma per tutti i rifiuti che presentano particolari opportunità di recupero o criticità di smaltimento.

    Intrinsecamente connessa appare essere la ricostruzione dei fabbisogni impiantistici, presenti e futuri, sulla base della “ragionevole” evoluzione della produzione di rifiuto e dello sviluppo di nuova capacità impiantistica, che andrebbe comunque prevista e sostenuta dalle regioni.

    Se le regioni facessero il loro lavoro, dovrebbe essere sufficiente consolidare le loro valutazioni in un quadro nazionale. Essenzialmente, andrebbero ricostruiti i fabbisogni regionali, attuali e in prospettiva, in sede di programmazione regionale, e, poi, andrebbero trovate le risposte impiantistiche in grado di assicurare che lo smaltimento dei rifiuti urbani non pericolosi e di quelli originati dal loro trattamento avvenga nella regione in cui sono stati prodotti (o al più in regioni limitrofe).

    Una piattaforma, denominata Monitor Piani, è stata avviata con l’intento di monitorare gli obiettivi e gli indicatori contenuti nei Piani regionali, ivi inclusa una check-list per la valutazione della coerenza dei piani regionali con la normativa comunitaria.

    Rinforzare la trasparenza sulle scelte operate delle regioni non è sufficiente. Occorre anche un presidio centrale sul loro operato, coerente con le prerogative statali in materia.

    Il ministero dell’Ambiente e della sicurezza energetica dovrebbe dunque vigilare sulle quantificazioni operate dalle regioni, arrivando financo al respingimento dei Piani regionali non conformi.

    Sembra poi importante ribadire che gli “impianti minimi” non sono uno strumento fine a sé stesso, ma il mezzo per mettere in sicurezza la gestione dei rifiuti: un istituto transitorio per superare i fallimenti di mercato e chiudere i divari territoriali. Vanno dunque inseriti in una strategia, codificata nella pianificazione regionale e in quella sovraordinata di sistema-paese.

    Ogni amministrazione regionale, infatti, deve trovare un’adeguata collocazione ai rifiuti prodotti nel proprio territorio, stipulando eventualmente accordi con le regioni limitrofe.

    È arrivato il momento di porre fine alla lunga stagione di ricorsi e contenziosi che ha determinato forte incertezza sulle “regole del gioco”, scoraggiando le iniziative e, in ultima analisi, andando ad accrescere il conto per i cittadini e l’ambiente.

    Al tavolo istituzionale sul Pngr, di prossima istituzione, è affidato il compito di ricomporre il quadro, ricostruendo quel “filo rosso” che tiene insieme gli indirizzi territoriali e nazionali.

    Figura 2

    da Lavoce.info

  • “Trovati Pfas in tutta Italia, ma il 70% dei test avviene in sole 4 regioni del Nord”. E in Molise e Calabria mai nessun controllo

    I Pfas sono stati trovati in tutte le regioni in cui sono stati cercati, eppure ad oggi in Italia è tutt’altro che capillare la rete dei controlli sulla presenza, nelle acque superficiali e sotterranee, delle sostanze poli e perfluoroalchiliche utilizzate dall’industria e note come ‘inquinanti eterni’ per la loro lunga persistenza nell’ambiente. Sebbene siano stati trovati nel 17% delle analisi eseguite tra il 2019 e il 2022 su campioni prelevati da fiumi, laghi e acque sotterranee, infatti, quasi il 70% delle verifiche è stato eseguito in sole quattro regioni del Nord Italia, ossia Veneto e Piemonte, interessate da contaminazioni gravi e accertate, a cui si aggiungono Lombardia e Friuli-Venezia Giulia. Nel resto d’Italia, le analisi sono sporadiche e poco numerose, con ampie aree non monitorate affatto. Il restante 30% delle analisi, infatti, è stato eseguito su campioni provenienti da altre 12 regioni, con una sproporzione in termini di numero e accuratezza.

    Sono questi i risultati dell’ultima inchiesta che Greenpeace Italia presenta oggi a Roma. Basandosi sui dati delle Arpa regionali e delle province autonome presenti nel database Ispra, la ONG ha raccolto gli esiti delle analisi eseguite dagli enti pubblici deputati in Italia tra il 2019 e il 2022 in merito alla presenza di Pfas nelle acque superficiali e sotterranee. “I pochi e frammentati rendono tuttora sconosciuta la reale portata della contaminazione” spiega a ilfattoquotidiano.it Giuseppe Ungherese, responsabile della campagna Inquinamento di Greenpeace.

    Le regioni dove sono stati trovati Pfas dal 2019 al 2022 – Si tratta di un fenomeno diffuso, che riguarda tutte le regioni italiane in cui queste sostanze sono state cercate. Per ogni singolo campione si indaga sulla presenza di più sostanze e, quindi, ad esso corrispondono più analisi: quasi 18mila sono state quelle risultate positive. “È importante sottolineare che la percentuale di valori positivi ai Pfas varia da regione a regione anche a causa dell’accuratezza della misurazione dell’ente pubblico”, commenta Ungherese. Come si spiega nel report, “più una Regione fa controlli e utilizza strumenti all’avanguardia (ovvero con limiti di rilevabilità analitica, il cosiddetto LOQ, più basso) più è probabile che venga rilevata una positività”. Di fatto, Basilicata (31%), Veneto (30%) e Liguria (30%) sono le regioni con la più alta percentuale di analisi positive rispetto ai controlli effettuati tra il 2019 e il 2022 dagli enti preposti sui corpi idrici italiani. Altre sei regioni presentano un tasso di positività superiore al 10% delle analisi eseguite nel periodo preso in considerazione: Lombardia, Toscana, Lazio, Umbria, Abruzzo, Campania.

    La sproporzione nei controlli. In Calabria predisposti solo nel 2024 – Mentre nelle quattro regioni del Nord Italia si sono svolti i due terzi delle analisi fatte in tutto il territorio nazionale tra il 2019 e il 2022, nelle altre regioni il contributo al totale delle analisi effettuate in Italia non supera il 10%. In Puglia, Sardegna, Molise e Calabria, stando ai dati Ispra, dal 2017 al 2022 non risulta alcun controllo sui Pfas nei corpi idrici. “Greenpeace Italia ha chiesto informazioni alle Arpa regionali. Puglia e Sardegna hanno fornito alcuni dati per il triennio 2020-2022 – racconta Ungherese – ma quelli comunicati da Arpa Puglia mostrano controlli decisamente esigui. Solo sei campionamenti in cinque anni”.

    Non solo: per Molise e Calabria anche dagli enti regionali non risulta alcun controllo effettuato. La Calabria, in realtà, ha predisposto la ricerca dei Pfas nelle acque superficiali a partire dal 2024. Controlli che non sono solo frammentati, ma anche poco frequenti: secondo quanto rilevato da Ispra, sono solo dieci le Regioni che tra il 2019 e il 2022 hanno effettuato campionamenti ogni anno. Si tratta di Veneto, Lombardia, Piemonte, Friuli-Venezia Giulia, Emilia-Romagna, Trentino-Alto Adige, Toscana, Lazio, Umbria, Valle d’Aosta. In tutti gli altri casi il monitoraggio è discontinuo o iniziato solo nel 2022, come accaduto nelle Marche e in Abruzzo. Una tendenza che non sembra in miglioramento, visto che il numero delle regioni impegnate in attività di monitoraggio non è cresciuto negli ultimi anni.

    Le situazioni più critiche (secondo i dati disponibili) – Per cercare di capire quali sono i dati più critici, tenendo conto solo di quelli a disposizione sul database di Ispra, Greenpeace Italia ha ristretto il campo di analisi all’anno più recente disponibile per tutte le regioni (ossia il 2022), alle sole analisi delle acque superficiali e alla ricerca di due molecole appartenenti al gruppo Pfas, il Pfoa e il Pfos, di recente classificati dall’Agenzia Internazionale per la Ricerca sul Cancro rispettivamente come cancerogeno e possibile cancerogeno. Il primo risultato non sorprende: è il Veneto la regione dove sono state trovate nel 2022 le più alte concentrazioni di Pfoa e Pfos, teatro di un inquinamento ambientale che coinvolge i corpi idrici ma anche le acque potabili di una vasta area compresa tra le province di Vicenza, Verona e Padova. Oltre che in Veneto, sono riscontrate concentrazioni particolarmente elevate di Pfoa e Pfos in Piemonte.

    “Nel 2022 queste due molecole sono state trovate in alte concentrazioni in specifiche aree della regione – si spiega nel report – ovvero nei corpi idrici interessati dagli scarichi dell’azienda chimica Solvay (oggi Syensqo), unica azienda produttrice attiva di Pfas in Italia”. Oltre al Veneto e alla zona piemontese contigua alle attività di Solvay (Torrente Bormida di Spingo e fiume Tanaro, nelle vicinanze di Alessandria), le più alte concentrazioni di Pfoa, sono state trovate in Lombardia. “Ma accanto a questa Regione, dove Greenpeace Italia ha già verificato la presenza di Pfas nelle acque a uso umano – spiega Ungherese – contaminazioni compaiono anche in Emilia-Romagna e Lazio”. Nel dettaglio, nel 2022 il Pfoa è stato rilevato in Piemonte nel fiume Dora Baltea (Vercelli) e nel Torrente Scrivia (Alessandria), in Emilia Romagna, nel Comune di Savignano, frazione Capanni (Forlì-Cesena), in Lombardia, nel torrente Molgora, a Lavagna e Cavaione (Milano) e nel Comune di Ottobiano (Pavia) e nel Lazio, a Roma, nei pressi di Ponte Galeria.

    Il precedente: le contaminazioni rilevate in tutte le regioni dal 2018 – “Stupisce che il sistema di monitoraggi e controlli non sia oggi capillare e presente in tutte le regioni – commenta Ungherese – dato che gli enti preposti da almeno sei anni conoscono la portata della contaminazione da Pfas nei corpi idrici italiani”. Era il 2018 quando il primo monitoraggio nazionale aveva mostrato come la contaminazione da Pfas fosse un fenomeno diffuso che riguardava tutte le regioni italiane, nessuna esclusa. “Già allora emersero numerose criticità – racconta Ungherese – anche in regioni non oggetto di monitoraggi periodici e capillari negli anni successivi”.

    Le sostanze ricercate furono dodici, ma solo per sei di queste (tra i cui Pfoa e Pfos) esistevano valori di standard di qualità ambientale. I Pfas vennero ritrovati nel 14% delle 1.110 analisi effettuate, interessando tutte le regioni e le province autonome indagate. In alcune delle regioni erano già note da anni alcune criticità legate alla contaminazione da Pfas (Veneto, Toscana e Piemonte già risultavano tra queste grazie a uno studio condotto dal Cnr-Irsa nel 2013) le indagini di Ispra confermarono una situazione tutt’altro che rassicurante. Fu accertata la presenza di Pfos in Veneto, Basilicata, Campania, Emilia-Romagna, Friuli-Venezia Giulia, Lazio, Liguria, Lombardia, Piemonte, Sardegna, Sicilia, Umbria, Provincia Autonoma di Trento, Provincia Autonoma di Bolzano. In particolare, in Veneto, Lombardia, Piemonte, Emilia-Romagna, Lazio e Liguria fu rilevato un numero più alto di stazioni in cui la concentrazione di Pfos era superiore a 0.65 nanogrammi per litro, il valore di riferimento per il corrispondente SQA.

    Anche il Pfoa fu trovato quasi ovunque, ma in concentrazioni più elevate in Veneto. “Il quadro della contaminazione nel Paese appariva già problematico fin da questo primo monitoraggio pubblicato ben sei anni fa. Eppure dopo questo primo screening – aggiunge Ungherese – solo la metà delle Regioni ha effettuato controlli annualmente, mentre in tutti gli altri casi siamo di fronte ad attività di monitoraggio episodiche, incostanti o in alcuni casi del tutto assenti. Il quadro complessivo dipinge un’Italia in cui ogni singola Regione sembra muoversi in una cornice incoerente e senza coordinamento centrale”. D’altronde, in Italia non solo manca un divieto per l’uso e la produzione di Pfas, ma non si vedono all’orizzonte neppure provvedimenti nazionali efficaci a tutela della salute delle persone e dell’ambiente.

    da ilfattoquotidiano.it