Autore: Eco-Verde srl

  • Abbiamo un problema coi rigassificatori: esplosioni dei costi e approvvigionamenti a rischio

    Fondamentali per eliminare la dipendenza italiana dal gas russo, gli impianti si trovano di fronte a un passaggio chiave, come spiega Stefano Besseghini, presidente di Arera. Il rigassificatore di Ravenna “richiederà un ulteriore sforzo pubblico” mentre la Golar Tundra dovrà essere spostata da Piombino.

    Il Gnl è stato fondamentale per eliminare la dipendenza italiana dal gas russo ma ora c’è qualche problema coi rigassificatori. I dubbi sono stati espressi dal presidente dell’Autorità di regolamentazione reti e ambiente (Arera), Stefano Besseghini, e riguardano gli ultimi due impianti nati proprio durante la crisi del gas per aumentare le fonti di approvvigionamento dell’Italia. Soprattutto per quello di Ravenna vanno fatte delle valutazioni sui costi che hanno avuto un “rimarchevole incremento”, come ha detto Besseghini. 

    Grazie al Gnl l’Italia non importa più gas dalla Russia: da dove arriva ora

    Negli ultimi due anni le importazioni di gas dalla Russia tendono allo zero. Dai quasi 30 miliardi di metri cubi del 2021 siamo passati a poco meno di 3 nel 2023. Se prima il 40 per cento delle nostre forniture dipendeva dal gas russo ora questa percentuale è scesa al 4,7 per cento. Ma quindi da dove arriva il gas in Italia? La sostituzione dei flussi dalla Russia è avvenuta grazie all’aumento delle importazioni da altri paesi, soprattutto Azerbaigian e Algeria, ora primo fornitore italiano.

    Ma il ruolo del Gnl, il gas naturale liquefatto, è stato decisivo, con le importazioni aumentate di quasi il 70 per cento in due anni. Nel dettaglio, secondo gli ultimi dati forniti da Arera nella relazione annuale e visualizzabili nel grafico sotto, i paesi da cui l’Italia ha importato più Gnl sono Qatar, Algeria e Stati Uniti. 

    Il gas naturale liquefatto, “ha ormai assunto un valore rilevante nella diversificazione e sicurezza delle nostre forniture – ha detto il presidente di Arera, Stefano Besseghini -. In questo contesto le strutture di rigassificazione assumono un nuovo ruolo e l’Italia ha dimostrato di sapersi dotare di quanto necessario”.

    I problemi dei nuovi rigassificatori di Piombino e Ravenna secondo Arera: i costi

    I due impianti di Ravenna e Piombino si sono aggiunti ai tre rigassificatori italiani già esistenti: Panigaglia, Rovigo e Livorno. Per il rigassificatore al largo di Ravenna l’iter di approvazione è stato relativamente rapido (anche se non ancora operativo), mentre a Piombino le proteste della politica locale e dei cittadini hanno fatto sì che la nave rigassificatrice nel sito, la Golar Tundra, venisse spostata in Liguria, al largo di Vado Ligure, dove vi rimarrà per 17 anni. 

    “Il rigassificatore di Piombino è in esercizio ormai da un anno, ma va scongiurato il rischio di un lungo periodo di mancato funzionamento per il suo trasferimento”, ha detto Besseghini. Ma per il rigassificatore di Ravenna ci sono problemi di altro tipo: per il presidente di Arera “sembra rispettare i tempi di entrata in esercizio (2025, ndr) – ha dichiarato esponendo la relazione annuale dell’Autorità – ma con un rimarchevole incremento di costi che, al netto della valutazione della loro efficienza, richiederà un ulteriore sforzo pubblico per consentirne la collocazione a prezzi competitivi e permettergli di svolgere la funzione di completamento dell’assetto di diversificazione per cui è nato”.

    “Abbiamo avuto tempistiche più che ragionevoli – la nota di Besseghini – ora le valutazioni di strategicità bisogna continuare a farle nell’ottica dei costi che si vanno a sostenere”. L’entrata in funzione del rigassificatore di Ravenna è previsto per i primi mesi del 2025. Snam aveva quantificato il costo dell’investimento in circa 1 miliardo di euro: 367 milioni di euro sono serviti per acquistare la BW Singapore, la nave rigassificatrice ormeggiata a 8 chilometri dalla costa ravennate, mentre altri 270 serviranno per costruire la diga che proteggerà la nave, come si vede nella grafica sotto.

    Dopo la pubblicazione di questo articolo Snam ha inviato una nota a Today.it: “Il perimetro degli interventi necessari alla messa in esercizio del rigassificatore di Ravenna non ha subito variazioni sostanziali ma recepisce le risultanze degli studi e dei monitoraggi che accompagnano lo sviluppo naturale di questi progetti. In particolare, nell’ambito di un investimento stimabile – nel suo insieme – intorno a poco più di un miliardo di euro, l’esame delle possibili condizioni meteomarine avverse ha evidenziato l’utilità dell’installazione della diga foranea di protezione. Quest’ultima, in una logica di ottimizzazione, consentirà un’operatività al 100% dell’impianto anche ove tali condizioni dovessero prodursi. In sua assenza invece l’impianto potrebbe operare all’80% della sua capacità, riducendo così la sua efficienza ai fini della sicurezza energetica nazionale e dei costi complessivi”.

    Insieme, i due rigassificatori di Ravenna e Piombino hanno una capacità di 10 miliardi di metri cubi di gas l’anno, pari a oltre il 16 per cento del fabbisogno nazionale. 

    a cura di Cesare Treccarichi di amp.today.it

  • Idrogeno verde, la produzione è influenzata dalle molecole d’acqua

    Lo dimostra uno studio del Cnr con l’Università di Messina

    L’efficienza della produzione di idrogeno verde è influenzata dai legami tra le molecole d’acqua che vengono scisse in idrogeno e ossigeno grazie alla luce solare: lo dimostra lo studio pubblicato su Journal of the American Chemical Society dall’Istituto per i processi chimico-fisici del Consiglio nazionale delle ricerche di Messina (Cnr-Ipcf), in collaborazione con l’Università di Messina e l’Università di Zurigo.

    La capacità di produrre idrogeno in modo ecosostenibile dipende strettamente dalle proprietà del fotocatalizzatore, ovvero del materiale semiconduttore (come l’ossido di titanio) che viene esposto alla luce solare per attivare la reazione chimica di scissione dell’acqua.

    Quando il semiconduttore è colpito dalla luce, genera cariche elettriche che dividono le molecole d’acqua in ossigeno e idrogeno.

    “Le ricerche precedenti nel campo della fotocatalisi si sono concentrate esclusivamente sulle proprietà chimico-fisiche del semiconduttore, con l’obiettivo di sviluppare fotocatalizzatori stabili, economici ed efficienti per la produzione di idrogeno”, osserva Giuseppe Cassone, ricercatore del Cnr-Ipcf. “Tradizionalmente, l’acqua è sempre stata vista come un semplice ambiente passivo in cui avviene la reazione chimica, senza un ruolo attivo nella produzione dell’idrogeno”. La realtà, però, è diversa da quanto ipotizzato finora.

    Il nuovo studio, infatti, dimostra che l’organizzazione delle molecole d’acqua a livello sub-microscopico gioca un ruolo cruciale. Utilizzando tecniche sperimentali e simulazioni avanzate su supercomputer, si è scoperto che l’efficienza della produzione di idrogeno non dipende solo dalle caratteristiche del semiconduttore, ma anche dalla disposizione delle molecole d’acqua nei primi strati adiacenti alla sua superficie.

    “Questo è un risultato innovativo – osserva Rosaria Verduci dell’Università di Messina – perché per la prima volta si mette in luce l’importanza cruciale dell’acqua stessa nel processo, aprendo nuove strade per migliorare l’efficienza della produzione di idrogeno verde”.

    a cura di www.ansa.it

  • Schiuma maleodorante e sostanze oleose, la Costa d’Argento troppo inquinata per fare il bagno

    Da tempo in Maremma il mare inquinato. Un tratto chiuso alla balneazione. Ora i cittadini di Ansedonia raccolgono oltre 300 firme e fanno un esposto in procura per sapere la verità. “Controllate impianti ittici, depuratori e Laguna di Orbetello”

    “Non ne possiamo più, siamo stanchi di non poter nemmeno più fare il bagno. Quello che vogliamo sono risposte, capire cosa causa quell’inquinamento che deturpa una delle più belle aree della Toscana”. Infuriati e stanchi, il 2 luglio i villeggianti hanno alzato in cielo un drone: gli occhi dal cielo hanno dato l’ennesima conferma, una lunga striscia di inquinanti nello splendido tratto di mare della Costa d’Argento, soprattutto tra le spiagge di Feniglia e Tagliata.

    Poco prima gli stessi cittadini hanno raccolto grazie all’Associazione difesa di Ansedonia (Ada) oltre 360 firme avanzando un esposto alla procura di Grosseto, alla Regione, al sindaco di Orbetello, l’Arpat e i carabinieri: lo scopo è chiedere controlli e indagini sul perché di quella maleodorante schiuma bianca oleosa (e non solo) che continua “ogni mattina” a interessare determinate spiagge dell’Argentario intorno ad Ansedonia e poi,  per via delle correnti, a espandersi talvolta sempre di più spingendosi anche verso Capalbio e zone limitrofe.

    Da oltre vent’anni, in quel lungo tratto della Maremma meridionale, si ripetono episodi e condizioni di inquinamento la cui causa è complessa da stabilire.
    Esasperati, quest’anno i cittadini, molti dei quali proprietari di case e ville nella zona di Ansedonia, hanno deciso di combattere a suon di esposti e denunce nel tentativo di salvare la Costa d’Argento, “un ambiente in costante e continuo degrado” lo definiscono.

    Giusy Totero, presidente dell’Associazione difesa di Ansedonia, spiega al telefono con Green&Blue la necessità a giugno di raccogliere le firme “dopo l’ennesima immissione nel mare di sostanze sporche, inquinanti. Non sappiamo quali siano le cause, è un problema che si manifesta da tempo. I due canali di Ansedonia sono inquinati, ma a seconda delle correnti l’inquinamento poi si sposta lungo la costa. Basta vedere la striscia gialla che mostra il drone per capire l’impatto. Con lo scirocco viene tutto a riva, con altri venti va al largo. A firmare, anche da Capalbio, sono persone ormai esasperate per questa schiuma bianca e oleosa, soprattutto a Feniglia, che non permette nemmeno più di fare il bagno”.

    In più casi, e anche di recente, nella zona interessata fra i due canali è stato attivato il divieto di balneazione. Il problema, ricorda Totero, è che con le correnti “spesso l’area colpita dall’inquinamento risulta ben più ampia”.

    Finora, in attesa di controlli specifici che possano chiarire le cause di questo inquinamento, i controlli fatti da Arpat in un caso, e da Goletta Verde di Legambiente nell’altro, hanno sempre mostrato valori in rosso indicando la presenza come ha rilevato Arpat di “tensioattivi (saponi), di batteri fecali e di tossicità” ma come scrivono nel loro esposto i firmatari “l’’origine di tale contaminazione, benché più volte segnalata agli enti competenti, è tuttora ignota”.

    “Vogliamo che le cause siano accertate. Sapere se tutti i soggetti che immettono sostanze  in mare nell’area hanno il depuratore: le ville di Ansedonia, le fognature di Ansedonia come sono messe? Vogliamo che sia accertato se in questi casi c’è e se funziona il depuratore. Lo stesso vale per il ruolo delle vasche idriche e di ittiofauna, così come per quello della Laguna di Orbetello. Quali sono i soggetti  più pericolosi? Chi causa questi danni ambientali?” chiede Totero.

    Con l’inizio della stagione turistica, e anche dopo alcuni casi preoccupanti (come il ricovero di un surfista con un virus intestinale dopo essere stato a lungo in acqua a Feniglia) e altri casi citati dall’associazione, ottenere risposte è diventata una questione sempre più urgente per un problema di lungo corso.

    I proprietari di case della zona, che oltretutto ricordano di pagare  “Imu e tasse salate legate anche ai depuratori”, per l’associazione Ada hanno “diritto di sapere e di poter godere di un mare pulito”.
    Sono preoccupati soprattutto per i potenziali “danni irreparabili ad una delle perle ambientali e paesaggistiche della costa”, area che interessa anche il santuario di Pelagos, popolato da cetacei e da una ricchissima biodiversità marina.

    In particolare il dito è puntato su tre criticità ambientali che “non sono state correttamente affrontate dagli enti competenti” e in queste rientra “la cattiva gestione della Laguna di Orbetello”, una zona con una scarsa ossigenazione delle acque dove “in passato ci sono state crisi anossiche e distrofiche che hanno portato alla moria di quintali di pesce con conseguenti danni economici, ambientali, sanitari e di immagine per il territorio” si legge nell’esposto.

    Non solo: nel mirino anche i potenziali impatti degli impianti di itticoltura e dei loro reflui, così come la possibilità di guasti o mancata manutenzione del sistema fognario di Ansedonia “dato che sono stati trovati batteri fecali in mare” ricorda Totero.

    “Chiediamo quindi ai giudici di individuare le cause, di accertare cosa accade attraverso controlli soprattutto lungo le spiagge della Feniglia e della Tagliata. Questa storia va avanti da tanti anni e anche nel 2023 c’è stato un divieto di balneazione. Eppure non ci sono mai stati interventi risolutori o risanatori. Conosciamo i problemi, anche naturali, della Laguna, ma chiediamo di governare con più forza e sapienza questi ecosistemi fragilissimi. Lo stesso vale  per la fognatura di Terrarossa: chiediamo più controlli sulla salubrità della condotta”.

    Arrabbiati e sconsolati ma costantemente impegnati ad “ottenere risposte”, dalla associazione chiosano con una consapevolezza e una speranza:  “Sappiamo che il mare qui non è più quello pulito di una volta, ormai siamo abituati alle schiume oleose e maleodoranti anche d’inverno. Adesso però è troppo: vorremmo una risposta in tempi brevi, o comunque speriamo in una qualsiasi risposta che ci permetta di capire chi sono i responsabili di un inquinamento così impattante per questo splendido territorio che amiamo e vorremmo difendere”.

    a cura di di Giacomo Talignani di www.repubblica.it

  • Discarica la Regione ha deciso arrivano i “rifiuti da fuori”

    Accolta la richiesta di Rinascenza, via il vincolo alla sola attività siderurgica. Per i nuovi volumi ammessi anche materiali organici a contenuto odorigeno

    PIOMBINO. Rimateria non esiste più da un pezzo. Ma il suo progetto di ampliamento dei volumi della discarica di Ischia di Crociano, ereditato dalla società privata Rinascenza srl, è vivo e vegeto. Non solo. Con una delibera della giunta regionale della Toscana, proposta dall’assessora regionale all’ambiente Monia Monni e approvata dalla giunta il primo di luglio, è stata modificato il provvedimento conclusivo della Valutazione di impatto ambientale del 2019, nei punti in cui si vincolava la coltivazione del rialzo della discarica ex Lucchini ai soli rifiuti provenienti dalle bonifiche e dalle attività del polo siderurgico di Piombino. Il risultato? Per riempire i nuovi volumi di discarica (pari a 350mila metri cubi) arriveranno rifiuti da fuori, compresi quelli organici ad alto contenuto odorigeno, compresi nella categoria 7.1.c. del decreto ministeriale 27/09/2010. Così, a pochi giorni dalla chiusura della campagna elettorale in città, il tema caldo della discarica torna alla ribalta. E, dopo la strana tregua delle urne, torna il tempo delle polemiche. Da una parte il sindaco Francesco Ferrari annuncia un ricorso al Tar – l’enesimo – contro la delibera di giunta e accusa la giunta regionale a trazione Pd. Dall’altra parte c’è chi, compreso il Pd, attacca il sindaco per aver lasciato che Rimateria fallisse e per aver relegato l’iniziativa in mano a un privato che potrà completare il progetto di ampliamento senza alcun controllo da parte del Comune.

    La delibera della Regione

    La modifica del procedimento di Via del 18 novembre del 2019 era atteso da tempo. Con l’atto presentato dall’assessora Monia Monni, infatti, viene approvato il verbale della conferenza dei servizi istruttoria che, sette mesi fa, aveva dato parere positivo alla richiesta di Rinascenza Toscana. La società privata, al fine di rendere sostenibile dal punto di vista finanziario il progetto di “variante 2 – Opere di chiusura discarica ex Lucchini e riprofilatura opere di chiusura discarica RiMateria” aveva chiesto già nel settembre del 2023 la modifica delle prescrizioni numero 2 e 13 nel provvedimento conclusione del procedimento di Via della Regione Toscana, relative alla discarica Li53 (esclusa dal piano industriale di Rinascenza) e del rialzo della discarica ex Lucchini. Il primo punto vincolava le attività di coltivazione del nuovo fronte di discarica ai cumuli e ai nuovi rifiuti legati alle attività del polo siderurgico di Piombino. L’altro punto, invece, imponeva l’esclusione dai nuovi moduli di discarica dei rifiuti di tipologia 7.1.c (organici a contenuto odorigeno). Vincoli che erano stati posti in seguito alle proteste in città per i miasmi provenienti dalla discarica di Ischia di Crociano. E che oggi cadono, in seguito alla richiesta del nuovo gestore.

    Nuove prescrizioni

    Il progetto di Rinascenza, che adesso dovrà essere sottoposto alla procedura di Aia (autorizzazione integrata ambientale), consiste nella coltivazione di un fronte di discarica di circa 350mila metri cubi (rialzo della discarica ex Lucchini). Dopo la modifica attuata, i conferimenti di nuovi rifiuti di categoria 7.1.c. garantiranno la sostenibilità del piano che consentirà, oltre alla coltivazione, di poter realizzare i previsti presidi ambientali e di mantenere correttamente attivi quelli esistenti, «contribuendo quindi positivamente in termini di tutela dell’ambiente e della tutela della salute pubblica del territorio», si legge nell’atto della Regione. Una quota di almeno 68.500 metri cubi dovrà essere destinata ad accogliere i cumuli della Li53, indipendentemente dal soggetto che effettuerà la bonifica. Nel provvedimento approvato dalla giunta regionale vengono confermate tutte le prescrizioni stabilite nel provvedimento conclusivo della Via del 2019. Un quadro che è stato integrato da nuove prescrizioni: «Per impedire la possibilità di emissioni odorigene – si legge imputabili alla coltivazione della discarica, è indispensabile che il gestore assicuri no solo il conferimento di rifiuti a basso tenore odorigeno, ma anche l’assoluto rispetto di modalità di coltivazione e copertura giornaliera. Non solo dovrà essere predisposto un sistema di monitoraggio olfattivo, «accompagnato da una procedura operativa che individui interventi mitigativo in caso di esiti sfavorevoli». Sarà Arpat a verificare l’ottemperanza delle prescrizioni.

    a cura di Luca Centini di www.iltirreno.it

  • Nuovo impressionante record di Ocean Cleanup: raccolte 16 tonnellate di plastica dal Great Pacific Garbage Patch

    Straordinario recupero di plastica dal Pacifico: nell’isola galleggiante più grande del mondo vi sono 16 tonnellate di rifiuti in meno. Il merito è di The Ocean Cleanup, che intende fare ancora meglio battendo nuovi record

    Non accenna a fermarsi la straordinaria impresa compiuta da The Ocean Cleanup, che sta ripulendo i corsi d’acqua e i tratti di mare più inquinati del mondo da resti di plastica di ogni forma e dimensione.

    Lo ha fatto ancora nel Pacifico, dove vergognosamente si trova il Great Pacific Garbage Patch, la più estesa isola di plastica che vi sia, fatta di vecchie reti da pesca, boe, flaconi, cestelli.

    Da questo accumulo galleggiante di immondizia sono state portare via 16 tonnellate di rifiuti. Le immagini che documentano l’ultima maxi operazione di pulizia dell’oceano sono impressionanti così come la quantità di plastica recuperata.

    Non tornerà mai più a inquinare queste e altre acque perché alla plastica raccolta verrà dato un nuovo uso. Il “bottino” di plastica sarà infatti riciclato e trasformato in prodotti sostenibili e che durino nel tempo, evitando così che finiscano di nuovo in acqua.

    Dal Great Pacific Garbage Patch sono state estratte finora più di 345 tonnellate di plastica, più del doppio del peso della Statua della Libertà. Il numero è di suo enorme anche se costituisce solamente una percentuale ridotta di tutta la plastica presente in quest’isola artificiale.

    Per il 2024 la fondazione ha fissato un importante obiettivo: eliminare 100 kg di plastica l’ora dal Great Pacific Garbage Patch per mezzo del System 03, il “mangia rifiuti” della società. Lo scorso anno il System 03 aveva raggiunto il picco di raccolta di 75 kg di rifiuti l’ora; la strada è quella giusta.

    Per portare a termine l’obiettivo, è indispensabile migliorare le prestazioni del System 03, rendendolo più efficiente.

    Così ha fatto già nel Rio Motagua del Guatemala, dove The Ocean Cleanup ha lavorato al nuovo Interceptor. La barriera impedisce a quello che ormai è diventato un fiume di rifiuti di raggiungere il mare aperto.

    da www.greenme.it

  • Completato il reattore di fusione più grande al mondo: per accenderlo ci vorrà ancora molto tempo

    Il progetto ha subito diversi ritardi e il suo budget è aumentato di oltre 22 miliardi di dollari. D’altronde non è semplice riprodurre le condizioni che si trovano all’interno delle stelle e mantenere le bobine di plasma surriscaldate abbastanza a lungo da consentire la fusione nucleare.

    C’è una data. Il più grande reattore a fusione del mondo è stato completato, ma per attivarlo serviranno altri 15 anni. L’International Fusion Energy Project (ITER) sarà il primo dispositivo di fusione a generare più calore di quello utilizzato per avviare la reazione di fusione. Dopo vent’anni, ora sono stati completati i magneti superconduttori, che compongono il cuore del reattore. Il progetto sperimentale userà il confinamento magnetico per imitare la reazione che alimenta le stelle e il Sole.

    “La fusione è un’opzione promettente a lungo termine per un approvvigionamento energetico globale sostenibile e senza emissioni di carbonio. Sfruttare la potenza della fusione è l’obiettivo di ITER, che è stato progettato come passaggio sperimentale chiave tra le attuali macchine di ricerca sulla fusione e le centrali elettriche a fusione di domani”, spiega il portavoce di ITER. Il reattore a fusione è composto da 19 enormi bobine avvolte in più magneti toroidali in grado di generare energia magnetica pari 41 gigajoule: in questo modo il campo magnetico di ITER sarà circa 250 mila volte più forte di quello della Terra.

    “Il completamento e la consegna delle 19 bobine di campo toroidali di ITER rappresentano un risultato monumentale. Ci congratuliamo con i governi membri, le agenzie nazionali ITER, le aziende coinvolte e le numerose persone che hanno dedicato innumerevoli ore a questo straordinario sforzo”, ha dichiarato Pietro Barabaschi, Direttore generale di ITER, durante una conferenza stampa. Secondo le previsioni degli scienziati il progetto entrerà in funzione nel 2039.

    Gli obiettivi di ITER
    ITER è il più grande reattore nucleare del mondo e contiene un magnete in grado di produrre un campo magnetico 280.000 volte più forte di quello che scherma la Terra. L’accordo sul progetto ITER (International Thermonuclear Experimental Reactor) è stato firmato formalmente nel 2006 da Stati Uniti, Unione Europea, Russia, Cina, India e Corea del Sud presso l’Eliseo di Parigi. “In un certo senso, è come un laboratorio nazionale, una grande struttura di un istituto di ricerca”, aveva spiegato il portavoce di ITER, a Euronews Next. “Ma si basa sulla convergenza dei laboratori nazionali, in realtà, di 35 paesi”,  (l’Italia partecipa come partner primario).

    La fusione avviene all’interno di una macchina chiamata tokamak, una camera a forma di ciambella. Dentro i nuclei atomici leggeri verranno fusi per formarne atomi più pesanti, e liberare un’enorme quantità di energia grazie alla reazione di fusione. L’obiettivo del progetto è realizzare un plasma di fusione in grado di produrre più potenza rispetto a quella richiesta per riscaldare il plasma e in grado di sostenere la fusione nucleare per un tempo superiore ai pochi secondi.

    I problemi del progetto

    Il progetto ha subito diversi ritardi e il suo budget è aumentato di oltre 22 miliardi di dollari. D’altronde non è semplice riprodurre le condizioni che si trovano all’interno delle stelle e mantenere le bobine di plasma surriscaldate abbastanza a lungo da consentire la fusione nucleare.

    Uno dei principali ostacoli è la infatti gestione di un plasma che deve essere abbastanza caldo da fondersi. I reattori a fusione richiedono temperature molto elevate, più calde del Sole, perché devono funzionare a pressioni più basse di quelle che si trovano all’interno dei nuclei delle stelle.

    I vantaggi della fusione
    Dagli anni ’50 esistono già le centrali nucleari che sfruttano la reazione di fissione, in cui l’atomo viene diviso in un reattore, liberando un’enorme quantità di energia. La fissione è un metodo collaudato ma non privo di rischi, e produce rifiuti radioattivi che devono essere smaltiti. Come spiega l’ITER la fusione permette di creare energia partendo da pochi grammi di idrogeno. 

    “Gli effetti sulla sicurezza non sono nemmeno paragonabili. Hai solo 2 o 3 g di materiale. Inoltre, il materiale in un impianto di fusione, deuterio e trizio, e il materiale che ne esce, elio non radioattivo e un neutrone, sono tutti sfruttati. Quindi non c’è un avanzo, per così dire, e l’inventario di materiale radioattivo è estremamente, estremamente piccolo”, ha spiegato Laban Coblentz, responsabile comunicazioni di Iter.

    da www.fanpage.it

  • Idrogeno per la decarbonizzazione dell’acciaio: al via la prima sperimentazione in Italia

    La collaborazione tra Snam, TenarisDalmine e Tenova testerà l’utilizzo di idrogeno nell’industria siderurgica per la decarbonizzazione dei settori hard to abate

    Dalmine, 3 luglio 2024 – Prende il via oggi la prima sperimentazione condotta in Italia presso un impianto siderurgico che prevede l’impiego di idrogeno nella lavorazione di prodotti in acciaio.

    La collaborazione tra Snam, uno dei principali operatori europei di infrastrutture energetiche, TenarisDalmine, società di Tenaris, leader mondiale nella produzione di tubi e servizi per il mondo dell’energia e Tenova, azienda leader nello sviluppo e fornitura di soluzioni sostenibili per la transizione green dell’industria metallurgica, avrà una durata iniziale di 6 mesi e intende valutare le prestazioni e l’affidabilità dell’utilizzo dell’idrogeno nell’industria siderurgica e, più in generale, nei settori hard to abate maggiormente difficili da decarbonizzare.

    L’obiettivo è utilizzare idrogeno prodotto in situ per alimentarvi un bruciatore recentemente sviluppato da Tenova (100% H2 ready) installato in un forno di riscaldo per la laminazione a caldo di tubi senza saldatura, presso lo stabilimento di TenarisDalmine (a Dalmine, provincia di Bergamo). Il testcontribuirà anche a definire e implementare linee guida sulla sicurezza e procedure di gestione dell’impianto, dando così avvio allo sviluppo di soluzioni integrate che possano ridurre in modo sostanziale le emissioni di CO2 dei processi produttivi delle industrie hard to abate.

    TenarisDalmine metterà a disposizione il sito e il forno di riscaldo, contribuendo con il suo know-how all’installazione, alla conduzione e al monitoraggio delle prestazioni degli impianti siderurgici. Snam, valorizzando le proprie competenze nelle tecnologie collegate all’idrogeno e nel trasporto di molecole, metterà un sistema per l’elettrolisi alcalina a disposizione di TenarisDalmine, che lo opererà per produrre l’idrogeno necessario al test.

    Tenova, a sua volta, completa la value chain del processo, mettendo a fattor comune il proprio know-how sui sistemi di combustione e, in particolare, fornendo bruciatori specificamente realizzati per essere alimentati con idrogeno. Il progetto ha previsto anche il significativo contributo di Techint Engineering & Construction, azienda che fornisce servizi di progettazione e project management in continua espansione nel settore della transizione energetica, con lo sviluppo dell’ingegneria di massima e di dettaglio dell’installazione, lo sviluppo dell’analisi dei rischi e la verifica della conformità con i requisiti di legge e con gli standard di sicurezza.

    Con questa prima collaborazione presso lo stabilimento di TenarisDalmine, Snam supporta un importante player del settore nella modalità “Hydrogen as a Service”, un servizio ad hoc per abilitare l’impiego dell’idrogeno decarbonizzato all’interno di stabilimenti produttivi industriali o di altri contesti applicativi, nel quale Snam fornisce in leasing il sistema di elettrolisi che verrà operato dall’utilizzatore finale. Il programma fa parte del più ampio sforzo che Snam sta compiendo come operatore di sistema per accompagnare le esigenze delle realtà industriali nel loro percorso di decarbonizzazione su processi che hanno bisogno di essere testati in vista di soluzioni infrastrutturali future su larga scala.

    A loro volta, le aziende del Gruppo Techint (TenarisDalmine, Tenova e Techint Engineering & Construction) consolidano il loro know-how nello sviluppo, l’implementazione e la validazione delle tecnologie necessarie per la progressiva decarbonizzazione delle industrie hard to abate, attraverso la graduale sostituzione dei combustibili fossili con idrogeno verde.

    da www.snam.it

  • Porti cinesi soffocati dalle importazioni record di carbone

    Le navi attendono anche dieci giorni per poter sbarcare e alimentare il record dei consumi

    “Non è il momento di imporre nuove tasse a carico delle aziende italiane ed europee, specie dopo un 2023 che ha registrato il record mondiale di emissioni di CO2, nonostante gli investimenti miliardari dell’Europa, in contrapposizione con India e Cina che si avviano verso il picco di consumi di carbone e combustibili fossili”.

    Terminal cinesi bloccati da montagne di carbone

    Lo ha detto il ministro delle infrastrutture e dei trasporti, Matteo Salvini, intervenendo all’assemblea degli armatori italiani; proprio nelle stesse ore a conferma di un processo unilaterale di decarbonizzazione nei fatti solo europeo, sono stati diffusi i dati relativi all’importazione di carbone da parte della Repubblica popolare cinese nonché al congestionamento dei terminal portuali cinesi ormai letteralmente sommersi da montagne di carbone destinato alla produzione di energia elettrica

    Nei primi cinque mesi di quest’anno, stimolata dal continuo calo dei prezzi del carbone, la Cina ha importato 205 milioni di tonnellate di carbone, con un aumento del 12,6% rispetto all’anno precedente, e accumulando scorte di 162 milioni di tonnellate di carbone nei primi cinque mesi dell’anno. Nei primi cinque mesi dell’anno le miniere cinesi hanno prodotto “solo” 1,86 miliardi di tonnellate di carbone, in calo del 3% rispetto allo stesso periodo del 2023.

    Il numero di navi cariche di carbone in attesa in rada fuori dai porti cinesi ha raggiunto livelli record analoghi a quelli del 2020 e ora è in atto un processo speculativo con i porti utilizzati come depositi in attesa che il prezzo del carbone, nella stagione estiva, sia spinto come sempre verso l’alto dai consumi record per gli impianti di aria condizionata. Le attese medie per le navi in rada prima di poter sbarcare il loro carico, puntano verso il tetto dei 10 giorni.

    Che il processo di decarbonizzazione unilaterale deciso dall’Unione europea possa trasformarsi in un vero e proprio harakiri, è confermato da ulteriori dati: l’India prevede di arrivare al picco di consumo del carbone tra il 2035 e il 2040, mentre la Cina non prima del 2030. Non solo: l’obiettivo net zero per Nuova Delhi è il 2070 mentre per Pechino formalmente si colloca attorno al 2060.

    Pechino si conferma il maggior produttore e consumatore di carbone al mondo. Pesa per circa il 60% del consumo di carbone globale, in gran parte per la produzione elettrica. La Cina continua sia ad aumentare la domanda (del 5% nel 2023) e sta ampliando il network di centrali a carbone con uno score di 47,44 GW di nuova capacità installata nel solo 2023, quasi il doppio rispetto al 2022.

    Secondo l’Ente di certificazione norvegese DNV solo dopo il 2026 inizierà un lentissimo processo di riduzione dei consumi che entro il 2040 si ridurranno di 1/3 per poi stabilizzarsi al 2050 a circa il 25% rispetto ai volumi record..

    Consumo di carbone in costante crescita nel mondo

    Per intanto, al di là delle previsioni spicca un dato: secondo il report annuale del Global Energy Monitor nel 2023 la capacità di produzione di energia elettrica da carbone grazie alla Cina, nel mondo è cresciuta per la prima volta negli ultimi quattro anni con un aumento che e’ stato del 2% (pari a 48,5GW), il più alto registrato dal 2016, nonostante diversi Paesi si siano impegnati a chiudere almeno il 6% delle centrali piu’ inquinanti ogni anno.

    La crescita del traffico marittimo cinese, certo alimentata dal boom dei container, non si limita esclusivamente alle merci containerizzate. Nel primo quadrimestre dell’anno sono aumentate anche le importazioni di materie prime, trainate proprio dalle importazioni di carbone.  Gli incrementi sono stati pari al 13% con trasporti via mare di carbone che, tra gennaio e aprile 2024, hanno raggiunto 161 milioni di tonnellate e sono cresciute del 13% su base annua.

    Una ferrovia solo per il carbone

    Emblematica anche la crescita record dei trasporti di carbone su una ferrovia, quella fra Datong e Qinhuangdao, esclusivamente dedicata al trasporto di carbone: nel 2023l’arteria del trasporto energetico cinese, nel 2023 ha superato i 422 milioni di tonnellate, con un aumento del 6,4% su base annua, raggiungendo un nuovo record degli ultimi quattro anni.

    La ferrovia Datong-Qinhuangdao è una ferrovia elettrificata progettata esclusivamente per il trasporto di carbone dalle province dello Shanxi, dello Shaanxi e dalla Regione autonoma della Mongolia Interna verso i porti energetici di Qinhuangdao e Caofeidian. Il suo volume di trasporto di carbone rappresenta circa un quinto del carbone totale del Paese trasportato su ferrovia.

    da www.nicolaporro.it

  • Rifiuti da costruzione e demolizione, pronte le nuove regole

    Dal Ministero dell’Ambiente il decreto sul riutilizzo degli inerti come aggregato recuperato

    Il Ministro dell’Ambiente e della Sicurezza Energetica ha firmato il nuovo Decreto Inerti che disciplina il riutilizzo dei rifiuti provenienti da costruzione e demolizione al fine di reimmetterli sul mercato. Lo ha annunciato la viceministra Vannia Gava.
     
    La nuova normativa, particolarmente attesa dal settore, mira a superare le criticità emerse con il precedente Decreto Inerti o End of Waste DM 152/2022 e lo abroga, ampliando il novero delle applicazioni cui possono essere destinati i materiali e alleggerendo gli oneri economici e amministrativi per gli operatori.
     
    Il Decreto Inerti definisce i criteri per cui i rifiuti inerti da costruzione, demolizione e origine minerale cessano di essere considerati rifiuti dopo operazioni di recupero e dispone che, preferibilmente, i rifiuti inerti ammessi alla produzione di aggregati recuperati provengano da demolizione selettiva.
     
    Si stabilisce che i rifiuti inerti derivanti dalle attività di costruzione, demolizione e di origine minerale cessano di essere qualificati come rifiuti e diventano aggregato recuperato se l’aggregato riciclato o artificiale derivante dal trattamento di recupero soddisfa determinati criteri. Sono indicati espressamente gli scopi per i quali può essere utilizzato l’aggregato recuperato.

    Nuovo decreto per il riutilizzo dei rifiuti inerti

    Il nuovo Decreto Inerti definisce le responsabilità del produttore di aggregato recuperato, la dichiarazione di conformità e le modalità di prelievo e detenzione dei campioni di aggregato recuperato.

    Si prevede che produttore implementi un sistema idoneo che dimostri il rispetto dei criteri stabiliti nel regolamento, inclusi il controllo della qualità e l’automonitoraggio. Questo sistema può anche comprendere l’accesso a procedure di accreditamento per garantire conformità aggiuntiva.

    Entro 24 mesi dall’entrata in vigore del Decreto, il Ministero dell’ambiente valuterà i dati di monitoraggio acquisiti tramite il Registro nazionale delle autorizzazioni al recupero (ReCER) ed eventualmente procederà alla revisione dei criteri per la cessazione della qualifica di rifiuto.


    “In un Paese povero di materie prime, recuperiamo strategicamente materia prima seconda centrando diversi obiettivi: meno discarica e, quindi, più economia circolare, più tutela ambientale, ma anche ascolto e supporto alle imprese con un impatto positivo per molte filiere tra cui quella estrattiva, delle costruzioni e delle demolizioni, della produzione di aggregati riciclati, bitumi, calcestruzzi e cementi, che hanno un peso importante in Italia” ha dichiarato la viceministra Gava.

    Bozza non ancora in vigore 26/06/2024

    https://www.edilportale.com/normativa/bozza-non-ancora-in-vigore/2024/ministero-dell-ambiente-e-della-sicurezza-energetica-regolamento-per-il-riutilizzo-degli-inerti-da-costruzione-e-demolizione_18813.html

    Decreto Ministeriale 27-07-2022 n 152

    https://www.edilportale.com/normativa/decreto-ministeriale/2022/152/ministero-della-transizione-ecologica-regolamento-che-disciplina-la-cessazione-della-qualifica-di-rifiuto-dei-rifiuti-inerti-da-costruzione-e-demolizione-e-di-altri-rifiuti-inerti-di-origine-minerale_18522.html

    da www.edilportale.com

  • Il Mar Mediterraneo è stato contagiato, il problema è concreto: esperti preoccupati

    Il Mar Mediterraneo sta diventando come il Pacifico: anche nel nostro mare ci sono isole di rifiuti e gli esperti sono molto preoccupati.

    La questione della plastica è una delle più pressanti a livello globale, considerato l’impatto devastante che questo materiale sta avendo sull’ambiente. Nonostante le buone intenzioni e le iniziative dell’Europa, come la promozione del vuoto a rendere o i tappi delle bottigliette attaccati, la situazione appare molto più grave di quanto si pensasse. Già nel 2015, Greenpeace UK aveva lanciato l’allarme sulla crescente presenza di plastica negli oceani.

    Allarme plastica nel Mar Mediterraneo

    L’Oceano Pacifico è tristemente famoso per la sua Great Pacific Garbage Patch, un’enorme isola di plastica grande quanto tre volte la Francia. Le forti correnti marine raccolgono i rifiuti in quest’area, creando una delle concentrazioni di plastica più alte al mondo. Organizzazioni come Ocean Clean-up lavorano incessantemente per rimuovere questi rifiuti, cercando di evitare che si frammentino in microplastiche, le quali possono essere ingerite dalla fauna marina e finire nella catena alimentare umana.

    Anche nel Mediterraneo la situazione è allarmante. I satelliti Sentinel-2 del programma Copernicus, gestito congiuntamente dalla Commissione Europea e dall’Agenzia Spaziale Europea (ESA), hanno rivelato una mappa dettagliata dell’inquinamento da plastica. Le immagini catturate dai satelliti hanno evidenziato la presenza di migliaia di strisce di rifiuti galleggianti, con lunghezze variabili tra 1 e 20 km.
    I ricercatori hanno guidato un team che ha analizzato circa 300.000 immagini satellitari scattate ogni tre giorni per sei anni, con una risoluzione spaziale di 10 metri. Sebbene i satelliti non siano progettati specificamente per rilevare i rifiuti, gli accademici sono riusciti a ricostruire il quadro dell’inquinamento marino utilizzando supercomputer e algoritmi avanzati.

    L’uso di supercomputer e algoritmi è una strategia promettente per vari contesti. La capacità di rilevamento però migliorerebbe notevolmente con una tecnologia di osservazione dedicata alla plastica. Un simile strumento sarebbe utile anche per altre attività, come il monitoraggio degli sversamenti di petrolio, le perdite di carico dalle navi e le operazioni di ricerca e salvataggio in mare.

    Cosa si può fare per l’ambiente

    Oltre a questi studi, un’altra iniziativa rilevante coinvolge Terna e Wsense, che stanno testando le potenzialità dell’Internet of Underwater Things (IoUT) per il monitoraggio e la protezione degli ecosistemi marini. Questa collaborazione rappresenta un passo avanti significativo nella salvaguardia della salute dei nostri mari.
    La lotta contro l’inquinamento da plastica è complessa e richiede uno sforzo coordinato a livello globale. È fondamentale continuare a sviluppare tecnologie innovative e a promuovere iniziative che riducano l’impatto della plastica sull’ambiente.

    da www.ttiviaggi.it