Autore: Eco-Verde srl

  • Direttiva sui rifiuti: L’Ue avvia una procedura di infrazione contro l’Italia

    La direttiva sui rifiuti è la legislazione quadro dell’Ue volta a prevenire o ridurre la produzione di rifiuti, riducendo gli impatti complessivi dell’uso delle risorse e migliorando l’efficienza di tale uso

    La Commissione europea ha deciso di avviare una procedura di infrazione inviando una lettera di costituzione in mora all’Italia per non aver recepito correttamente la direttiva quadro sui rifiuti.

    La direttiva quadro sui rifiuti

    La direttiva quadro sui rifiuti è la legislazione quadro dell’Ue volta a prevenire o ridurre la produzione di rifiuti, riducendo gli impatti complessivi dell’uso delle risorse e migliorando l’efficienza di tale uso, che sono fondamentali per la transizione verso un’economia circolare e per garantire la competitività a lungo termine dell’Unione. La direttiva modificata stabilisce obiettivi vincolanti per il riciclaggio e la preparazione dei rifiuti urbani per il riutilizzo. Introduce inoltre requisiti per gli Stati membri per migliorare i loro sistemi di gestione dei rifiuti e l’efficienza dell’uso delle risorse.

    La scadenza per il recepimento della direttiva modificata nella legislazione nazionale da parte degli Stati membri era il 5 luglio 2020.

    Secondo l’esecutivo Ue, l’Italia non ha recepito correttamente diverse disposizioni della direttiva modificata, comprese quelle sulla responsabilità estesa del produttore, garantendo un riciclaggio di alta qualità, la raccolta differenziata dei rifiuti pericolosi e l’attuazione di un sistema di tracciabilità elettronica. La Commissione invia pertanto una lettera di costituzione in mora all’Italia, che dispone ora di due mesi per rispondere e rimediare alle carenze sollevate dalla Commissione. In assenza di una risposta soddisfacente, la Commissione potrà decidere di emettere un parere motivato. 

    La Commissione ha già avviato procedure di infrazione nei confronti di altri dieci Stati membri (Bulgaria, Repubblica ceca, Estonia, Francia, Cipro, Paesi Bassi, Austria, Polonia, Portogallo e Romania). 

    a cura di www.rainews.it

  • Materie prime critiche, per l’Italia la vera miniera sono i rifiuti. Ma oggi li manda all’estero

    Il decreto con cui il governo si propone di riattivare l’estrazione arriva in Parlamento, insieme a una nuova mappa dei giacimenti. Il presidente di Iren Dal Fabbro: con dieci impianti e mezzo miliardo di investimenti potremmo riciclare oltre il 30% dei metalli strategici


    Mercoledì l’Italia avrà una nuova mappa aggiornata delle materie prime critiche presenti nel suo sottosuolo, compilata dall’Ispra. E il giorno dopo alla Camera inizierà l’iter di conversione del decreto che – nelle intenzioni del governo – dovrebbe contribuire a riattivare l’industria mineraria nazionale, velocizzando le relative autorizzazioni. Ma per l’obiettivo, europeo e soprattutto italiano, di raggiungere una maggiore autonomia nei metalli fondamentali per la transizione verde, le produzioni hi-tech e la difesa, in molti casi importati da Paesi rivali come la Cina, più che l’estrazione potrebbe il riciclo. “Oggi in Italia abbiamo poche miniere attive, ma abbiamo una miniera a cielo aperto che sono i nostri rifiuti”, ha detto ieri il presidente della multiutility Iren Luca Dal Fabbro, con riferimento ai vecchi apparecchi elettrici ed elettronici, da cui è possibile recuperare significative quantità di elementi chiave. Con una decina di impianti di lavorazione – è la stima della società – per un investimento di mezzo miliardo di euro, il nostro Paese potrebbe raggiungere entro il 2040 una quota di riciclo superiore al 30%, oltre gli obiettivi fissati dalla Commissione e fatti propri dal governo.

    L’estrazione delle materie prime e il loro recupero non sono certo in contraddizione: lo stesso decreto del governo vuole creare una corsia preferenziale per l’intera filiera. E il ministro del Made in Italy Adolfo Urso ha spiegato che l’Italia è stata tra i Paesi che hanno spinto Bruxelles ad alzare l’obiettivo di riciclo dal 15 al 25%. Ma finora il governo ha posto molta enfasi soprattutto sull’apertura o riapertura delle miniere (con l’obiettivo di coprire entro il 2030 il 10% dei consumi), e nell’indirizzare le – limitate, un miliardo – risorse stanziate con il fondo sovrano per il Made in Italy bisognerà decidere su quale puntare di più. Mentre i progetti di estrazione presentano in tutto il mondo, e a maggior ragione in Italia, enormi complessità – tempi e costi di sviluppo, ritorno sull’investimento, impatto ambientale, sicurezza, opposizione delle comunità locali – gli impianti di riciclo garantiscono maggiori certezze, anche considerando che il sistema di raccolta dei rifiuti elettronici nel nostro Paese è già piuttosto capillare e che nei prossimi anni la quantità di apparecchiature che arriveranno a fine vita, dai panelli alle batterie, non farà che crescere. Il problema è che oggi il 90% di quei rifiuti viene spedito per la lavorazione in altri Paesi, che poi magari rivendono la materia prima di recupero alle imprese italiane.

    Lunedì alla Camera Iren ha lanciato un hub – RigeneRare – che riunisce i principali operatori italiani del riciclo di materie prime critiche e metalli preziosi come oro e argento, con l’obiettivo di accelerare lo sviluppo della filiera. La multiutility è senza dubbio parte interessata, visto che opera nella raccolta dei rifiuti e già oggi è attiva nel recupero di materiali speciali come i pannelli solari. Allo stesso tempo però esplora anche la strada dell’estrazione, visto che insieme a una società australiana ha in progetto di sviluppare nel Lazio quello che potrebbe diventare il maggiore giacimento di litio in Europa. Ma sono le stesse cautele di Dal Fabbro – “stiamo facendo le valutazioni geologiche per vedere se è possibile” – a ribadire la differenza: i rifiuti non sono solo una grande miniera, ma anche l’unica che l’Italia è sicura di poter sfruttare.

    a cura di Filippo Santelli da www.repubblica.it

  • Scandalo ecologico: l’Ecuador chiede alla Cina di “smettere di gettare” rifiuti nelle Galapagos

    Il gruppo ambientalista Ecoagents dell’Ecuador ha chiesto alla Cina di porre fine alla pratica di scaricare tonnellate di plastica nelle acque vicino alle Isole Galapagos

    Il gruppo ambientalista Ecoagents dell’Ecuador ha lanciato un appello urgente al governo cinese affinché interrompa la pratica di scaricare rifiuti nelle acque vicino alle Isole Galapagos. Questa richiesta arriva in risposta ai crescenti problemi di inquinamento marino che minacciano la biodiversità unica dell’arcipelago ecuadoriano.

    Secondo Ecoagents, ogni anno circa 160 tonnellate di plastica vengono raccolte lungo le coste delle Galapagos, e una parte significativa di questi rifiuti proviene dalle imbarcazioni della flotta peschereccia cinese. Questi rifiuti vengono trasportati dalla corrente di Humboldt, che si sposta lungo la costa sudamericana, fino a raggiungere le isole, dove causano gravi danni all’ecosistema marino.

    La situazione è diventata così critica che il collettivo ambientalista ha organizzato una protesta a Quito, culminata in un sit-in davanti all’ambasciata cinese. Durante l’evento, hanno presentato una petizione al governo cinese chiedendo interventi concreti per ridurre l’inquinamento da plastica causato dalle navi pescherecce.

    Il 30% dei rifiuti plastici proviene da navi asiatiche

    Il problema dei rifiuti plastici non è nuovo per le Galapagos. Da oltre un decennio, Ecoagents e altre organizzazioni locali lavorano per pulire le spiagge e raccogliere la plastica che si accumula sulle isole, specialmente tra luglio e ottobre, quando la presenza di navi da pesca internazionali è particolarmente alta.

    Alberto Andrade, coordinatore del collettivo Frente Insular, ha spiegato che il 30% dei rifiuti plastici raccolti sulle isole proviene da navi asiatiche, sottolineando la necessità di un maggiore controllo e responsabilizzazione delle flotte pescherecce.

    Il Ministero dell’Ambiente dell’Ecuador ha confermato che solo il 16% della plastica trovata sulle coste delle Galapagos è di origine locale, mentre il resto proviene da fonti internazionali. L’azione richiesta a livello diplomatico non solo mira a proteggere l’ecosistema delle Galapagos, ma anche a promuovere una gestione più sostenibile dei rifiuti a bordo delle imbarcazioni.

    Questa iniziativa rappresenta un passo importante verso la salvaguardia di uno dei luoghi più preziosi del pianeta e un appello alla comunità internazionale per un impegno condiviso nella lotta contro l’inquinamento marino.

    a cura di Rebecca Manzi da www.greenme.it

  • Stretta su metano dall’Ue, cosa cambia in Italia con il nuovo regolamento

    L’Ue attua una stretta sul metano e lancia un piano di interventi in favore dei gas verdi e decarbonizzazione: permessa anche la miscelazione con l’idrogeno

    L’Unione europea ha deciso di attuare una netta stretta sul metano provvedendo a sviluppare un pacchetto di misure relative all’aumento dell’utilizzo dei cosiddetti gas verdi all’interno dei Paesi membri. Entrando più nello specifico, l’insieme di interventi pubblicati in Gazzetta Ufficiale Ue in data 15 luglio 2024 mira ad aumentare la trasparenza in merito alla qualità del gas e ai suoi costi di gestione, così come a promuovere “approccio armonizzato ai ruoli delle autorità di regolazione e rafforzare il coordinamento transfrontaliero”. Resta dunque da comprendere come la decisione Europea impatterà sull’Italia e quali saranno le tempistiche.

    La stretta Ue sul metano

    Analizzando il regolamento e la direttiva Ue sul gas naturale e l’idrogeno pubblicata in Gazzetta Ufficiale si evince l’intento di abrogare il precedente quadro normativo in favore di nuovi provvedimenti in tema di gas rinnovabili che possano progressivamente portare a una netta riduzione delle emissioni nell’aria, così come nell’acqua e nei terreni. La strada intrapresa è dunque nella direzione di un’economia sempre più circolare e contraddistinta da una sempre più massiccia decarbonizzazione.

    La concessione Ue sull’idrogeno

    Un delicato passaggio del nuovo regolamento Ue interessa l’idrogeno, ovvero una fonte energetica considerata come controversa dal punto di vista della transizione energetica. Pur avendo coscienza di questo, l’Ue ha dichiarato che “è opportuno preservare il diritto degli Stati membri di decidere se miscelare idrogeno nei rispettivi sistemi nazionali del gas naturale”.

    La scelta è figlia del delicato contesto geopolitico che da alcuni anni contraddistingue il Vecchio Continente trovatosi, dall’insorgere della guerra in Ucraina, a non voler più contare sul gas naturale proveniente dalla Russia. La crisi internazionale, così come la sicurezza degli interessi dei singoli Stati membri, fa sì dunque che l’Unione europea offra il proprio sostegno allo sviluppo del mercato dell’idrogeno.

    La stessa Ue, tuttavia, sottolinea che la miscelazione dell’idrogeno nel sistema del gas naturale deve essere “una soluzione di ultima istanza” per gli Stati. Il motivo, oltre che ambientale, riguarda i problemi che la miscelazione stessa potrebbe avere sulla gestione dell’infrastruttura del gas naturale e sulle applicazioni per gli utenti finali.

    Si tratta dunque di una decisione presa per necessità dall’Unione europea che, comunque, ha fissato una data di scadenza molto chiara sulla concessione alla miscelazione dell’idrogeno. Si tratta del 31 dicembre 2029, giorno entro il quale la Commissione europea dovrà fornire al Parlamento e al Consiglio europeo una valutazione sulle prestazioni che sono state effettuate.

    Cosa cambia per l’Italia

    Il focus del nuovo intervento Ue è focalizzato in special modo nelle regioni carbonifere e ad alta intensità di carbonio, nelle quali il regolamento mira a incentivare la decarbonizzazione e l’aumento delle quote di gas rinnovabile (soprattutto idrogeno e biometano) specie nei processi industriali basati sull’utilizzo di combustibili fossili.

    In Italia, così come in ogni altro Stato membro dell’Ue, il nuovo regolamento sui gas verdi porterà a una maggiore trasparenza sia sulla qualità dei gas che vengono utilizzati che sui loro costi e la loro gestione. Vi è inoltre la volontà di sviluppare un approccio più armonizzato ai ruoli e alle responsabilità delle autorità di regolazione e dei gestori dei sistemi, così da ottenere un coordinamento transfrontaliero più rafforzato.

    a cura di Riccardo Castrichini da quifinanza.it

  • PRESENTAZIONE DEL RAPPORTO ECOMAFIA 2024

    A trent’anni dal primo Rapporto Ecomafia, l’11 luglio a Palazzo Wedekind (Piazza Colonna, 366 – Roma) verrà presentata la versione aggiornata al 2024 del Report di Legambiente, che racconta le storie e i numeri della criminalità ambientale in Italia.

  • Firmato il nuovo Decreto Inerti sul riutilizzo dei rifiuti (End of Waste)

    Il settore della gestione dei rifiuti inerti da costruzione e demolizione sta per affrontare un cambiamento significativo con l’introduzione del nuovo Decreto End of Waste.

    Questo provvedimento, firmato recentemente dal Ministero dell’Ambiente e della Sicurezza Energetica (MASE), sostituirà la versione precedente, contestata dagli operatori per diverse criticità.

    Analizziamo le modifiche chiave e il loro impatto.

    Le principali modifiche del nuovo Decreto Inerti

    Revisione dei limiti di contaminanti

    Il nuovo decreto (scarica qui la bozza) affronta una delle principali critiche mosse al testo precedente. I limiti sulla presenza di contaminanti negli aggregati recuperati, considerati troppo restrittivi, sono stati rivisti. Questa modifica mira a rendere i parametri più realistici e attuabili per gli operatori del settore, facilitando il processo di recupero senza compromettere la sicurezza ambientale.

    Processo di recupero ottimizzato

    Viene delineato un iter di recupero più efficiente che permette di trasformare i rifiuti inerti in prodotti riutilizzabili. Il nuovo decreto fornisce linee guida più chiare su come gestire il processo di recupero, garantendo al contempo la tutela ambientale e la qualità dei materiali recuperati.

    Classificazione come prodotto

    una volta soddisfatti i criteri stabiliti, i materiali inerti recuperati non saranno più considerati rifiuti, ma prodotti a tutti gli effetti. Questo cambio di status rappresenta una svolta significativa, in quanto facilita il reimpiego di questi materiali in vari contesti edilizi e infrastrutturali, riducendo gli ostacoli burocratici e normativi.

    Periodo di monitoraggio

    il decreto introduce un periodo di osservazione di 24 mesi. Durante questo lasso di tempo, sarà possibile raccogliere dati sull’applicazione pratica delle nuove norme e, se necessario, apportare modifiche per ottimizzarne l’efficacia. Questa disposizione dimostra un approccio flessibile e orientato al miglioramento continuo.

    Impatto delle modifiche sul settore

    Le modifiche introdotte dal nuovo Decreto Inerti avranno ripercussioni significative su vari aspetti del settore:

    • Semplificazione operativa:
      le imprese di costruzione e demolizione beneficeranno di un quadro normativo più chiaro e praticabile. Ciò dovrebbe tradursi in una semplificazione delle operazioni di recupero e in una riduzione dei costi di smaltimento.
    • Incremento del tasso di riciclo:
      il settore del recupero dei rifiuti inerti, che già genera annualmente oltre 60 milioni di tonnellate di aggregati recuperati, potrà operare con maggiore efficienza. Si prevede che il tasso di riciclo, attualmente superiore all’obiettivo europeo dell’80%, possa ulteriormente migliorare.
    • Espansione del mercato degli aggregati recuperati:
      con parametri più realistici e una classificazione come prodotto, si prospetta un incremento dell’offerta di aggregati recuperati sul mercato. Questi potranno sostituire in modo più efficace i materiali inerti naturali in varie applicazioni edili e infrastrutturali.
    • Promozione dell’economia circolare:
      le nuove norme favoriscono un approccio più circolare nel settore edile, riducendo l’estrazione di materie prime vergini e il conferimento in discarica di rifiuti inerti.

    Sfide rimanenti e prospettive future

    Nonostante i miglioramenti, permangono alcune sfide. L’Associazione Nazionale Produttori Aggregati Riciclati (ANPAR) ha evidenziato che, sebbene il nuovo regolamento risolva molte delle criticità precedenti, alcuni nodi rimangono da sciogliere.

    In particolare:

    • Limiti di concentrazione per usi specifici:
      permangono dubbi sui limiti di concentrazione per l’utilizzo degli aggregati recuperati nelle opere di riempimento stradale, un mercato cruciale per il settore.
    • Fine tuning tecnico:
      durante il periodo di monitoraggio, sarà necessario un lavoro di affinamento tecnico per garantire che le nuove norme siano pienamente efficaci e praticabili.

    In conclusione, il nuovo Decreto Inerti rappresenta un passo significativo verso una gestione più sostenibile dei rifiuti da costruzione e demolizione. Mentre il settore si prepara all’implementazione di queste nuove norme, sarà fondamentale un dialogo continuo tra gli operatori e le autorità per massimizzarne l’efficacia e il beneficio per tutti gli attori coinvolti.

    Il periodo di monitoraggio sarà cruciale per valutare l’impatto reale delle modifiche e per apportare eventuali aggiustamenti necessari, garantendo che il nuovo decreto possa effettivamente rappresentare quella “svolta epocale” auspicata dalla vice ministro dell’Ambiente Vannia Gava.

    a cura di Andrea Dicanto da www.edilizia.com

  • La plastica è sempre più attenta all’ambiente: dai materiali di origine vegetale al riciclo chimico

    Il suo nome deriva dal greco antico e si riferisce all’arte di modellare. Ma ha una storia decisamente più recente: la plastica nasce a cavallo tra la fine del XIX e l’inizio del XX secolo, quando gli scienziati iniziano a studiare le proprietà dei materiali e a svilupparne di nuovi, ottenuti inizialmente dalla cellulosa. La vera rivoluzione però è di circa un secolo fa, quando il chimico tedesco Hermann Staudinger (che sarà insignito del premio Nobel tre decenni dopo), riesce nella polimerizzazione, ossia nel costruire catene di molecole complesse, che si ripetono identiche, a partire da unità più semplici. Inizia l’era della plastica, anche se sarebbe più corretto dire delle plastiche.
    I materiali, infatti, sono molti e diversi, e si adattano per moltissimi scopi: dalla produzione di oggetti d’uso quotidiano fino a imballaggi e involucri protettivi. Da vent’anni a questa parte le plastiche sono state spesso sotto accusa come causa di inquinamento, soprattutto di mari e fiumi: in realtà, oggi, la maggior parte di esse è riciclabile, e dunque, semmai, il problema è una carenza nella gestione del corretto recupero dei materiali giunti al termine della loro vita, di attenzione dei consumatori, e l’assenza – in molti paesi – di una filiera sostenibile che garantisca la circolarità della produzione.
    Una “pausa” collettiva da queste critiche la si è avuta nel 2020 durante il Covid. In quei mesi ci si è accorti di come la plastica contribuisca in modo essenziale a preservare l’integrità dei prodotti e garantisca quotidianamente la sicurezza alimentare da contaminazioni esterne, oltre che riportare le informazioni utili relative al prodotto che contiene: una rivincita del materiale, che è ancora fondamentale per la food industryma non solo.

    La frontiera delle bioplastiche
    Nell’ultimo secolo, inoltre, la ricerca e l’industria hanno fatto passi da gigante verso una maggiore sostenibilità del settore. Basti pensare che: nel 1990 la Novamont, azienda leader italiana, iniziava la produzione di Mater-Bi, una gamma di plastiche biodegradabili e compostabili, in tutto o in parte di origine bio, a sempre più crescente contenuto rinnovabile ottenute dall’amido adatte a varie applicazioni.
    Il materiale è stato un vero punto di svolta per il settore, rappresentando una pietra miliare per le bioplastiche.
    Nel 2023 Novamont è stata acquisita da Versalis, la società chimica di Eni, impegnata nella trasformazione delle produzioni della chimica di base e intermedi, e delle materie plastiche verso una maggiore circolarità e bio-chimica, con lo scopo di contribuire alla decarbonizzazione. Grazie alla forte sinergia creata, l’azienda del Cane a sei zampe sta rafforzando la presenza sul mercato con prodotti di origine, in tutto o in parte, bio, in diversi settori: dagli imballaggi alimentari alle biocapsule per caffè compostabili, dai sacchetti per il reparto ortofrutta fino alle bioplastiche per l’agricoltura, o all’ erbicida Ager-Bi, un diserbante e fitoregolatore, materiali in tutto o in parte di origine bio, per varie tipologie di coltivazioni. Ager-Bi è a base di acido pelargonico naturalmente presente in natura e si biodegrada in suolo ed in acqua.

    Il supporto a filiere strategiche e nuovi prodotti
    La diversificazione dei settori industriali e focalizzazione verso filiere strategiche a cui fornire materie prime d’eccellenza è una missione che Versalis continua a perseguire: ad esempio nelle industrie legate alla transizione energetica, con cavi, materiali per il trasporto dell’energia, per l’elettrificazione, per la mobilità più sostenibile e per l’energia da fonti rinnovabili.
    Un caso di eccellenza della ricerca di Versalis attraverso la società controllata Finproject, è XL Extralight, un materiale ultraleggero, flessibile e resistente, perfetto per gli usi nella moda (ad esempio nelle calzature) e nel design.

    La circolarità: il riciclo meccanico e il riciclo chimico
    La circolarità rappresenta una leva strategica fondamentale per una chimica del futuro sempre più sostenibile. Per questo motivo Versalis è impegnata direttamente nello sviluppo di processi complementari di riciclo meccanico e chimico, per valorizzare le plastiche a fine vita e raggiungere tutte le applicazioni sul mercato, integrandosi nella filiera di raccolta a livello nazionale, una tra le più avanzate in Europa.
    Sta realizzando a Porto Marghera un polo di riciclo meccanico avanzato di polimeri per consolidare la leadership europea nel riciclo meccanico e raggiungere settori applicativi per i quali i requisiti di maggiore sostenibilità sono essenziali. Inoltre, con il progetto Hoop® ha sviluppato una tecnologia proprietaria di pirolisi per riciclare chimicamente anche i rifiuti plastici misti, oggi non riciclati meccanicamente: è in fase di realizzazione a Mantova il primo impianto dimostrativo da 6mila tonnellate di capacità, che verrà avviato entro la fine del 2024. Hoop® è l’unica tecnologia italiana che si è aggiudicata, a fronte di 239 progetti “large scale” presentati e di 41 vincitori totali, il bando 2023 per l’“EU Innovation Fund”, fondo stanziato dalla Commissione Europea di 3,6 miliardi di euro complessivi, dedicato a tecnologie innovative a ridotta emissione di carbonio.
    Se la plastica è ineliminabile dalla vita quotidiana, gli sforzi per raggiungere target sempre più ambiziosi in ottica di sostenibilità stanno permettendo di ottenere importanti risultati. Questi obiettivi sono sostenuti da forti investimenti da parte delle aziende, sia nella ricerca di materiali innovativi di origine biogenica che per avere filiere più virtuose che sostengono l’economia circolare.

    a cura di www.ilsole24ore.com

  • Altro che aiuti per le auto: arriva la nuova super tassa estiva

    Gli automobilisti italiani avevano bisogno di tutto tranne che dell’ennesima tassa e invece ora ci siamo: i costi aumentano un’altra volta e neanche di poco, come vedremo tra poco. I rincari sono praticamente all’ordine del giorno per tutte le spese che dobbiamo sostenere. Basta pensare al carburante che proprio in queste settimane sta conoscendo dei rialzi davvero pesanti, proprio poco prima dell’inizio dell’esodo estivo che caratterizza i mesi di luglio e di agosto.

    Ci sono poi altre pesanti questioni che preoccupano gli automobilisti. Parliamo per esempio dell’assicurazione, o Rc Auto, un altro costo che dall’inizio del 2024 ha subito dei rincari che non accennano in maniera assoluta a diminuire. Oppure ancora dei pedaggi autostradali e la lista non è di certo finita qui. Ora, infatti, aumentano anche i costi delle auto. Motivo per cui  chi oggi si trova a comprare un veicolo nuovo, deve affrontare più di un problema.

    La novità di cui stiamo parlando non è in realtà una decisione del governo italiano, ma arriva direttamente dalla Commissione Europea e ha a che fare con le auto elettriche cinesi: ecco di che cosa si tratta.

    Aumentano i costi delle auto: la nuova tassa

    Da tempo la Commissione Europea ha avviato delle indagini per accertarsi se gli aiuti che il governo cinese pone nei confronti delle aziende locali sia concorrenza sleale oppure no. Dai dati, il risultato è positivo e oggi questo tema è al centro del dibattito pubblico e delle decisioni europee.

    Dal 5 luglio sono così entrati in vigore i nuovi dazi che porteranno le auto cinesi elettriche a costare più del 40% rispetto a prima. Una situazione di tensione internazionale che andrà inevitabilmente a pesare sui risparmi degli italiani, che vedranno un aumento dei costi.

    L’accordo tra Cina e Europa è saltato, ci rimettono gli automobilisti

    La necessità di trovare un accordo tra Cina ed Europa è essenziale, anche perché un’escalation di questa guerra commerciale potrebbe portare ad aumento dei costi non solo del settore automobilistico, ma anche delle altre spese che gli automobilisti devono sostenere.

    Per ora, i dazi sono soltanto temporanei. Si cerca a tutti i costi di trovare una soluzione che porti ad un abbassarsi di questa tensione. La grande protagonista di questi tentativi di mediazione è la Germania, che da tempo si è dichiarata contraria all’entrata in vigore dei dazi.

    a cura di Mattia Rigamonti da www.giornalemotori.it