Autore: Eco-Verde srl

  • Ex Ilva, Puglia Hydrogen Valley alimenterà i nuovi forni elettrici

    TARANTO – Decarbonizzare, imperativo assoluto per traghettare l’impianto siderurgico di Taranto nel futuro conciliando la tutela di due diritti costituzionali: il lavoro e la salute. Un alleato importante in questa battaglia per la sostenibilità è l’idrogeno verde, ottenuto attraverso l’elettrolisi dell’acqua in speciali celle elettrochimiche alimentate da elettricità prodotta da fonti rinnovabili. Per ambientalizzare la fabbrica di Taranto, nel primo semestre 2025, come indicato dai commissari straordinari di Acciaierie d’Italia in amministrazione straordinaria, dovrebbe iniziare la costruzione presso lo stabilimento ex Ilva di due forni elettrici la cui entrata in funzione è prevista nel secondo semestre 2027. Questi prenderanno il posto di Afo 1 e 4, mentre l’altoforno 2 dovrebbe continuare la sua attività. Tra i sistemi di alimentazione dei forni elettrici della fabbrica del futuro c’è proprio l’idrogeno verde.

    Si chiama «Puglia Green Hydrogen Valley Srl», la società di scopo che sta sviluppando il progetto omonimo con un focus nelle aree di Brindisi e Taranto. Ne fanno parte, al 50% Edison, colosso dell’energia, al 40 Sosteneo e al 10% Saipem. A breve in società dovrebbe esserci anche l’ingresso di DRI D’Italia S.p.A. (DRI), partecipata al 100% da Invitalia, con una quota minoritaria, una volta ottenuta da parte di quest’ultima le necessarie autorizzazioni ministeriali. Conseguentemente, la composizione della Società dovebbe essere costituita da Edison 45%, Sosteneo 40%, Saipem 10% e DRI 5%. Per capirci, DRI d’Italia sta lavorando alla costruzione a Taranto dell’impianto di produzione del preridotto di ferro con forni elettrici. Un investimento non da poco, dunque, capace di rivoluzionare l’impatto della fabbrica siderurgica sulla città. Puglia Green Hydrogen Valley è una delle prime iniziative per la produzione di idrogeno verde su larga scala in Europa e prevede la realizzazione di due impianti a Brindisi e Taranto, per una capacità di elettrolisi complessiva di 160 MW. Si stima che, una volta a regime, gli impianti saranno in grado di produrre circa 250 milioni di metri cubi di idrogeno verde all’anno. In particolare, il progetto di Brindisi, che verrà realizzato su terreni in area SIN (Sito di Interesse Nazionale), si trova in una fase avanzata dell’iter autorizzativo. Il progetto Puglia Green Hydrogen Valley è stato selezionato per il finanziamento europeo IPCEI (Importanti Progetti di Interesse Comune Europeo) per una importo fino a 370 milioni di euro. Entro il 2025 è previsto il completamento dell’iter autorizzativo, mentre, entro il 2027 si parte con la produzione. Leonardo Mazza, manager di Edison Next responsabile Puglia Green Hydrogen Valley, intervenendo alla due giorni del Taranto Eco Forum ha spiegato che «C’è bisogno di un approccio di sistema per chiudere il business plan. In particolare, a oggi non ci sono meccanismi di supporto alla domanda, ad esempio per l’acquisto di impianti/macchinari H2-ready nel caso applicazioni industriali hard to abate (settori industriali particolarmente difficili da decarbonizzare o riconvertire, ndr) o dei veicoli pesanti a idrogeno nella mobilità, garantendo la cumulabilità tra i vari meccanismi di incentivazione. L’Italia dovrebbe ispirarsi alla Germania, che sta sviluppando un’azione coordinata e di sistema nel settore siderurgico – ha concluso Mazza -: è riuscita a destinare ingenti incentivi a due pesi massimi della filiera (Tyssenkrupp e Arcelor Mittal) senza che venissero considerati aiuti di stato da Bruxelles».

    Il progetto è stato identificato dalla Regione Puglia come un’opportunità strategica per raggiungere gli ambiziosi obiettivi di transizione energetica che si è prefissata, con particolare riferimento alla decarbonizzazione del polo siderurgico pugliese. La Regione sostiene l’investimento con 40 milioni di euro finanziati attraverso il Pnrr. L’idrogeno è uno dei vettori energetici di riferimento per raggiungere gli obiettivi di decarbonizzazione fissati dalla strategia nazionale ed europea al 2030 e al 2050.

    La Puglia Green Hydrogen Valley si configura come un modello di sviluppo sostenibile per la diffusione di idrogeno verde su larga scala, facendo leva sulle sinergie tra pubblico e privato per creare una nuova politica industriale, attenta alla sostenibilità ambientale e sociale, oltre che alla competitività del territorio.

    da lagazzettadelmezzogiorno.it

  • Il “ponte elettrico” fra Sicilia e Tunisia da 850 milioni di euro riceve il sì del M.A.S.E.

    Accanto al progetto per il Ponte sullo Stretto di Messina, di cui non si è mai veramente smesso di discutere, e che secondo Salvini inizierà la messa in cantiere entro l’estate, sta andando avanti l’installazione di un altro “ponte”, quello energetico fra la Sicilia e la Tunisia.

    L’elettrodotto, chiamato TUNITA, ha ricevuto in questi giorni l’approvazione del Mase, che ha invece ancora moltissimi dubbi riguardo il Ponte sullo stretto, di cui ha richiesto 239 integrazioni di documenti alla Società Stretto di Messina (155 riguardano la valutazione dell‘impatto ambientale).

    L’opera, realizzata congiuntamente da Terna e STEG ( Société Tunisienne de l’Electricité et du Gaz, il gestore nazionale tunisino per gas ed elettricità) avrà un costo totale pari a 850 milioni di euro e dovrebbe essere completata entro il 2028.

    Il Ministro Gilberto Pichetto Fratin ha dichiarato:

    ” L’autorizzazione della nuova interconnessione tra Italia e Tunisia oltre ad essere un importante traguardo all’interno degli obiettivi sfidanti di transizione energetica fissati nel PNIEC, consentirà al Paese, in virtù della sua posizione geografica strategica, di rafforzare il ruolo di ‘hub’ elettrico in Europa e nell’area mediterranea, diventando protagonista a livello internazionale.”

    Dal lato europeo, l’elettrodotto partirà da Castelvetrano (Trapani), arrivando alla costa grazie a un cavo interrato che sfrutterà il percorso già esistente, snodandosi per 18 km dall’entroterra alla costa e arrivando a Partanna (Trapani).

    Da lì, grazie alla stazione di conversione da corrente continua in alternata (in fase di costruzione presso la già esistenze centrale elettrica) il cavo verrà teso fino alla Tunisia, arrivando alla stazione STEG situata nella penisola di Capo Bon.

    L’elettrodotto vanterà una lunghezza totale di 220 km di cavi elettrici ad alta potenza (600 MW di potenza, 500 KV di tensione) di cui 200 km sottomarini.

    L’opera (chiamata #TUNITA) ha come fine rafforzare e garantire la fornitura di energia sia all’Europa sia all’Africa mediterranea, favorendo gli scambi fra i due continenti e implementando gli investimenti nelle FER.

    Il progetto ha ottenuto 268,4 milioni di dollari da parte della Banca Mondiale a giugno 2023 per le spese sostenute dalla repubblica semipresidenziale tunisina, ovvero la costruzione della stazione di conversione (inclusa nell’ambito del progetto finanziato dal CEF, Connecting Europe Facility) e il rafforzamento della rete interna necessaria all’interconnessione fra quest’ultima e TUNITA.

    Il finanziamento della Banca Mondiale rientra nell’accordo di partenariato tra la Tunisia e la Banca Mondiale per il periodo 2023-2027.

    Due mesi dopo, ad agosto 2023, Terna e Steg hanno firmato con la Commissione europea il Grant Agreement per bloccare altri 307 milioni di euro di finanziamento e compiendo un ulteriore passo in avanti per la realizzazione di Elmed; l’accordo Italia-Tunisia segna anche un altro importante primato, ovvero quello dell’utilizzo dei fondi europei fra uno Stato membro e uno Stato terzo.

    Durante le fasi di studio di TUNITA, Terna ha messo al centro il rispetto per l’ambiente, con particolare attenzione alla protezione dei fondali marini, e l’interesse pubblico, aprendo una fase di Consultazione Pubblica dal 30 settembre 2020 al 27 luglio del 2021, in modo da permettere ai cittadini di Campobello di Mazara, Castelvetrano e Partanna di conoscere il progetto.

    Bruxelles sosterrà l’opera con 307 milioni di euro, che si aggiungono ai finanziamenti già ricevuti gli scorsi anni; come accennato, inoltre, il progetto ha ricevuto il sostegno del Mase, che ne ha avviato l’iter burocratico.

    Il Presidente del Consiglio Meloni non ha esitato a definire Elmed “un grande successo italiano”, aggiungendo:

    ” L’opera […] costituirà un nuovo corridoio energetico tra Africa ed Europa, favorendo la sicurezza dell’approvvigionamento energetico e l’incremento di produzione di energia da fonti rinnovabili. Si tratta di una data storica, perché l’Unione Europea ha dato l’ok ad un progetto che vede coinvolto uno Stato Membro con uno Stato Terzo.[…] È nel destino dell’Italia diventare un nuovo hub energetico per l’intero Continente europeo, è nella nostra missione intensificare la cooperazione con l’Africa per portare investimenti e sviluppo”. ”

    Stefano Donnarumma, Amministratore Delegato di Terna, ha dichiarato:

    ” Grazie a questa opera, l’Italia potrà concretamente diventare un hub energetico del Mediterraneo. Si tratta di una infrastruttura strategica per il nostro Paese e per l’Europa, che potrà contribuire in maniera significativa all’indipendenza energetica, alla sicurezza del sistema elettrico e allo sviluppo delle fonti rinnovabili”

    da hdblog.it

  • Inquinamento in mare da petrolio e paraffina, maxi esercitazione a Viareggio

    Un test internazionale che coinvolge Italia, Francia e Principato di Monaco

    Viareggio, 26 maggio 2024 – Il ministero dell’Ambiente e della Sicurezza Energetica ha organizzato per il 28 e 29 maggio, nell’ambito dell’accordo “Ramoge” tra Italia, Francia e Principato di Monaco per la conservazione dell’ambiente marino, un’esercitazione internazionale antinquinamento denominata RamogePol Versiliana 2024, al largo delle coste di Viareggio, in stretta collaborazione con il Segretariato Ramoge e con la Guardia costiera.

    L’obiettivo è testare con il massimo realismo l’organizzazione, il coordinamento e la prontezza di risposta all’inquinamento. Saranno per questo coinvolti numerosi attori nazionali e internazionali e impiegate le più avanzate tecnologie e i mezzi di risposta: satelliti, droni, navi, aerei ed elicotteri specializzati nelle attività antinquinamento, per un totale di ventidue mezzi.

    “L’Italia – afferma il ministro Gilberto Pichetto Fratin – è lieta di organizzare, due anni dopo l’esercitazione a Imperia, questa importante operazione internazionale, che consente di sperimentare la nostra risposta comune a un inquinamento a mare e sulla costa. L’Italia e i nostri partner Ramoge possono contare su grandi professionalità e servitori dello Stato che sanno intervenire nelle situazioni più complesse. Difendere il mare, prezioso e fragile scrigno di biodiversità – conclude Pichetto – è una priorità assoluta”.

    Martedì 28 alle 15.30 avrà inizio l’esercitazione, con un’allerta e relativo scambio di messaggistica, mentre mercoledì 29 verranno avviate le vere e proprie operazioni di disinquinamento: a partire dalle 8 e fino alle 16 quella a mare, dalle 14 per quattro ore quella a terra. Un debriefing è atteso nella mattinata di giovedì 30 al Centro Congressi «Principino eventi» di Viareggio.

    Verrà simulato un doppio inquinamento marino, da prodotto petrolifero e da paraffina: saranno dunque subito attivati i piani della Capitaneria di Porto di Viareggio, del Mase e quello internazionale RamogePol. Nella risposta in mare saranno coinvolti i mezzi aero-navali nazionali ed internazionali, oltre all’impiego di droni. Per l’Italia, parteciperà il Mase con il mezzo della Castalia S.C.p.A., la Guardia Costiera, la Marina Militare, la Guardia di Finanza, i Vigili del Fuoco e ARPA Toscana. Ci saranno i mezzi di Francia e Principato di Monaco e una nave dell’Emsa (European Maritime Safety Agency).

    da lanazione.it

  • Rame: qual è il prezzo giusto dopo le montagne russe

    Il rame è sceso sensibilmente negli scorsi giorni, sull’onda di una domanda che non ha ancora visto realizzata la crescita della domanda che ci si attendeva. Il prezzo verrà molto a dipendere dalla transizione energetica.

    Il rame ha vissuto alcuni giorni di montagne russe sui valori: i futures sul rame sono scesi a 4,8 dollari per libbra, in netto calo rispetto al record di 5,2 dollari del 20 maggio, in quanto la scarsa domanda a breve termine ha pesato sulle scommesse speculative che hanno innescato un’ampia impennata dei metalli di base questo mese.

    La domanda di importazioni in Cina, il principale consumatore di rame al mondo, è rimasta a livelli bassi nonostante la limitata offerta di minerale e i bassi volumi di trattamento nell’enorme industria di raffinazione del Paese. Questo ha fatto aumentare le scorte e ha spinto il prezzo per le consegne in entrata dai magazzini vincolati a uno sconto rispetto ai prezzi LME per la prima volta dall’inizio dei dati nel 2017, indicando una bassa domanda fisica.

    Nonostante questa riduzione temporanea le scommesse speculative sul rame hanno mantenuto i prezzi più alti del 25% rispetto lo scorso anno, basandosi sul suo ruolo chiave nell’elettrificazione delle infrastrutture e anche nella speranza che le misure cinesi di rilancio del settore immobiliare abbiano effetto. Questo è coerente con la situazione attuale dell’offerta, che presenta alti costi per l’apertura di nuove miniere e le società impegnate in acquisizioni reciproche piuttosto che nell’incremento della produzione.

    Il gestore di fondi speculativi Pierre Andurand, ripreso dal FT, si aspetta che il prezzo del rame quasi quadruplichi fino a 40.000 dollari a tonnellata (40 dollari al kg, 18 dollari alla libbra) nei prossimi anni, poiché l’aumento della domanda fa sì che le scorte globali del metallo rosso si esauriscano.

    La convinzione di Andurand sul mercato del rame ha aiutato il suo fondo Commodities Discretionary Enhanced da 1,3 miliardi di dollari a riprendersi dalla perdita del 55 percento dell’anno scorso, dovuta al fatto che le sue scommesse rialziste sul petrolio si sono ritorte contro di lui. Il fondo è in rialzo dell’83 percento quest’anno, con guadagni provenienti da un’ampia gamma di materie prime, secondo le persone che hanno familiarità con la performance.

    “Ci stiamo muovendo verso un raddoppio della crescita della domanda di rame a causa dell’elettrificazione del mondo, compresi i veicoli elettrici, i pannelli solari, i parchi eolici, ma anche l’uso militare e i centri dati”, ha dichiarato al Financial Times.

    Il problema è che proprio l’innalzamento dei prezzi dei metalli strategici sta rallentando la transizione strategica. Non sono, molti hanno dubbi sull’efficiacia delle misure economiche cinesi. Quindi quello di Andurand è un auspicio più che una previsione, e la tendenza economica è tutta da analizzare e scoprire.

    da scenarieconomici.it

  • Forse è stato trovato un modo per ridurre le emissioni di gas serra causate dal cemento

    È una sostanza insostituibile, ma che inquina moltissimo: un gruppo di ricerca dell’Università di Cambridge ha sviluppato un metodo per riciclarlo

    Un gruppo di ricerca in ingegneria dell’Università di Cambridge, nel Regno Unito, ha sviluppato un metodo per riciclare il cemento su larga scala, un’innovazione tecnologica che potrebbe ridurre in modo significativo le emissioni di gas serra a cui si deve il cambiamento climatico.

    Il cemento è una sostanza fondamentale e attualmente insostituibile per il funzionamento della società contemporanea: è l’ingrediente fondamentale per la realizzazione di strade, grandi infrastrutture e case perché mischiato a ghiaia, sabbia e acqua dà il calcestruzzo con cui le si costruisce. La sua produzione però causa ingenti quantità di anidride carbonica (CO2), tra il 3 e il 4 per cento del totale annuale di emissioni di gas serra secondo le stime dell’istituto di ricerca ambientale World Resources Institute. Questa quantità potrebbe diminuire se invece di produrre nuovo cemento si riuscisse a riutilizzare quello proveniente da edifici demoliti.

    La produzione del cemento causa grandi emissioni per due ragioni diverse. La prima è quella che riguarda la maggior parte dei processi industriali: per portarli avanti serve molta energia che si ottiene, nella maggior parte dei casi, bruciando combustibili fossili, di conseguenza emettendo anidride carbonica. Il cemento in particolare si fabbrica scaldando calcare mischiato ad argilla a una temperatura di almeno 1450 °C, che spesso viene raggiunta bruciando carbone, il più inquinante dei combustibili fossili.

    La seconda ragione per cui al cemento si devono molte emissioni è legata alle caratteristiche chimiche proprie di questa sostanza. Il calcare da cui è prodotta contiene calcio (l’elemento fondamentale del cemento), carbonio e ossigeno: la combustione crea da un lato ossido di calcio, dall’altro anidride carbonica. Complessivamente, se si usa il carbone, per ogni tonnellata di cemento nuovo si emette una tonnellata di CO2. E nel mondo ogni anno sono prodotti miliardi di tonnellate di cemento. Se l’industria del cemento fosse un paese, sarebbe il terzo per emissioni annuali di anidride carbonica al mondo dopo Cina e Stati Uniti.

    La tecnologia sviluppata dai ricercatori dell’Università di Cambridge – Cyrille F. Dunant, Shiju Joseph, Rohit Prajapati e Julian M. Allwood – è spiegata in un articolo pubblicato mercoledì sulla prestigiosa rivista scientifica Nature. In breve, prevede di ricavare nuovo cemento da edifici demoliti. Per farlo i detriti ottenuti dalle demolizioni devono essere ridotti in polvere e successivamente esposti ad altissime temperature. Il gruppo di ricerca ha scoperto che lo si può fare in modo efficace nei forni già usati per riciclare l’acciaio, con vantaggi vicendevoli per entrambe le produzioni.

    Infatti nel processo di riciclo dell’acciaio si usano delle sostanze che fanno sì che il prodotto finito sia resistente alla corrosione. Tali sostanze sono praticamente le stesse che si trovano nei detriti contenenti il cemento. Aggiungendoli, una volta polverizzati, nei forni elettrici ad arco che si usano per ottenere l’acciaio riciclato si può ottenere non solo l’acciaio riciclato, ma anche una sostanza che, se raffreddata velocemente, è cemento riciclato. L’intero procedimento consente di evitare le emissioni dovute alla produzione di nuovo cemento attraverso il calcare e di ridurre quelle legate al processo industriale perché si sfrutta la produzione di un altro materiale.

    I ricercatori hanno coniato l’espressione “cemento elettrico” per indicare questo cemento riciclato, a patto che sia prodotto (insieme all’acciaio riciclati) usando forni elettrici ad arco, che possono essere alimentati con energia prodotta da fonti rinnovabili.

    Dunant, il primo autore dell’articolo pubblicato su Nature, ha detto a BBC che in futuro questa scoperta potrebbe permettere di produrre cemento senza emissioni, nel caso in cui si riesca ad applicare il metodo su scala industriale in modo concorrenziale. Per ora il procedimento è stato testato al Materials Processing Institute di Middlesbrough, in Inghilterra, dove entro la fine del mese si proverà ad aumentare la scala dell’esperimento producendo 60 tonnellate di cemento riciclato in due ore.

    da ilpost.it

  • Sfalci da manutenzione del verde: non possono essere sottoprodotti

    In risposta ad un quesito posto dal Ministero dell’Ambiente e della Sicurezza Energetica (MASE), la Commissione europea ha fornito opportune indicazioni sulla gestione dei residui della manutenzione del verde pubblico e privato. 

    Nello specifico, il MASE chiedeva se, in base alla disciplina europea, i residui derivanti dalla manutenzione del verde pubblico e privato:

    a) Possono essere esclusi dalla disciplina dei rifiuti e in quali condizioni;

    b) Possono essere qualificati come sottoprodotto, qualora ricadano nelle condizioni di cui alla Direttiva 2008/98/EC, art 5, considerando l’attività di manutenzione come parte integrante di un processo di produzione;

    c) Possono essere qualificati come sottoprodotto se destinati alla produzione di compost o biogas.

    In merito al primo quesito, la Commissione ha espresso le seguenti considerazioni:”La Direttiva 2008/98/EC relativa ai rifiuti (la Direttiva) definisce al suo articolo 3 intitolato “Definizioni” il rifiuto come “qualsiasi sostanza od oggetto di cui il detentore si disfi o abbia l’intenzione o l’obbligo di disfarsi”.

    L’articolo 2 della stessa Direttiva fornisce un elenco di rifiuti e materiali esclusi dal suo campo di applicazione che non comprende i residui della manutenzione del verde pubblico e privato.

    Pertanto, i servizi della Commissione considerano che questo tipo di rifiuti sia soggetto agli obblighi della Direttiva.”

    Per quanto concerne il secondo ed il terzo quesito la Commissione, facendo riferimento all’articolo 5, paragrafo 1, della Direttiva intitolato “Sottoprodotti’, che definisce le condizioni per cui una sostanza od oggetto possa essere definito sottoprodotto,  tra cui alla lettera c)  “la sostanza o l’oggetto è prodotta/o come parte integrante di un processo di produzione“, ritiene che l’attività di manutenzione del verde non possa essere considerata un “processo di produzione” in quanto il suo obiettivo non è la fabbricazione di un prodotto. 

    Per lo stesso motivo, la Commissione considera che i residui prodotti dalla manutenzione del verde pubblico e privato non possono essere considerati “sottoprodotti” ai sensi della Direttiva, siano essi destinati o meno alla produzione di compost o biogas.

    da EcoCamere

  • La nuova tassa europea che farà impennare i prezzi di benzina e diesel

    Nel 2027 entrerà in vigore il nuovo sistema di tassazione delle emissioni di Co2 dell’Ue che riguarderà anche carburanti ed edifici: l’aumento previsto è di 10 centesimi a litro, ma c’è chi teme che il conto sarà molto più salato

    Passare a un’auto elettrica risulta ancora troppo costoso per buona parte degli automobilisti europei. Ma chi intende restare il più a lungo possibile con il suo veicolo a benzina o diesel presto potrebbe fare i conti, al netto delle fluttuazioni temporanee, con un aumento corposo e strutturale dei prezzi dei carburanti, anche tra i 40 e i 50 centesimi a litro. È l’allarme lanciato da diversi esperti e politici, che avvertono sui rischi del nuovo Ets, il sistema di scambio di quote di emissioni di Co2 che entrerà in vigore nel 2027.

    L’Ets è, per farla breve, una sorta di tassa europea che finora è stata applicata all’industria più inquinante, dalle acciaierie alle centrali fossili. Il nuovo sistema, ribattezzato Ets 2 e varato nel 2023, riguarderà anche gli edifici e i trasporti (o meglio alle aziende di questi settori, non direttamente ai consumatori finali). Quando è stato approvato, la previsione di Bruxelles era che la tassa sui trasporti avrebbe comportato al massimo un aumento di 45 euro per tonnellata di carburante. Il che, tradotto, vuol dire rincari sui prezzi finali alla pompa di 10 centesimi per la benzina e 12 per il diesel. 

    Ma questa stima sembra oggi troppo ottimistica, come ammesso da uno dei principali artefici della nuova legge, il tedesco Pieter Liese (Cdu, centrodestra), a Euractiv. Un think tank di Berlino, in uno studio pubblicato a fine 2023, ha calcolato che l’aumento del costo dei carburanti potrebbe raggiungere i 200 euro a tonnellata, più di quattro volte la previsione dell’Ue. Per far fronte a questa impennata, la riforma dell’Ets era stata accompagnata dall’istituzione di un nuovo fondo sociale per il clima dal valore di 87 miliardi di euro. Fondi che dovrebbero servire a controbilanciare le eventuali impennate dei prezzi, non solo alla pompa, ma anche per il riscaldamento delle case. Ma che potrebbero non bastare. 

    da Europa Today

  • Crisi ambientale, l’economista Mastini: “Le rinnovabili non bastano. L’unica soluzione è la decrescita”

    Il ricercatore in Economia ecologica al Politecnico di Milano: “Occorre una riduzione pianificata del consumo di energia e risorse naturali. Accompagnata dalla tassazione di chi inquina di più, ovvero di chi detiene grandi patrimoni”

    Crescere sempre più senza devastare l’ambiente? Impossibile: anche se aumenta l’efficienza, questa può persino produrre un consumo di energia maggiore. Le rinnovabili? Non risolvono il problema se vanno solo a coprire un aumento generale dell’energia. E con una economia in continua espansione, non ci salverà neanche l’economia circolare. Ecco perché, secondo Riccardo Mastini, ricercatore in Economia ecologica al Politecnico di Milano, la soluzione è un’altra. Cioè la decrescita, che non è recessione ma “una riduzione pianificata del consumo di energia e risorse naturali”. Accompagnata, anche, dalla tassazione di chi inquina di più: ovvero, al di là delle ideologie, di chi detiene grandi patrimoni.

    Perché non si può separare aumento del Pil e impatto ambientale?

    L’ideologia della crescita verde è basata sull’assunto che vi possa essere un ‘disaccoppiamento assoluto’ fra Pil e impatti ambientali, ossia una situazione nella quale mentre il Pil cresce gli impatti ambientali diminuiscono. Tuttavia le evidenze scientifiche sono sempre più inconfutabili: non ci sono prove empiriche per supportare l’esistenza di un disaccoppiamento della crescita economica dagli impatti ambientali.

    Che cos’è l’effetto “rimbalzo”?

    Gli aumenti di efficienza nell’utilizzo di risorse sono spesso parzialmente o interamente compensati da un aumento dei consumi, il cosiddetto ‘effetto rimbalzo’. Ad esempio, gli incrementi di efficienza delle automobili comportano una riduzione nella spesa per l’energia che le alimenta (sia questa benzina o elettricità) e tale risparmio può indurre il guidatore a utilizzare più frequentemente l’automobile o a percorrere maggiori distanze, oppure può indurre le persone a spendere i soldi risparmiati per acquistare beni o servizi che a loro volta consumano energia, come ad esempio un biglietto aereo per un weekend all’estero. Ma, anche: automobili più efficienti rafforzano un sistema dei trasporti basato sull’automobile a spese di alternative più ecologiche come il trasporto pubblico e le biciclette.

    La tecnologia può aiutarci?

    Le soluzioni tecnologiche a un problema ambientale possono spesso peggiorarne altri o crearne di nuovi. Ad esempio, la produzione di auto elettriche riduce le emissioni climalteranti ma determina un incremento nell’estrazione di litio, nickel e cobalto. Oppure la produzione di biocombustibili può esacerbare la deforestazione in zone tropicali. Dobbiamo avere chiaro il fatto che sostituire un impatto ambientale con un altro non è un modo di risolvere la crisi ecologica.

    Perché, secondo lei, riciclare non basta?

    Ad oggi l’economia globale necessita di circa 100 gigatonnellate di materie prime ogni anno per produrre tutti i beni e servizi sul mercato. Nel 2023 il riciclo forniva solo l’8% di tutte queste materie prime, il restante 92% erano risorse vergini estratte dagli ecosistemi. I processi di riciclo generalmente richiedono ancora una quantità elevata di energia e materie prime. È un cerchio che non si può chiudere.

    E le rinnovabili?

    L’uso di fonti rinnovabili non sta sostituendo l’uso di combustibili fossili, ma piuttosto si sta sommando a esso. A livello globale produciamo 8 miliardi di megawattora di energia rinnovabile in più rispetto a quanta ne producevamo nell’anno 2000. Ma esattamente nello stesso arco temporale, ossia dal 2000 ad oggi, la crescita economica ha fatto aumentare la domanda di energia a livello globale di 48 miliardi di megawattora. In altre parole, tutta l’energia rinnovabile che produciamo in più ogni anno rispetto al 2000 copre solo una piccola parte dell’incremento complessivo del consumo energetico. Decarbonizzare la nostra società significa innanzitutto ridurre l’uso aggregato di energia.

    Ma l’aumento del Pil non produce ricchezza?

    Sebbene il Pil italiano sia cresciuto di circa il 25% dal 1988 ad oggi, il 70% degli italiani non ha goduto di alcun incremento nel proprio reddito in termini reali. Questo perché i più ricchi si sono accaparrati la stragrande maggioranza di tale crescita. Siamo stati disposti a sacrificare la nostra salute, i nostri diritti come lavoratori, il tempo libero, siamo stati disposti ad accettare lo smantellamento dello stato sociale in nome del rilancio della crescita economica. Una crescita considerata misura del benessere collettivo mentre in verità sacrifica le vite di molti per il profitto di pochi.

    Le emissioni, lei sostiene, sono legate alla ricchezza, al di là delle credenze individuali. In che senso?

    Il censo è la singola variabile con la più stretta correlazione con l’impronta ecologica di un individuo. Focalizzandoci sul cambiamento climatico, scopriamo che in Italia il 10% più ricco è responsabile per una quota di emissioni pari a quella del 50% più povero. E ancora più sconcertante è che l’1% più ricco, un gruppo composto da soli 600mila individui, genera una quota di emissioni pari ai 12 milioni di italiani più poveri.

    Come far sì allora che questa cosiddetta “polluter elite” inquini di meno?

    Occorre far attenzione nell’elogiare la tanto elogiata carbon tax: infatti le imposte indirette applicate sui beni e servizi acquistati sono intrinsecamente regressive. Dobbiamo perciò focalizzarci sulle imposte dirette, ossia quelle sugli alti redditi e sui grandi patrimoni. Occorre una patrimoniale cumulativa e progressiva. Cumulativa per tassare la ricchezza nel suo valore complessivo e non per singoli frammenti. Progressiva per poter procedere per scaglioni. Infine serve una severa tassa di successione, perché Picketty ha dimostrato che l’eredità è il meccanismo più potente di concentrazione della ricchezza. Ma c’è un altro aspetto.

    Quale?

    Chi si trova in povertà non può scegliere se vivere in centro o in periferia, se mangiare biologico o cibo spazzatura, se avere la casa coibentata o ad alta dispersione termica. Deve semplicemente adottare lo stile di vita meno dispendioso. Che non è automaticamente il meno impattante. Arriviamo all’assurdo che al di sotto di certi livelli di reddito, l’impronta ambientale non è determinata dalla ricchezza, ma dal livello di povertà. Occorre perciò distinguere fra ‘emissioni di sussistenza’ ed ‘emissioni di lusso’, dovute invece ai bisogni superflui.

    Lei è un teorico della decrescita. Può spiegarci in cosa consiste?

    Con il termine ‘decrescita’ s’intende una riduzione pianificata del consumo di energia e risorse naturali al fine di riportare l’economia in equilibrio con la biosfera. La decrescita non è recessione, è una politica pianificata e coerente per ridurre l’impatto ecologico, ridurre le disuguaglianze, e migliorare il benessere dei cittadini.

    In conclusione, cosa bisognerebbe fare?

    Ci sono tre interventi essenziali che un Paese deve attuare affinché la decrescita sia socialmente desiderabile. Il primo è assicurare a tutti un reddito di base così da poter condurre un’esistenza dignitosa, finanziandolo ad esempio con una una tassa patrimoniale progressiva. Inoltre, serve assicurare a tutti l’inclusione lavorativa, redistribuendo il quantitativo totale di ore di lavoro in maniera equa. Infine, occorre investire in servizi pubblici universali di alta qualità che sono più efficienti da gestire in termini di costi economici ed impatti ambientali rispetto ai loro omologhi privati.

    da il Fatto Quotidiano

  • A giugno gli Stati Generali sull’Ambiente della Campania

    Alla Mostra d’Oltremare l’evento promosso dalla Regione

    Dal 12 al 14 giugno alla Mostra d’Oltremare di Napoli, nell’ambito del Green Med Expo&Symposium, si terranno gli Stati Generali sull’Ambiente 2024, promossi dalla Regione Campania.

    Obiettivo di fondo dell’evento, realizzato in collaborazione con Ecomondo e Ricicla Tv, è illustrare le nuove iniziative green e di sostenibilità ambientale promosse in Campania.

    Molti i dibattiti previsti con amministratori, aziende, esperti ed appassionati, moderati dalla giornalista e scrittrice Claudia Conte. Tra le novità dell’iniziativa, il progetto “Borghi della Salute e del Benessere”, con il quale verrà presentato in esclusiva il programma volto alla valorizzazione del grande patrimonio di borghi, aree interne e piccoli comuni del territorio campano.
        L’obiettivo è quello di promuovere la riqualificazione del territorio, contrastando la crescente tendenza allo spopolamento delle aree interne della Regione, attraverso la costituzione di reti territoriali, comprendenti più comuni (oltre 300) per la valorizzazione in forma associata dei borghi locali.
        Incentivando l’attrattività si spinge verso nuove forme di turismo responsabile, anche nei comuni non solitamente meta di visite turistiche. Inoltre, alla Mostra D’Oltremare la Regione Campania offrirà al pubblico la possibilità di visitare diverse aree allestite: sarà infatti organizzato il “Viale della Sostenibilità”, con uno spazio illustrativo dedicato alle tante tecniche di riciclo dei rifiuti raccolti in modo differenziato ed alle nuove tecnologie per la produzione di energia da fonti rinnovabili. Un modo concreto per fare toccare con mano ai cittadini, soprattutto ai più giovani, le nuove sfide ambientali del nostro tempo. Si farà anche il punto sull’attuazione delle nuove azioni per la chiusura in ambito regionale del ciclo dei rifiuti, verso il superamento della multa inflitta nel 2015 dall’Unione Europea.

    da ANSA

  • Rapporto sull’EconomiaCircolare in Italia

    EDIZIONE 2024

    L’annuale rapporto curato dal Circular Economy Network, in collaborazione con Enea, fotografa lo “stato dell’arte” dell’economia circolare in Italia.

    Per la prima volta, le performance di circolarità delle cinque maggiori economie dell’Unione Europea sono state comparate usando gli indicatori della Commissione europea: produzione e consumo, gestione dei rifiuti, materie prime seconde, competitività e innovazione, sostenibilità ecologica e resilienza. Anche con questa “nuova” metodologia, si conferma il primato dell’Italia (45 punti) in termini di economia circolare, seguita da Germania (38), Francia (30) Polonia e Spagna (26).

    Siamo primi in classifica per il tasso di riciclo dei rifiuti. Nello specifico, nel 2021 abbiamo un tasso di riciclo dei rifiuti di imballaggio del 71,7%, 8% in più della media UE27 (64%). Inoltre, il riciclo dei rifiuti urbani in Italia è cresciuto del 3,4% tra il 2017 e il 2022, raggiungendo il 49,2%. La media UE è del 48,6%, la Germania “vince” con il 69,1%. Nel 2022, inoltre, la produttività delle risorse in Italia ha generato, per ogni chilo di risorse consumate, 3,7 euro di PIL, +2,7% rispetto al 2018. La media UE, nel 2022, è 2,5 euro/kg.
    Per ciò che concerne il tasso di utilizzo circolare di materia, cioè il rapporto tra l’uso di materie prime seconde generate col riciclo e il consumo complessivo di materiali, l’Italia conferma la sua posizione nel 2022, con un valore pari al 18,7%.

    Va tutto bene? Non proprio. Ad esempio il consumo dei materiali in Italia nel 2022 è stato di 12,8 tonnellate/abitante, minore della media europea (14,9 t/ab) ma in crescita (+8,5%) rispetto alle 11,8 t/ab del 2018. Ancora, sempre nel 2022, la dipendenza dalle importazioni di materiali dell’Italia (46,8%) è più del doppio della media europea (22,4%), anche se in calo (-3,8%) rispetto al 2018.

    Tra i focus di questo anno le piccole e medie imprese. Con un’indagine realizzata tra dicembre 2023 e gennaio 2024, in collaborazione con CNA, è stato chiesto a 800 piccoli imprenditori cosa pensano e soprattutto come agiscono rispetto alle politiche green.

    Il 65% del campione delle piccole imprese intervistate dichiara di mettere in atto pratiche di economia circolare: oltre il doppio rispetto a quanto rilevato nel 2021. Inoltre, il 10% delle imprese ha intenzione di avvicinarsi all’economia circolare nel prossimo futuro. Gli interventi realizzati più spesso riguardano l’uso di materiali riciclati (68,2%), la riduzione degli imballaggi (64%), interventi per la durabilità e la riparabilità del prodotto (53,2%).  Per il 61% delle imprese coinvolte nel sondaggio le misure di economia circolare generano benefici in termini di riduzione dei costi.

    da circulareconomynetwork.it