Categoria: Ambiente

  • End of waste dei rifiuti inerti: pubblicato il nuovo Decreto

    E’ stato pubblicato sulla Gazzetta ufficiale n. 213 dell’11/09/2024, il Decreto 28 giugno 2024, n. 127 “Regolamento recante disciplina della cessazione della qualifica di rifiuto dei rifiuti inerti da costruzione e demolizione, altri rifiuti inerti di origine minerale, ai sensi dell’art. 184-ter, comma 2, del decreto legislativo 3 aprile 2006, n. 152/2006”.

    Il regolamento stabilisce i criteri, sulla base dei quali, i rifiuti inerti da costruzione e demolizione e gli altri rifiuti inerti di origine minerale, cessano di essere qualificati come rifiuti e sono qualificati come aggregato recuperato.

    Nel provvedimento sono indicati i rifiuti ammissibili, le operazioni di verifica sui rifiuti in ingresso, il processo di lavorazione e il deposito presso il produttore, le norme tecniche di riferimento per la certificazione Ce, i requisiti di qualità del prodotto e gli utilizzi  specifici a cui può essere destinato.Il provvedimento entra in vigore il 26 settembre 2024 ed abroga il D.M. 27 settembre 2022, n.152.

    Entro 180 giorni  dall’entrata in vigore del decreto, quindi entro il 25 marzo 2025, i produttori di aggregati recuperati dovranno presentare un aggiornamento della comunicazione di inizio attività o l’istanza di aggiornamento dell’autorizzazione ambientale in regime ordinario.

    Nelle more dell’efficacia di tali aggiornamenti, le imprese possono continuare ad operare in conformità ai titoli posseduti prima dell’aggiornamento.  Nel caso in cui, invece, all’entrata in vigore del Decreto, l’autorizzazione sia in fase di rinnovo,  l’impresa può continuare ad operare in conformità dei titoli posseduti, oggetto del rinnovo. 

    Per maggiori informazioni, consultare il sito della Gazzetta Ufficiale.

    A cura di Ecocamere.it

  • Mare e coste sono sotto attacco, boom di reati ambientali: al primo posto la Campania. Le altre regioni

    s.o.s pianeta

    Pubblicato il rapporto Mare Monstrum di Legambiente ed è allarme rosso: nel 2023 i reati ambientali accertati sono stati 22.956, +29,7% rispetto al 2022. Il legame con i clan

    Boom di reati ambientali contro le coste italiane nel 2023: secondo il report “Mare Monstrum” di Legambiente sull’aggressione criminale alle coste e al mare del nostro Paese i reati ambientali accertati sono stati 22.956, +29,7% rispetto al 2022. Insieme alle violazioni amministrative, la media è di 8,4 illeciti per km di costa, uno ogni 119 metri. Ciclo illegale del cemento (che contribuisce al 45% del totale dei reati accertati lo scorso anno), dei rifiuti, mare inquinato, pesca illegale si confermano gli illeciti più diffusi. Il rapporto è stato presentato alla vigilia dell’anniversario dell’assassinio di Angelo Vassallo, il sindaco pescatore di Pollica che ha dedicato la sua vita alla tutela del mare e delle coste del Cilento. 

    Secondo il rapporto di Legambiente in fortissimo aumento anche la violazione delle normative che regolano la nautica da diporto: 2.059 illeciti penali accertati nel 2023, + 230% rispetto al 2022. Cresce, però, l’efficacia dell’azione repressiva, come dimostra il numero di persone arrestate (204, +98,1% rispetto al 2022).

    Reati ambientali e clan, il “solito” legame

    Un reato su due (50,3%) si concentra nelle 4 regioni a tradizionale presenza mafiosa, Campania maglia nera (3.095 illeciti penali), Sicilia (3.061), Puglia (3.016) e Calabria (2.371), che guidano nell’ordine, come numeri assoluti, la classifica regionale, seguite dal Lazio (1.529 reati) e dalla Toscana (1.516).

    Nelle prime dieci regioni figurano Sardegna, Veneto, Liguria e Marche. Proprio questa regione è, invece, la prima come numero di illeciti complessivi (reati e violazioni amministrative) per km di costa (38,9), seguita da Friuli-Venezia Giulia (31,9 illeciti per km) e Basilicata (30,9). Di fronte a questo quadro, Legambiente lancia dieci proposte che hanno al centro quattro macro temi: la lotta all’abusivismo edilizio, su cui l’associazione ambientalista chiede ad esempio di velocizzare l’abbattimento degli immobili abusivi, anche prevedendo finanziamenti a favore dei Comuni; la lotta alla maladepurazione, per uscire dalle onerose procedure d’infrazione dell’Unione europea; il tema dei rifiuti; il contrasto della pesca illegale, con adeguati interventi normativi e sanzioni davvero efficaci.

    A cura di Tiscali Ambiente

  • La Cassazione si pronuncia sul rapporto (di “progressione criminosa”) tra i reati di “discarica abusiva” e “abbandono incontrollato di rifiuti”

    Cassazione Penale, Sez. III, 29 agosto 2024 (ud. 10 luglio 2024), n. 33287
    Presidente Ramacci, Relatore Galanti

    Segnaliamo ai lettori la pronuncia con cui la Corte di cassazione si è pronunciata sul rapporto tra i reati di “discarica abusiva” e “abbandono incontrollato di rifiuti” nel caso in cui una iniziale condotta di abbandono prosegua in forme quantitativamente più importanti, sino a progredire verso una vera e propria discarica.

    Il provvedimento impugnato – si legge nella sentenza – «non fa buon governo dei principi che regolano il concorso apparente di norme: esso viene solitamente risolto in dottrina alla luce del criterio di «specialità» e, talvolta, secondo quello della “sussidiarietà” o della “consunzione”; la giurisprudenza di questa Corte, al contrario, è consolidata nel rilevare che l’unico criterio idoneo a dirimere i casi di concorso apparente di norme è da rinvenirsi nel principio di specialità ex art. 15 cod. pen.».

    In tale ipotesi «si verifica, a fronte di un unico fatto di reato, una “tipicità plurima“, che però è solo apparente, perché solo una sarà la norma che provvederà alla concreta qualificazione e sanzione del fatto stesso».

    Ciò premesso, «nel caso in esame, tra i reati di discarica abusiva e abbandono incontrollato di rifiuti si verifica un fenomeno di duplice tipicità (apparente) sopravvenuta, quando una iniziale condotta di abbandono di rifiuti prosegua nel tempo in forme quantitativamente più importanti, progredendo verso la discarica abusiva. Entrambi i reati hanno in comune la dismissione di rifiuti con tendenziale carattere di definitività, ma il criterio discretivo è stato rinvenuto principalmente nelle “dimensioni dell’area occupata” e nella “quantità dei rifiuti depositati“.

    La discarica abusiva – prosegue il collegio – «si connota per le seguenti caratteristiche, la presenza delle quali costituisce valido elemento per ritenere configurata la condotta vietata: l’accumulo, più o meno sistematico, ma comunque non occasionale, di rifiuti in un’area determinata; l’eterogeneità dell’ammasso dei materiali; la definitività del loro abbandono; il degrado, quanto meno tendenziale, dello stato dei luoghi per effetto della presenza dei materiali in questione».

    Pertanto, «mentre nella discarica abusiva la condotta o è abituale (come nel caso di plurimi conferimenti) o, pur quando consiste in un’unica azione, è comunque strutturata (ancorché grossolanamente) al fine della definitiva collocazione dei rifiuti in loco, nel reato di abbandono la condotta è “meramente occasionale“, ciò essendo desumibile dall’unicità ed estemporaneità della condotta medesima, che si risolve nel semplice collocamento dei rifiuti in un determinato luogo, in assenza di attività prodromiche o successive».

    L’abbandono di rifiuti è quindi configurabile «solo nel caso di condotta estemporanea e meramente occasionale e, anche in tale ipotesi, solo laddove la condotta abbia ad oggetto quantitativi modesti, aree non estese e non implichi attività di gestione dei rifiuti o ad esse prodromiche. In tutti gli altri casi sarà configurabile il reato di discarica abusiva».

    In conclusione, secondo la Corte «si è in presenza di un caso di “progressione criminosa” (che si configura quando la progressione determina la modificazione del titolo del reato e consiste non solo nella intensificazione della medesima attività, ma determini il trapasso a diversa fattispecie più grave, per quanto connessa, implicante la prima) che può essere risolto sulla base del principio di specialità, nel senso che il reato di discarica, in quanto più grave, «contiene» quello meno grave di abbandono di rifiuti».

    A cura di www.giurisprudenzapenale.com

  • Per la scommessa idrogeno 800 navi che non esistono

    I tedeschi lanciano la sfida ma l’Italia, con il Centro Bono, aveva già un anno fa tutte le carte vincenti in mano

    Il mistero e neppure troppo buffo dell’idrogeno, indicato a gran voce come fonte energetica alternativa e come una delle chiavi di lettura del Piano Mattei, si infittisce. Un rapporto pubblicato dall’International Chamber of Shipping (ICS), rapporto che ha alle spalle un chiaro input tedesco, annuncia che per soddisfare la domanda annuale globale di idrogeno verde pari a 30 milioni di tonnellate, sarebbe necessaria una flotta di 400 nuove navi in grado di trasportarlo, in sicurezza.

    Il professore Stefan Ulreich, dell’Università tedesca di Biberach, ha quindi acceso i riflettori sulle prospettive dell’idrogeno per la produzione di energia, ma anche per accelerare il processo di decarbonizzazione. Peccato che oltre un anno fa il Centro Giuseppe Bono, avesse messo a punto, consegnato ai suoi soci fondatori (alcuni dei quali potenzialmente interessati in modo diretto allo sviluppo di progetti anche nell’ambito del Piano Mattei) un report dettagliato nel quale si individuavano con maggiore precisione le esigenze tecniche di trasporto dell’idrogeno (in gran parte attraverso il trasporto di ammoniaca), il numero di navi da costruire, le potenzialità per l’industria cantieristica italiana (chiamata a bissare la primogenitura progettuale di fine anni 90 nella progettazione e costruzione di navi metaniere a Genova- Sestri), ma anche le potenzialità di collaborazione con la Tunisia proprio per la realizzazione di queste navi.

    I numeri, illustrati anche nel corso di alcuni seminari e nel corso delle audizioni al Cipom (Comitato interministeriale politiche del mare), oltre che in occasione della costituzione del Centro Bono, erano e restano ben più consistenti, specie facendo mente locale sui tempi di costruzione di tale tipologia di navi che si collocano fra i quattro e i cinque anni per ogni nave e che gli scali di costruzione non sono infiniti.

    411 navi necessarie nel Pacifico, 350 in Europa

    Per i trasporti dell’idrogeno nell’area del Pacifico, finalizzati essenzialmente a garantire l’approvvigionamento di idrogeno (attraverso il trasporto di ammoniaca e idrogeno ed eventualmente metanolo) entro il 2050 dovranno essere operative 411 navi specializzate. Per i trasporti dell’idrogeno con destinazione i Paesi industrializzati dell’Europa saranno necessarie almeno 350 navi. Anche ipotizzando un enorme sforzo costruttivo dei cantieri navali giapponesi e coreani non è difficile prevedere che questi cantieri si impegneranno a dare una precedenza assoluta ai loro mercati di casa. Considerando poi che la Cina non sarebbe attrezzata progettualmente e operativamente per tali tipi di navi molto sofisticate, si spalancherebbero – come evidenziava lo studio preliminare del Centro Bono in rapporti resi disponibili anche per le Istituzioni – le porte per un business di costruzione navale di pieno impiego per almeno 25 anni e non casualmente nello stabilimento Fincantieri di Genova già protagonista del boom metaniere.

    Business cantieristico Italia-Tunisia

    Per altro esisterebbe anche una possibilità di collaborazione – perfettamente integrata negli obiettivi del Piano Mattei – fra i cantieri italiani e un cantiere in Tunisia, Paese nel quale verrebbero prodotte e assemblate le lamiere e quindi il lavoro di base per consegnare il compito di completamento tecnologico e allestimento delle navi agli stabilimenti italiani.

    Esiste poi un problema in più da trasformare in opportunità: gran parte dell’ammoniaca indispensabile anche per la produzione di fertilizzanti proviene, o meglio, proveniva dall’Ucraina e ora le importazioni, ad esempio dall’Australia, richiedono tempi di navigazione estremamente più lunghi, accentuando e dilatando il numero di navi necessarie per disporre di una flotta “idrogeno”, ovvero dedicata ai trasporti dell’idrogeno, in grado di soddisfare le esigenze dei Paesi industrializzati.

    Sicilia probabile base distributiva

    Infine, fonti non ufficiali, confermano che la base italiana per la distribuzione dell’idrogeno in rete (una rete nuova visto che non possono essere utilizzate a questo fine né le reti realizzate per il petrolio, né quelle per il gas) sarebbe la Sicilia collimando ancora una volta con i principi base del Piano Mattei, ma anche del Piano del mare lanciato dal ministro Musumeci.

    A cura di Bruno Dardani di nicolaporro.it

  • Ciclo di webinar sull’andamento della gestione dei rifiuti urbani

    Prosegue anche nel 2024 la collaborazione tra il Green City Network della Fondazione per lo Sviluppo Sostenibile ed il Consorzio Nazionale Imballaggi (CONAI) finalizzata ad aggiornare le città italiane sulle novità normative e sull’andamento della gestione dei rifiuti urbani e degli imballaggi delle rispettive aree regionali e di comparazione con le altre aree regionali. 

    I Webinar si terranno nelle seguenti date:

    • Webinar Nord Italia

    9 ottobre 2024 – Ore 15.00 – 17.00

    • Webinar Centro Italia

    17 ottobre 2024 – Ore 15.00 – 17.00

    • Webinar Sud Italia

    24 ottobre 2023 – Ore 15.00 – 17.00

    Per maggiori informazioni e per iscriversi ai webinar, consultare il sito web della Fondazione per lo Sviluppo Sostenibile.

    A cura di Ecocamere.it

  • Procedura sperimentale per determinare la ecotossicità dei rifiuti

    L’istituto Superiore per la Protezione e la Ricerca Ambientale (ISPRA) a luglio 2024 ha pubblicato il quaderno laboratorio Snpa 8/2024 dal titolo “Sviluppo di una procedura sperimentale per la caratterizzazione ecotossicologica dei rifiuti“, sviluppato nell’ambito di un atto convenzionale con il Ministero dell’Ambiente e della Sicurezza energetica (MASE) e con il coinvolgimento attivo delle Agenzie Regionali di Emilia Romagna, Lombardia e Toscana, delle associazioni di categoria e dei gestori degli impianti.

    Il Regolamento (CE) 2017/997 stabilisce le modalità per l’attribuzione della caratteristica di pericolo HP14 “ecotossico”. Il Regolamento stabilisce i criteri per l’attribuzione ai rifiuti della caratteristica di pericolo “ecotossico” attraverso l’applicazione del “metodo convenzionale”, in base al quale l’ecotossicità viene definita dal punto di vista chimico, tramite la sommatoria delle concentrazioni delle sostanze classificate pericolose per l’ambiente, secondo il Regolamento 2008/1272/CE (regolamento CLP).

    Come emerge dall’analisi dello studio promosso da ISPRA, i risultati ottenuti da un’estesa attività analitica chimico-ecotossicologica,  su 5 tipologie di rifiuti (car-fluff, rifiuti derivati da TMB, bottom-ash, fly-ash e fanghi industriali) sono stati utilizzati per elaborare una procedura di carattere sperimentale, basata su un approccio di tipo Weight Of Evidence (Woe).Tale procedura, superando il classico approccio tabellare chimico e/o ecotossicologico, introduce un metodo di integrazione ponderata che, tramite indici sintetici chimici ed ecotossicologici, consente di valutare in maniera più realistica il pericolo ambientale complessivo di un rifiuto.

    Per maggiori approfondimenti e prendere visione del documento, consultare il sito web di ISPRA.

    A cura di ecocamere.it e ISPRA

  • Due procedure di infrazione in materia di rifiuti

    In data 25 luglio 2024 la Commissione UE ha avviato contro l’Italia due procedure di infrazione in materia di rifiuti.

    • La prima procedura (INFR(2024)2097) riguarda il non corretto recepimento della direttiva quadro sui rifiuti direttiva 2008/98/CE sui rifiuti, come modificata dalla direttiva (Ue) 2018/851.

    L’Italia ha recepito con D.lgs. 3 settembre 2020, n. 116 le norme europee ma secondo la Commissione non avrebbe recepito correttamente diverse disposizioni della direttiva tra cui quelle relative alla responsabilità estesa del produttore, alla garanzia di un riciclaggio di alta qualità, alla raccolta differenziata dei rifiuti pericolosi e all’attuazione di un sistema elettronico di tracciabilità.

    Nel termine di 2 mesi lo Stato italiano dovrà rispondere in merito alle carenze segnalate dalla Commissione, trascorsi i quali, in assenza di una risposta soddisfacente, quest’ultima potrà decidere di inviare un parere motivato. Tale parere fisserà una scadenza entro la quale lo Stato membro ha il dovere di conformarsi al diritto dell’Unione europea.

    • L’altra procedura (INFR(2024)2142),  con stessa data,  contesta il mancato conseguimento degli obiettivi di raccolta e riciclaggio dei rifiuti. Sulla base degli ultimi dati disponibili comunicati dagli Stati membri, l’Italia come altri paesi non è riuscita a raggiungere diversi obiettivi di raccolta e riciclaggio dei rifiuti stabiliti dall’attuale legislazione dell’Ue in materia di rifiuti.

    In particolare si registra il mancato raggiungimento dell’obiettivo 2020 del 50% di preparazione al riutilizzo e riciclaggio dei rifiuti urbani e dell’obiettivo di riciclo dei rifiuti elettronici (Raee).

    Il tasso minimo di raccolta che gli Stati membri devono conseguire ogni anno è pari al 65% del peso medio delle apparecchiature elettriche ed elettroniche immesse sul mercato nello Stato membro nei 3 anni precedenti o, in alternativa, all’85% del peso dei raee prodotti nel territorio di tale Stato membro. La maggior parte degli Stati membri non ha  conseguito l’obiettivo.

    La Commissione raccomanda di intensificare gli sforzi di attuazione basandosi sulle raccomandazioni specifiche per Paese individuate nella segnalazione preventiva sui rifiuti del 2023.

    Gli Stati membri raggiunti dalla costituzione in mora dispongono ora di 2 mesi per rispondere.

    Per maggiori informazioni, consultare il sito del Dipartimento per gli Affari Europei della Presidenza del Consiglio dei Ministri.

    A cura di ecocamere.it

  • Direttiva sui rifiuti: L’Ue avvia una procedura di infrazione contro l’Italia

    La direttiva sui rifiuti è la legislazione quadro dell’Ue volta a prevenire o ridurre la produzione di rifiuti, riducendo gli impatti complessivi dell’uso delle risorse e migliorando l’efficienza di tale uso

    La Commissione europea ha deciso di avviare una procedura di infrazione inviando una lettera di costituzione in mora all’Italia per non aver recepito correttamente la direttiva quadro sui rifiuti.

    La direttiva quadro sui rifiuti

    La direttiva quadro sui rifiuti è la legislazione quadro dell’Ue volta a prevenire o ridurre la produzione di rifiuti, riducendo gli impatti complessivi dell’uso delle risorse e migliorando l’efficienza di tale uso, che sono fondamentali per la transizione verso un’economia circolare e per garantire la competitività a lungo termine dell’Unione. La direttiva modificata stabilisce obiettivi vincolanti per il riciclaggio e la preparazione dei rifiuti urbani per il riutilizzo. Introduce inoltre requisiti per gli Stati membri per migliorare i loro sistemi di gestione dei rifiuti e l’efficienza dell’uso delle risorse.

    La scadenza per il recepimento della direttiva modificata nella legislazione nazionale da parte degli Stati membri era il 5 luglio 2020.

    Secondo l’esecutivo Ue, l’Italia non ha recepito correttamente diverse disposizioni della direttiva modificata, comprese quelle sulla responsabilità estesa del produttore, garantendo un riciclaggio di alta qualità, la raccolta differenziata dei rifiuti pericolosi e l’attuazione di un sistema di tracciabilità elettronica. La Commissione invia pertanto una lettera di costituzione in mora all’Italia, che dispone ora di due mesi per rispondere e rimediare alle carenze sollevate dalla Commissione. In assenza di una risposta soddisfacente, la Commissione potrà decidere di emettere un parere motivato. 

    La Commissione ha già avviato procedure di infrazione nei confronti di altri dieci Stati membri (Bulgaria, Repubblica ceca, Estonia, Francia, Cipro, Paesi Bassi, Austria, Polonia, Portogallo e Romania). 

    a cura di www.rainews.it

  • Materie prime critiche, per l’Italia la vera miniera sono i rifiuti. Ma oggi li manda all’estero

    Il decreto con cui il governo si propone di riattivare l’estrazione arriva in Parlamento, insieme a una nuova mappa dei giacimenti. Il presidente di Iren Dal Fabbro: con dieci impianti e mezzo miliardo di investimenti potremmo riciclare oltre il 30% dei metalli strategici


    Mercoledì l’Italia avrà una nuova mappa aggiornata delle materie prime critiche presenti nel suo sottosuolo, compilata dall’Ispra. E il giorno dopo alla Camera inizierà l’iter di conversione del decreto che – nelle intenzioni del governo – dovrebbe contribuire a riattivare l’industria mineraria nazionale, velocizzando le relative autorizzazioni. Ma per l’obiettivo, europeo e soprattutto italiano, di raggiungere una maggiore autonomia nei metalli fondamentali per la transizione verde, le produzioni hi-tech e la difesa, in molti casi importati da Paesi rivali come la Cina, più che l’estrazione potrebbe il riciclo. “Oggi in Italia abbiamo poche miniere attive, ma abbiamo una miniera a cielo aperto che sono i nostri rifiuti”, ha detto ieri il presidente della multiutility Iren Luca Dal Fabbro, con riferimento ai vecchi apparecchi elettrici ed elettronici, da cui è possibile recuperare significative quantità di elementi chiave. Con una decina di impianti di lavorazione – è la stima della società – per un investimento di mezzo miliardo di euro, il nostro Paese potrebbe raggiungere entro il 2040 una quota di riciclo superiore al 30%, oltre gli obiettivi fissati dalla Commissione e fatti propri dal governo.

    L’estrazione delle materie prime e il loro recupero non sono certo in contraddizione: lo stesso decreto del governo vuole creare una corsia preferenziale per l’intera filiera. E il ministro del Made in Italy Adolfo Urso ha spiegato che l’Italia è stata tra i Paesi che hanno spinto Bruxelles ad alzare l’obiettivo di riciclo dal 15 al 25%. Ma finora il governo ha posto molta enfasi soprattutto sull’apertura o riapertura delle miniere (con l’obiettivo di coprire entro il 2030 il 10% dei consumi), e nell’indirizzare le – limitate, un miliardo – risorse stanziate con il fondo sovrano per il Made in Italy bisognerà decidere su quale puntare di più. Mentre i progetti di estrazione presentano in tutto il mondo, e a maggior ragione in Italia, enormi complessità – tempi e costi di sviluppo, ritorno sull’investimento, impatto ambientale, sicurezza, opposizione delle comunità locali – gli impianti di riciclo garantiscono maggiori certezze, anche considerando che il sistema di raccolta dei rifiuti elettronici nel nostro Paese è già piuttosto capillare e che nei prossimi anni la quantità di apparecchiature che arriveranno a fine vita, dai panelli alle batterie, non farà che crescere. Il problema è che oggi il 90% di quei rifiuti viene spedito per la lavorazione in altri Paesi, che poi magari rivendono la materia prima di recupero alle imprese italiane.

    Lunedì alla Camera Iren ha lanciato un hub – RigeneRare – che riunisce i principali operatori italiani del riciclo di materie prime critiche e metalli preziosi come oro e argento, con l’obiettivo di accelerare lo sviluppo della filiera. La multiutility è senza dubbio parte interessata, visto che opera nella raccolta dei rifiuti e già oggi è attiva nel recupero di materiali speciali come i pannelli solari. Allo stesso tempo però esplora anche la strada dell’estrazione, visto che insieme a una società australiana ha in progetto di sviluppare nel Lazio quello che potrebbe diventare il maggiore giacimento di litio in Europa. Ma sono le stesse cautele di Dal Fabbro – “stiamo facendo le valutazioni geologiche per vedere se è possibile” – a ribadire la differenza: i rifiuti non sono solo una grande miniera, ma anche l’unica che l’Italia è sicura di poter sfruttare.

    a cura di Filippo Santelli da www.repubblica.it