Categoria: Ambiente

  • Scandalo ecologico: l’Ecuador chiede alla Cina di “smettere di gettare” rifiuti nelle Galapagos

    Il gruppo ambientalista Ecoagents dell’Ecuador ha chiesto alla Cina di porre fine alla pratica di scaricare tonnellate di plastica nelle acque vicino alle Isole Galapagos

    Il gruppo ambientalista Ecoagents dell’Ecuador ha lanciato un appello urgente al governo cinese affinché interrompa la pratica di scaricare rifiuti nelle acque vicino alle Isole Galapagos. Questa richiesta arriva in risposta ai crescenti problemi di inquinamento marino che minacciano la biodiversità unica dell’arcipelago ecuadoriano.

    Secondo Ecoagents, ogni anno circa 160 tonnellate di plastica vengono raccolte lungo le coste delle Galapagos, e una parte significativa di questi rifiuti proviene dalle imbarcazioni della flotta peschereccia cinese. Questi rifiuti vengono trasportati dalla corrente di Humboldt, che si sposta lungo la costa sudamericana, fino a raggiungere le isole, dove causano gravi danni all’ecosistema marino.

    La situazione è diventata così critica che il collettivo ambientalista ha organizzato una protesta a Quito, culminata in un sit-in davanti all’ambasciata cinese. Durante l’evento, hanno presentato una petizione al governo cinese chiedendo interventi concreti per ridurre l’inquinamento da plastica causato dalle navi pescherecce.

    Il 30% dei rifiuti plastici proviene da navi asiatiche

    Il problema dei rifiuti plastici non è nuovo per le Galapagos. Da oltre un decennio, Ecoagents e altre organizzazioni locali lavorano per pulire le spiagge e raccogliere la plastica che si accumula sulle isole, specialmente tra luglio e ottobre, quando la presenza di navi da pesca internazionali è particolarmente alta.

    Alberto Andrade, coordinatore del collettivo Frente Insular, ha spiegato che il 30% dei rifiuti plastici raccolti sulle isole proviene da navi asiatiche, sottolineando la necessità di un maggiore controllo e responsabilizzazione delle flotte pescherecce.

    Il Ministero dell’Ambiente dell’Ecuador ha confermato che solo il 16% della plastica trovata sulle coste delle Galapagos è di origine locale, mentre il resto proviene da fonti internazionali. L’azione richiesta a livello diplomatico non solo mira a proteggere l’ecosistema delle Galapagos, ma anche a promuovere una gestione più sostenibile dei rifiuti a bordo delle imbarcazioni.

    Questa iniziativa rappresenta un passo importante verso la salvaguardia di uno dei luoghi più preziosi del pianeta e un appello alla comunità internazionale per un impegno condiviso nella lotta contro l’inquinamento marino.

    a cura di Rebecca Manzi da www.greenme.it

  • Stretta su metano dall’Ue, cosa cambia in Italia con il nuovo regolamento

    L’Ue attua una stretta sul metano e lancia un piano di interventi in favore dei gas verdi e decarbonizzazione: permessa anche la miscelazione con l’idrogeno

    L’Unione europea ha deciso di attuare una netta stretta sul metano provvedendo a sviluppare un pacchetto di misure relative all’aumento dell’utilizzo dei cosiddetti gas verdi all’interno dei Paesi membri. Entrando più nello specifico, l’insieme di interventi pubblicati in Gazzetta Ufficiale Ue in data 15 luglio 2024 mira ad aumentare la trasparenza in merito alla qualità del gas e ai suoi costi di gestione, così come a promuovere “approccio armonizzato ai ruoli delle autorità di regolazione e rafforzare il coordinamento transfrontaliero”. Resta dunque da comprendere come la decisione Europea impatterà sull’Italia e quali saranno le tempistiche.

    La stretta Ue sul metano

    Analizzando il regolamento e la direttiva Ue sul gas naturale e l’idrogeno pubblicata in Gazzetta Ufficiale si evince l’intento di abrogare il precedente quadro normativo in favore di nuovi provvedimenti in tema di gas rinnovabili che possano progressivamente portare a una netta riduzione delle emissioni nell’aria, così come nell’acqua e nei terreni. La strada intrapresa è dunque nella direzione di un’economia sempre più circolare e contraddistinta da una sempre più massiccia decarbonizzazione.

    La concessione Ue sull’idrogeno

    Un delicato passaggio del nuovo regolamento Ue interessa l’idrogeno, ovvero una fonte energetica considerata come controversa dal punto di vista della transizione energetica. Pur avendo coscienza di questo, l’Ue ha dichiarato che “è opportuno preservare il diritto degli Stati membri di decidere se miscelare idrogeno nei rispettivi sistemi nazionali del gas naturale”.

    La scelta è figlia del delicato contesto geopolitico che da alcuni anni contraddistingue il Vecchio Continente trovatosi, dall’insorgere della guerra in Ucraina, a non voler più contare sul gas naturale proveniente dalla Russia. La crisi internazionale, così come la sicurezza degli interessi dei singoli Stati membri, fa sì dunque che l’Unione europea offra il proprio sostegno allo sviluppo del mercato dell’idrogeno.

    La stessa Ue, tuttavia, sottolinea che la miscelazione dell’idrogeno nel sistema del gas naturale deve essere “una soluzione di ultima istanza” per gli Stati. Il motivo, oltre che ambientale, riguarda i problemi che la miscelazione stessa potrebbe avere sulla gestione dell’infrastruttura del gas naturale e sulle applicazioni per gli utenti finali.

    Si tratta dunque di una decisione presa per necessità dall’Unione europea che, comunque, ha fissato una data di scadenza molto chiara sulla concessione alla miscelazione dell’idrogeno. Si tratta del 31 dicembre 2029, giorno entro il quale la Commissione europea dovrà fornire al Parlamento e al Consiglio europeo una valutazione sulle prestazioni che sono state effettuate.

    Cosa cambia per l’Italia

    Il focus del nuovo intervento Ue è focalizzato in special modo nelle regioni carbonifere e ad alta intensità di carbonio, nelle quali il regolamento mira a incentivare la decarbonizzazione e l’aumento delle quote di gas rinnovabile (soprattutto idrogeno e biometano) specie nei processi industriali basati sull’utilizzo di combustibili fossili.

    In Italia, così come in ogni altro Stato membro dell’Ue, il nuovo regolamento sui gas verdi porterà a una maggiore trasparenza sia sulla qualità dei gas che vengono utilizzati che sui loro costi e la loro gestione. Vi è inoltre la volontà di sviluppare un approccio più armonizzato ai ruoli e alle responsabilità delle autorità di regolazione e dei gestori dei sistemi, così da ottenere un coordinamento transfrontaliero più rafforzato.

    a cura di Riccardo Castrichini da quifinanza.it

  • PRESENTAZIONE DEL RAPPORTO ECOMAFIA 2024

    A trent’anni dal primo Rapporto Ecomafia, l’11 luglio a Palazzo Wedekind (Piazza Colonna, 366 – Roma) verrà presentata la versione aggiornata al 2024 del Report di Legambiente, che racconta le storie e i numeri della criminalità ambientale in Italia.

  • Firmato il nuovo Decreto Inerti sul riutilizzo dei rifiuti (End of Waste)

    Il settore della gestione dei rifiuti inerti da costruzione e demolizione sta per affrontare un cambiamento significativo con l’introduzione del nuovo Decreto End of Waste.

    Questo provvedimento, firmato recentemente dal Ministero dell’Ambiente e della Sicurezza Energetica (MASE), sostituirà la versione precedente, contestata dagli operatori per diverse criticità.

    Analizziamo le modifiche chiave e il loro impatto.

    Le principali modifiche del nuovo Decreto Inerti

    Revisione dei limiti di contaminanti

    Il nuovo decreto (scarica qui la bozza) affronta una delle principali critiche mosse al testo precedente. I limiti sulla presenza di contaminanti negli aggregati recuperati, considerati troppo restrittivi, sono stati rivisti. Questa modifica mira a rendere i parametri più realistici e attuabili per gli operatori del settore, facilitando il processo di recupero senza compromettere la sicurezza ambientale.

    Processo di recupero ottimizzato

    Viene delineato un iter di recupero più efficiente che permette di trasformare i rifiuti inerti in prodotti riutilizzabili. Il nuovo decreto fornisce linee guida più chiare su come gestire il processo di recupero, garantendo al contempo la tutela ambientale e la qualità dei materiali recuperati.

    Classificazione come prodotto

    una volta soddisfatti i criteri stabiliti, i materiali inerti recuperati non saranno più considerati rifiuti, ma prodotti a tutti gli effetti. Questo cambio di status rappresenta una svolta significativa, in quanto facilita il reimpiego di questi materiali in vari contesti edilizi e infrastrutturali, riducendo gli ostacoli burocratici e normativi.

    Periodo di monitoraggio

    il decreto introduce un periodo di osservazione di 24 mesi. Durante questo lasso di tempo, sarà possibile raccogliere dati sull’applicazione pratica delle nuove norme e, se necessario, apportare modifiche per ottimizzarne l’efficacia. Questa disposizione dimostra un approccio flessibile e orientato al miglioramento continuo.

    Impatto delle modifiche sul settore

    Le modifiche introdotte dal nuovo Decreto Inerti avranno ripercussioni significative su vari aspetti del settore:

    • Semplificazione operativa:
      le imprese di costruzione e demolizione beneficeranno di un quadro normativo più chiaro e praticabile. Ciò dovrebbe tradursi in una semplificazione delle operazioni di recupero e in una riduzione dei costi di smaltimento.
    • Incremento del tasso di riciclo:
      il settore del recupero dei rifiuti inerti, che già genera annualmente oltre 60 milioni di tonnellate di aggregati recuperati, potrà operare con maggiore efficienza. Si prevede che il tasso di riciclo, attualmente superiore all’obiettivo europeo dell’80%, possa ulteriormente migliorare.
    • Espansione del mercato degli aggregati recuperati:
      con parametri più realistici e una classificazione come prodotto, si prospetta un incremento dell’offerta di aggregati recuperati sul mercato. Questi potranno sostituire in modo più efficace i materiali inerti naturali in varie applicazioni edili e infrastrutturali.
    • Promozione dell’economia circolare:
      le nuove norme favoriscono un approccio più circolare nel settore edile, riducendo l’estrazione di materie prime vergini e il conferimento in discarica di rifiuti inerti.

    Sfide rimanenti e prospettive future

    Nonostante i miglioramenti, permangono alcune sfide. L’Associazione Nazionale Produttori Aggregati Riciclati (ANPAR) ha evidenziato che, sebbene il nuovo regolamento risolva molte delle criticità precedenti, alcuni nodi rimangono da sciogliere.

    In particolare:

    • Limiti di concentrazione per usi specifici:
      permangono dubbi sui limiti di concentrazione per l’utilizzo degli aggregati recuperati nelle opere di riempimento stradale, un mercato cruciale per il settore.
    • Fine tuning tecnico:
      durante il periodo di monitoraggio, sarà necessario un lavoro di affinamento tecnico per garantire che le nuove norme siano pienamente efficaci e praticabili.

    In conclusione, il nuovo Decreto Inerti rappresenta un passo significativo verso una gestione più sostenibile dei rifiuti da costruzione e demolizione. Mentre il settore si prepara all’implementazione di queste nuove norme, sarà fondamentale un dialogo continuo tra gli operatori e le autorità per massimizzarne l’efficacia e il beneficio per tutti gli attori coinvolti.

    Il periodo di monitoraggio sarà cruciale per valutare l’impatto reale delle modifiche e per apportare eventuali aggiustamenti necessari, garantendo che il nuovo decreto possa effettivamente rappresentare quella “svolta epocale” auspicata dalla vice ministro dell’Ambiente Vannia Gava.

    a cura di Andrea Dicanto da www.edilizia.com

  • La plastica è sempre più attenta all’ambiente: dai materiali di origine vegetale al riciclo chimico

    Il suo nome deriva dal greco antico e si riferisce all’arte di modellare. Ma ha una storia decisamente più recente: la plastica nasce a cavallo tra la fine del XIX e l’inizio del XX secolo, quando gli scienziati iniziano a studiare le proprietà dei materiali e a svilupparne di nuovi, ottenuti inizialmente dalla cellulosa. La vera rivoluzione però è di circa un secolo fa, quando il chimico tedesco Hermann Staudinger (che sarà insignito del premio Nobel tre decenni dopo), riesce nella polimerizzazione, ossia nel costruire catene di molecole complesse, che si ripetono identiche, a partire da unità più semplici. Inizia l’era della plastica, anche se sarebbe più corretto dire delle plastiche.
    I materiali, infatti, sono molti e diversi, e si adattano per moltissimi scopi: dalla produzione di oggetti d’uso quotidiano fino a imballaggi e involucri protettivi. Da vent’anni a questa parte le plastiche sono state spesso sotto accusa come causa di inquinamento, soprattutto di mari e fiumi: in realtà, oggi, la maggior parte di esse è riciclabile, e dunque, semmai, il problema è una carenza nella gestione del corretto recupero dei materiali giunti al termine della loro vita, di attenzione dei consumatori, e l’assenza – in molti paesi – di una filiera sostenibile che garantisca la circolarità della produzione.
    Una “pausa” collettiva da queste critiche la si è avuta nel 2020 durante il Covid. In quei mesi ci si è accorti di come la plastica contribuisca in modo essenziale a preservare l’integrità dei prodotti e garantisca quotidianamente la sicurezza alimentare da contaminazioni esterne, oltre che riportare le informazioni utili relative al prodotto che contiene: una rivincita del materiale, che è ancora fondamentale per la food industryma non solo.

    La frontiera delle bioplastiche
    Nell’ultimo secolo, inoltre, la ricerca e l’industria hanno fatto passi da gigante verso una maggiore sostenibilità del settore. Basti pensare che: nel 1990 la Novamont, azienda leader italiana, iniziava la produzione di Mater-Bi, una gamma di plastiche biodegradabili e compostabili, in tutto o in parte di origine bio, a sempre più crescente contenuto rinnovabile ottenute dall’amido adatte a varie applicazioni.
    Il materiale è stato un vero punto di svolta per il settore, rappresentando una pietra miliare per le bioplastiche.
    Nel 2023 Novamont è stata acquisita da Versalis, la società chimica di Eni, impegnata nella trasformazione delle produzioni della chimica di base e intermedi, e delle materie plastiche verso una maggiore circolarità e bio-chimica, con lo scopo di contribuire alla decarbonizzazione. Grazie alla forte sinergia creata, l’azienda del Cane a sei zampe sta rafforzando la presenza sul mercato con prodotti di origine, in tutto o in parte, bio, in diversi settori: dagli imballaggi alimentari alle biocapsule per caffè compostabili, dai sacchetti per il reparto ortofrutta fino alle bioplastiche per l’agricoltura, o all’ erbicida Ager-Bi, un diserbante e fitoregolatore, materiali in tutto o in parte di origine bio, per varie tipologie di coltivazioni. Ager-Bi è a base di acido pelargonico naturalmente presente in natura e si biodegrada in suolo ed in acqua.

    Il supporto a filiere strategiche e nuovi prodotti
    La diversificazione dei settori industriali e focalizzazione verso filiere strategiche a cui fornire materie prime d’eccellenza è una missione che Versalis continua a perseguire: ad esempio nelle industrie legate alla transizione energetica, con cavi, materiali per il trasporto dell’energia, per l’elettrificazione, per la mobilità più sostenibile e per l’energia da fonti rinnovabili.
    Un caso di eccellenza della ricerca di Versalis attraverso la società controllata Finproject, è XL Extralight, un materiale ultraleggero, flessibile e resistente, perfetto per gli usi nella moda (ad esempio nelle calzature) e nel design.

    La circolarità: il riciclo meccanico e il riciclo chimico
    La circolarità rappresenta una leva strategica fondamentale per una chimica del futuro sempre più sostenibile. Per questo motivo Versalis è impegnata direttamente nello sviluppo di processi complementari di riciclo meccanico e chimico, per valorizzare le plastiche a fine vita e raggiungere tutte le applicazioni sul mercato, integrandosi nella filiera di raccolta a livello nazionale, una tra le più avanzate in Europa.
    Sta realizzando a Porto Marghera un polo di riciclo meccanico avanzato di polimeri per consolidare la leadership europea nel riciclo meccanico e raggiungere settori applicativi per i quali i requisiti di maggiore sostenibilità sono essenziali. Inoltre, con il progetto Hoop® ha sviluppato una tecnologia proprietaria di pirolisi per riciclare chimicamente anche i rifiuti plastici misti, oggi non riciclati meccanicamente: è in fase di realizzazione a Mantova il primo impianto dimostrativo da 6mila tonnellate di capacità, che verrà avviato entro la fine del 2024. Hoop® è l’unica tecnologia italiana che si è aggiudicata, a fronte di 239 progetti “large scale” presentati e di 41 vincitori totali, il bando 2023 per l’“EU Innovation Fund”, fondo stanziato dalla Commissione Europea di 3,6 miliardi di euro complessivi, dedicato a tecnologie innovative a ridotta emissione di carbonio.
    Se la plastica è ineliminabile dalla vita quotidiana, gli sforzi per raggiungere target sempre più ambiziosi in ottica di sostenibilità stanno permettendo di ottenere importanti risultati. Questi obiettivi sono sostenuti da forti investimenti da parte delle aziende, sia nella ricerca di materiali innovativi di origine biogenica che per avere filiere più virtuose che sostengono l’economia circolare.

    a cura di www.ilsole24ore.com

  • Altro che aiuti per le auto: arriva la nuova super tassa estiva

    Gli automobilisti italiani avevano bisogno di tutto tranne che dell’ennesima tassa e invece ora ci siamo: i costi aumentano un’altra volta e neanche di poco, come vedremo tra poco. I rincari sono praticamente all’ordine del giorno per tutte le spese che dobbiamo sostenere. Basta pensare al carburante che proprio in queste settimane sta conoscendo dei rialzi davvero pesanti, proprio poco prima dell’inizio dell’esodo estivo che caratterizza i mesi di luglio e di agosto.

    Ci sono poi altre pesanti questioni che preoccupano gli automobilisti. Parliamo per esempio dell’assicurazione, o Rc Auto, un altro costo che dall’inizio del 2024 ha subito dei rincari che non accennano in maniera assoluta a diminuire. Oppure ancora dei pedaggi autostradali e la lista non è di certo finita qui. Ora, infatti, aumentano anche i costi delle auto. Motivo per cui  chi oggi si trova a comprare un veicolo nuovo, deve affrontare più di un problema.

    La novità di cui stiamo parlando non è in realtà una decisione del governo italiano, ma arriva direttamente dalla Commissione Europea e ha a che fare con le auto elettriche cinesi: ecco di che cosa si tratta.

    Aumentano i costi delle auto: la nuova tassa

    Da tempo la Commissione Europea ha avviato delle indagini per accertarsi se gli aiuti che il governo cinese pone nei confronti delle aziende locali sia concorrenza sleale oppure no. Dai dati, il risultato è positivo e oggi questo tema è al centro del dibattito pubblico e delle decisioni europee.

    Dal 5 luglio sono così entrati in vigore i nuovi dazi che porteranno le auto cinesi elettriche a costare più del 40% rispetto a prima. Una situazione di tensione internazionale che andrà inevitabilmente a pesare sui risparmi degli italiani, che vedranno un aumento dei costi.

    L’accordo tra Cina e Europa è saltato, ci rimettono gli automobilisti

    La necessità di trovare un accordo tra Cina ed Europa è essenziale, anche perché un’escalation di questa guerra commerciale potrebbe portare ad aumento dei costi non solo del settore automobilistico, ma anche delle altre spese che gli automobilisti devono sostenere.

    Per ora, i dazi sono soltanto temporanei. Si cerca a tutti i costi di trovare una soluzione che porti ad un abbassarsi di questa tensione. La grande protagonista di questi tentativi di mediazione è la Germania, che da tempo si è dichiarata contraria all’entrata in vigore dei dazi.

    a cura di Mattia Rigamonti da www.giornalemotori.it

  • Abbiamo un problema coi rigassificatori: esplosioni dei costi e approvvigionamenti a rischio

    Fondamentali per eliminare la dipendenza italiana dal gas russo, gli impianti si trovano di fronte a un passaggio chiave, come spiega Stefano Besseghini, presidente di Arera. Il rigassificatore di Ravenna “richiederà un ulteriore sforzo pubblico” mentre la Golar Tundra dovrà essere spostata da Piombino.

    Il Gnl è stato fondamentale per eliminare la dipendenza italiana dal gas russo ma ora c’è qualche problema coi rigassificatori. I dubbi sono stati espressi dal presidente dell’Autorità di regolamentazione reti e ambiente (Arera), Stefano Besseghini, e riguardano gli ultimi due impianti nati proprio durante la crisi del gas per aumentare le fonti di approvvigionamento dell’Italia. Soprattutto per quello di Ravenna vanno fatte delle valutazioni sui costi che hanno avuto un “rimarchevole incremento”, come ha detto Besseghini. 

    Grazie al Gnl l’Italia non importa più gas dalla Russia: da dove arriva ora

    Negli ultimi due anni le importazioni di gas dalla Russia tendono allo zero. Dai quasi 30 miliardi di metri cubi del 2021 siamo passati a poco meno di 3 nel 2023. Se prima il 40 per cento delle nostre forniture dipendeva dal gas russo ora questa percentuale è scesa al 4,7 per cento. Ma quindi da dove arriva il gas in Italia? La sostituzione dei flussi dalla Russia è avvenuta grazie all’aumento delle importazioni da altri paesi, soprattutto Azerbaigian e Algeria, ora primo fornitore italiano.

    Ma il ruolo del Gnl, il gas naturale liquefatto, è stato decisivo, con le importazioni aumentate di quasi il 70 per cento in due anni. Nel dettaglio, secondo gli ultimi dati forniti da Arera nella relazione annuale e visualizzabili nel grafico sotto, i paesi da cui l’Italia ha importato più Gnl sono Qatar, Algeria e Stati Uniti. 

    Il gas naturale liquefatto, “ha ormai assunto un valore rilevante nella diversificazione e sicurezza delle nostre forniture – ha detto il presidente di Arera, Stefano Besseghini -. In questo contesto le strutture di rigassificazione assumono un nuovo ruolo e l’Italia ha dimostrato di sapersi dotare di quanto necessario”.

    I problemi dei nuovi rigassificatori di Piombino e Ravenna secondo Arera: i costi

    I due impianti di Ravenna e Piombino si sono aggiunti ai tre rigassificatori italiani già esistenti: Panigaglia, Rovigo e Livorno. Per il rigassificatore al largo di Ravenna l’iter di approvazione è stato relativamente rapido (anche se non ancora operativo), mentre a Piombino le proteste della politica locale e dei cittadini hanno fatto sì che la nave rigassificatrice nel sito, la Golar Tundra, venisse spostata in Liguria, al largo di Vado Ligure, dove vi rimarrà per 17 anni. 

    “Il rigassificatore di Piombino è in esercizio ormai da un anno, ma va scongiurato il rischio di un lungo periodo di mancato funzionamento per il suo trasferimento”, ha detto Besseghini. Ma per il rigassificatore di Ravenna ci sono problemi di altro tipo: per il presidente di Arera “sembra rispettare i tempi di entrata in esercizio (2025, ndr) – ha dichiarato esponendo la relazione annuale dell’Autorità – ma con un rimarchevole incremento di costi che, al netto della valutazione della loro efficienza, richiederà un ulteriore sforzo pubblico per consentirne la collocazione a prezzi competitivi e permettergli di svolgere la funzione di completamento dell’assetto di diversificazione per cui è nato”.

    “Abbiamo avuto tempistiche più che ragionevoli – la nota di Besseghini – ora le valutazioni di strategicità bisogna continuare a farle nell’ottica dei costi che si vanno a sostenere”. L’entrata in funzione del rigassificatore di Ravenna è previsto per i primi mesi del 2025. Snam aveva quantificato il costo dell’investimento in circa 1 miliardo di euro: 367 milioni di euro sono serviti per acquistare la BW Singapore, la nave rigassificatrice ormeggiata a 8 chilometri dalla costa ravennate, mentre altri 270 serviranno per costruire la diga che proteggerà la nave, come si vede nella grafica sotto.

    Dopo la pubblicazione di questo articolo Snam ha inviato una nota a Today.it: “Il perimetro degli interventi necessari alla messa in esercizio del rigassificatore di Ravenna non ha subito variazioni sostanziali ma recepisce le risultanze degli studi e dei monitoraggi che accompagnano lo sviluppo naturale di questi progetti. In particolare, nell’ambito di un investimento stimabile – nel suo insieme – intorno a poco più di un miliardo di euro, l’esame delle possibili condizioni meteomarine avverse ha evidenziato l’utilità dell’installazione della diga foranea di protezione. Quest’ultima, in una logica di ottimizzazione, consentirà un’operatività al 100% dell’impianto anche ove tali condizioni dovessero prodursi. In sua assenza invece l’impianto potrebbe operare all’80% della sua capacità, riducendo così la sua efficienza ai fini della sicurezza energetica nazionale e dei costi complessivi”.

    Insieme, i due rigassificatori di Ravenna e Piombino hanno una capacità di 10 miliardi di metri cubi di gas l’anno, pari a oltre il 16 per cento del fabbisogno nazionale. 

    a cura di Cesare Treccarichi di amp.today.it

  • Idrogeno verde, la produzione è influenzata dalle molecole d’acqua

    Lo dimostra uno studio del Cnr con l’Università di Messina

    L’efficienza della produzione di idrogeno verde è influenzata dai legami tra le molecole d’acqua che vengono scisse in idrogeno e ossigeno grazie alla luce solare: lo dimostra lo studio pubblicato su Journal of the American Chemical Society dall’Istituto per i processi chimico-fisici del Consiglio nazionale delle ricerche di Messina (Cnr-Ipcf), in collaborazione con l’Università di Messina e l’Università di Zurigo.

    La capacità di produrre idrogeno in modo ecosostenibile dipende strettamente dalle proprietà del fotocatalizzatore, ovvero del materiale semiconduttore (come l’ossido di titanio) che viene esposto alla luce solare per attivare la reazione chimica di scissione dell’acqua.

    Quando il semiconduttore è colpito dalla luce, genera cariche elettriche che dividono le molecole d’acqua in ossigeno e idrogeno.

    “Le ricerche precedenti nel campo della fotocatalisi si sono concentrate esclusivamente sulle proprietà chimico-fisiche del semiconduttore, con l’obiettivo di sviluppare fotocatalizzatori stabili, economici ed efficienti per la produzione di idrogeno”, osserva Giuseppe Cassone, ricercatore del Cnr-Ipcf. “Tradizionalmente, l’acqua è sempre stata vista come un semplice ambiente passivo in cui avviene la reazione chimica, senza un ruolo attivo nella produzione dell’idrogeno”. La realtà, però, è diversa da quanto ipotizzato finora.

    Il nuovo studio, infatti, dimostra che l’organizzazione delle molecole d’acqua a livello sub-microscopico gioca un ruolo cruciale. Utilizzando tecniche sperimentali e simulazioni avanzate su supercomputer, si è scoperto che l’efficienza della produzione di idrogeno non dipende solo dalle caratteristiche del semiconduttore, ma anche dalla disposizione delle molecole d’acqua nei primi strati adiacenti alla sua superficie.

    “Questo è un risultato innovativo – osserva Rosaria Verduci dell’Università di Messina – perché per la prima volta si mette in luce l’importanza cruciale dell’acqua stessa nel processo, aprendo nuove strade per migliorare l’efficienza della produzione di idrogeno verde”.

    a cura di www.ansa.it

  • Schiuma maleodorante e sostanze oleose, la Costa d’Argento troppo inquinata per fare il bagno

    Da tempo in Maremma il mare inquinato. Un tratto chiuso alla balneazione. Ora i cittadini di Ansedonia raccolgono oltre 300 firme e fanno un esposto in procura per sapere la verità. “Controllate impianti ittici, depuratori e Laguna di Orbetello”

    “Non ne possiamo più, siamo stanchi di non poter nemmeno più fare il bagno. Quello che vogliamo sono risposte, capire cosa causa quell’inquinamento che deturpa una delle più belle aree della Toscana”. Infuriati e stanchi, il 2 luglio i villeggianti hanno alzato in cielo un drone: gli occhi dal cielo hanno dato l’ennesima conferma, una lunga striscia di inquinanti nello splendido tratto di mare della Costa d’Argento, soprattutto tra le spiagge di Feniglia e Tagliata.

    Poco prima gli stessi cittadini hanno raccolto grazie all’Associazione difesa di Ansedonia (Ada) oltre 360 firme avanzando un esposto alla procura di Grosseto, alla Regione, al sindaco di Orbetello, l’Arpat e i carabinieri: lo scopo è chiedere controlli e indagini sul perché di quella maleodorante schiuma bianca oleosa (e non solo) che continua “ogni mattina” a interessare determinate spiagge dell’Argentario intorno ad Ansedonia e poi,  per via delle correnti, a espandersi talvolta sempre di più spingendosi anche verso Capalbio e zone limitrofe.

    Da oltre vent’anni, in quel lungo tratto della Maremma meridionale, si ripetono episodi e condizioni di inquinamento la cui causa è complessa da stabilire.
    Esasperati, quest’anno i cittadini, molti dei quali proprietari di case e ville nella zona di Ansedonia, hanno deciso di combattere a suon di esposti e denunce nel tentativo di salvare la Costa d’Argento, “un ambiente in costante e continuo degrado” lo definiscono.

    Giusy Totero, presidente dell’Associazione difesa di Ansedonia, spiega al telefono con Green&Blue la necessità a giugno di raccogliere le firme “dopo l’ennesima immissione nel mare di sostanze sporche, inquinanti. Non sappiamo quali siano le cause, è un problema che si manifesta da tempo. I due canali di Ansedonia sono inquinati, ma a seconda delle correnti l’inquinamento poi si sposta lungo la costa. Basta vedere la striscia gialla che mostra il drone per capire l’impatto. Con lo scirocco viene tutto a riva, con altri venti va al largo. A firmare, anche da Capalbio, sono persone ormai esasperate per questa schiuma bianca e oleosa, soprattutto a Feniglia, che non permette nemmeno più di fare il bagno”.

    In più casi, e anche di recente, nella zona interessata fra i due canali è stato attivato il divieto di balneazione. Il problema, ricorda Totero, è che con le correnti “spesso l’area colpita dall’inquinamento risulta ben più ampia”.

    Finora, in attesa di controlli specifici che possano chiarire le cause di questo inquinamento, i controlli fatti da Arpat in un caso, e da Goletta Verde di Legambiente nell’altro, hanno sempre mostrato valori in rosso indicando la presenza come ha rilevato Arpat di “tensioattivi (saponi), di batteri fecali e di tossicità” ma come scrivono nel loro esposto i firmatari “l’’origine di tale contaminazione, benché più volte segnalata agli enti competenti, è tuttora ignota”.

    “Vogliamo che le cause siano accertate. Sapere se tutti i soggetti che immettono sostanze  in mare nell’area hanno il depuratore: le ville di Ansedonia, le fognature di Ansedonia come sono messe? Vogliamo che sia accertato se in questi casi c’è e se funziona il depuratore. Lo stesso vale per il ruolo delle vasche idriche e di ittiofauna, così come per quello della Laguna di Orbetello. Quali sono i soggetti  più pericolosi? Chi causa questi danni ambientali?” chiede Totero.

    Con l’inizio della stagione turistica, e anche dopo alcuni casi preoccupanti (come il ricovero di un surfista con un virus intestinale dopo essere stato a lungo in acqua a Feniglia) e altri casi citati dall’associazione, ottenere risposte è diventata una questione sempre più urgente per un problema di lungo corso.

    I proprietari di case della zona, che oltretutto ricordano di pagare  “Imu e tasse salate legate anche ai depuratori”, per l’associazione Ada hanno “diritto di sapere e di poter godere di un mare pulito”.
    Sono preoccupati soprattutto per i potenziali “danni irreparabili ad una delle perle ambientali e paesaggistiche della costa”, area che interessa anche il santuario di Pelagos, popolato da cetacei e da una ricchissima biodiversità marina.

    In particolare il dito è puntato su tre criticità ambientali che “non sono state correttamente affrontate dagli enti competenti” e in queste rientra “la cattiva gestione della Laguna di Orbetello”, una zona con una scarsa ossigenazione delle acque dove “in passato ci sono state crisi anossiche e distrofiche che hanno portato alla moria di quintali di pesce con conseguenti danni economici, ambientali, sanitari e di immagine per il territorio” si legge nell’esposto.

    Non solo: nel mirino anche i potenziali impatti degli impianti di itticoltura e dei loro reflui, così come la possibilità di guasti o mancata manutenzione del sistema fognario di Ansedonia “dato che sono stati trovati batteri fecali in mare” ricorda Totero.

    “Chiediamo quindi ai giudici di individuare le cause, di accertare cosa accade attraverso controlli soprattutto lungo le spiagge della Feniglia e della Tagliata. Questa storia va avanti da tanti anni e anche nel 2023 c’è stato un divieto di balneazione. Eppure non ci sono mai stati interventi risolutori o risanatori. Conosciamo i problemi, anche naturali, della Laguna, ma chiediamo di governare con più forza e sapienza questi ecosistemi fragilissimi. Lo stesso vale  per la fognatura di Terrarossa: chiediamo più controlli sulla salubrità della condotta”.

    Arrabbiati e sconsolati ma costantemente impegnati ad “ottenere risposte”, dalla associazione chiosano con una consapevolezza e una speranza:  “Sappiamo che il mare qui non è più quello pulito di una volta, ormai siamo abituati alle schiume oleose e maleodoranti anche d’inverno. Adesso però è troppo: vorremmo una risposta in tempi brevi, o comunque speriamo in una qualsiasi risposta che ci permetta di capire chi sono i responsabili di un inquinamento così impattante per questo splendido territorio che amiamo e vorremmo difendere”.

    a cura di di Giacomo Talignani di www.repubblica.it